sabato 10 dicembre 2011

...Un giorno intero

Sembra un angelo. E il peso della bontà, dell’educazione, della serietà e pensieri precoci in un tumulto di voci. Ssssssst non lo sa, avevo capelli biondi a pretesto, un sorriso pratico ma il pensiero scettico, dolore interiore, fantasia e colore. Avevo bisogno della lotta, questa pace scotta, temevo l’educazione più di ogni reazione, brava bambina, bionda piccina, sandali con i buchini, dolci piedini, stavo seduta su un dondolo sospeso nel cielo, mentre i parenti andavano a messa, io benedetta, aspettavo fuori, perché a 6 anni avevo deciso che ero atea, Dio non aveva esaudito l’unico desiderio che avevo espresso, l’unica sincera preghiera, “fai che sia sciopero in piscina stasera”, ma niente di nuovo, l’odore del cloro, il tuffo di testa, il chiasso, la ressa, il phon nei capelli e fuori l’aria bagnata e mi avevi fregata, “ma Dio ascolta i bambini…” Mi sembrava fossero tutti cretini, allora andate voi la domenica sporchi sotto l’altare, mi sono battezzata nell’ora concessa, di libertà totale, qui sola a dondolare, e ora scambiatevi il segno di pace e andate a cagare. Oh, nata ribelle…ma senza il viso adatto, ritratto di dolcezza e tempo concesso.  A 12 anni a cena discorsi maschilisti deglutiti con spaghetti, una nonna che dice “le femministe le metterei tutte al muro e le fucilerei”, una figlia risponde : “Io nonna sono femminista”, un padre pensa “questa figlia si facesse i cazzi suoi” Ohi, Ohi, fuori luogo bambina, corpo androgino senza seno, labbra carnose, occhi enormi, pelle e ossa, l’ha detto ma non lo pensa, l’ha detto perché è l’età, l’ha detto perché l’ha sentito dire, per crudeltà, l’ha detto perché non ci assomiglia, eppure è della famiglia, l’ha detto per dire…una nonna che dice: “La madre è una troia”, e una figlia che faceva animaletti di pane, di rabbia, seduzione e fame di cose vere, vi ho gettato parole come acqua bollente, “ma come ci sente?”, con unghie laccate di prostitute dannate, vestite da suore, con l’acquolina alla bocca e ora sotto a chi tocca, mi avete graffiata fin dentro al torace e le viscere mie vi sono attaccate, ma adesso basta la farsa, l’eresia, di rovesciarmi nelle orecchie ogni vostra porcheria, la mano che mi allunga il piatto, la lingua senza alcun tatto, 12 anni hanno un peso profondo, per sentire la fine del mondo, “State parlando di sua madre”. E tu passami il sale. E di nuovo è silenzio. Dentro. Nonna mia di favole e noci raccolte, nonna mia di musi e bronci per strapparti il sorriso, nonna mia, loro al posto del tuo viso, i parenti non si scelgono mai, tu sei l’unica che mi sarei scelta, tu sei l’unica che te ne vai. Traboccano lacrime in segreto mi ci affondo le labbra, ricordo il verde del vetro, di un porta - cose su un tavolo grande, di un porta - dolore nelle mia mente. C’era una mosca gigante di ferro,  se le sollevavi le ali, si apriva uno scrigno, il mondo era strano, il mondo era bello, era semplice e fresco persino banale, e tu avevi aperto la porta di una stanza chiusa di adolescente, il cancro segnava il tuo viso, ma tu non hai perso il sorriso, mi hai chiesto se ero innamorata, ho pensato che la morte si era sbagliata. Gli occhi degli adulti sanno dimenticare ma gli occhi dei bambini non lo possono fare, non sono addestrati a scuse e ipocrisie, non mettono in atto offese e strategie. E sono cresciuta con sensi di colpa mi prendevano le esatte proporzioni ogni volta, e sono cresciuta con lo stupore negli occhi, tenevo i miei sogni stretti nei pugni, e sono cresciuta con rabbia abbastanza e sono cresciuta con forti ideali. Ho una fede femminista. Ho una parte anche estremista, sono cresciuta con la mia risata, sono soltanto una foglia d’ortica, forse irrito ma è la mia vita. “Io sapevo essere intraprendente”, penso “Io sono solo una combattente”, leccavo le labbra come sbarre di ferro, come le ferite delle mie sette vite e vibravo colpi in aria, cominciavo a pregustare l’essere in minoranza, il filo tagliava la polenta, assaporavo la distanza e da lì fino alla fine del mondo e da lì fino al corpo rotondo e da lì a ogni festa di Natale la neve scendeva ma non era uguale, e da lì a ogni fede rovesciata, sono stata contro per essere mia, andatevene tutti via, l’ossigeno non arriva alla gola, non ho fatto giuramenti, non avrei amato persone solo perché parenti, ma avrei annusato la mia razza a distanze infinite, mi sarei liberata di tutto quello che dite. Ho scelto l’arte e la follia, ho scelto di essere soltanto mia, ho girato le spalle per sempre all’ipocrisia, a un segno della croce ho preferito la mia malinconia, mi sono vissuta la sessualità con verità e libertà e forse senza un senso del peccato, così bene, non avrei neppure amato, però finiamola qua. E la morale vestita di nero a testa bassa, fiuta la traccia, lo sguardo cupo, piccoli passi da confessionale, la tua identità per un posto sicuro, la lingua all’orecchio, lasciva, nera, ipocrita mi sgusciava ai fianchi, a spiare i giochi con i miei amanti, batteva al vetro mentre fuggivamo via, la croce tra le mani io la mia fantasia, c’era un appartamento con mobili sospesi, un corridoio lungo e stanze sui due lati, un padre furibondo colpisce una madre è la fine del mondo, occhi negli occhi tra i due fratelli, sguardi paralleli, dolori gemelli, pensieri sferrati come i coltelli, occhi negli occhi tra i due fratelli, bocche spalancate, un urlo aghiacciante. Un urlo profondo così potente sembrava strano in un adolescente, un urlo indignato così forte che a loro sembrava impedisse la morte, non avere tempo per pensare, sentire solo il dolore che sale, come l’acqua in una bottiglia vuota, ma è amara, scende nella tua aorta, e poi vedere lui che si ferma, che ci concede questa speranza, avvicinarsi ai propri figli. Dimmi tu a chi somigli, con chi preferisci stare? Chi ami di più, con chi passerai il Natale? Non è la ferita, che vuoi che ti dica, somigliava a sua madre nel tempo di allora, ha risposto con la paura addosso “con te non voglio stare” e lo stesso ha fatto il fratello e con il cane sono fuggiti su una Diane sei colore arancio o era una Ami 8 e il colore era bianco, o era un film di Bergman con un pubblico assente, o era un arcobaleno gettato come un salvagente sul tempo passato, sul dolore presente, e la gente dimentica gli atti d’istinto, le botte e le offese se il corpo è di un altro, e lei dovrebbe dimenticare e meritarsi l’affetto, “ma non mi appartiene più nessun tetto”, e lei dovrebbe tacere e lei dovrebbe soprassedere e si dovrebbe adeguare alle luci di Natale, il tempo è passato dunque non c’è colpa, non c’è reato, doveva tacere. E di se stessi ci si fa un dipinto, quello più appropriato per viverci al meglio, e poi battevano pugni sulla macchina i parenti, “torna”, “ripensaci” e scaltri fratelli nei sedili posteriori, con preghiere simultanee, susseguirsi veloci: “scappa, scappa, non ascoltare le voci” … E quella macchina come il vento e le loro lingue come un incendio e gli occhi di lei cresciuti di fretta, non era più sua quella cameretta e tutto quello che ha tenuto dentro, sacrificato per farti contento, e tutta la sua malinconia nella valigia non portata mai via, uomini insicuri, pieni di paure, colmi di violenza taciuta, repressa, tenuta nascosta, vi vedo, vi sento, fin dentro le ossa, vi fiuto a distanza…Ti avvicinano, il naso sui tuoi capelli, come sono morbidi, come sono belli, le dita sul collo, massaggi alle spalle, tutta la pelle, dal pube all’ombelico, sai cosa ti dico? Mi ci vorrebbe la forza, quell’egoismo maschile, quella spinta virile e quell’istinto della belva messa al muro e allora vi colpirei duro. Lo giuro. Le ho sentite le vostre parole sbagliate che dentro la pelle mi sono entrate, e anche se avevo capezzoli acerbi, e se i miei progetti erano incerti, il disprezzo si insinuava veloce persino in quel mio filo di voce, colmi gli occhi di dignità, perché un guerriero non conosce l’età, e stare nel sedile di una macchina nostra come un’arca trovata e nascosta, come scialuppa di salvataggio, poiché affondava l’appartamento, veloci di notte, le vostre mani al vetro, come tentacoli molli di un brutto segreto, la corsa di notte, e la vostra religione, con il profumo non si lava il sangue, non si ottiene ragione, avete pretese mai arrese, mani rapaci e cuori fugaci, avete l’incenso e scuse divine, il mio male dentro che mi reprime, occhi grandi, seni acerbi, un cane al guinzaglio, una madre stanca, il freddo che avanza, fossi almeno fuggita per sempre. Bimba la notte che ti bacia le guance, se c’è un Dio ti ha dato anche un cinque, se c’è stato un Dio ribelle, non è nelle chiese è nella tua pelle, Ninna nanna ninna o... questa bimba a chi la do, la darò all’uomo nero che la tiene un giorno intero…bimba in crescita a farti un’idea, si perde la casa ma non la fantasia, ninna nanna ninna oh questa bimba a chi la do la darò a l’uomo nero che la tiene un giorno intero, un giorno intero…

mercoledì 23 novembre 2011

Orchidee Bianche



Mio zio mi ha regalato orchidee bianche. Orchidee bianche come il sesso delle donne. Mi guardano e in poco tempo hanno abbracciato tutta la stanza; ho mostrato i miei dipinti gettandoli sul letto e vi ho riempito gli occhi di colori e di bocche e di altri occhi su occhi e corpi e capelli. Donne. Dipingo donne. Tutte donne. E mentre le faccio cadere l’una sull’altra sotto i vostri occhi, sotto la vostra pelle, ne dipingo ancora, ancora. Le vedo, le sento. Vengono da lontano. Non mi interessano i corpi maschili, anche se vorrei sentire la pesantezza delle loro gambe quando le poggiano sull’erba, quando vicino alle donne, gli uomini, sembrano avere la gravità della terra. Le donne sono nuvole, sono sospese come i sogni e le idee, sono l’amore, la parola stessa, sono confini sottili. Non le disegno a matita, rispondo. Per forza le ho dentro, la matita presuppone un pensiero, io voglio che le tele siano il pensiero e non solo il mio. Voglio che abbiano un loro pensiero. Che mi smentiscano e smentiscano voi. Vi do erotismo che è sogno e incubo, e vi colpisco con colori forti che non lasciano agli occhi respiro. E non ci sono abbastanza iridi, abbastanza seni, abbastanza bronci per fare uscire anche una minima parte di me, di te, di tutti voi. Ho donne di panna, fianchi di seta si appoggiano a idee che sfilano sottovesti con gesti obliqui, tangenti, distanti. Ho seni che galleggiano nel colore, nelle bocche immaginate, sul sesso di chi guarda, faccio l’amore con le mie intenzioni, creo il desiderio e lo lascio lì davanti ai vostri occhi, senza nome. Dipingo le donne perché sono quadri, sono parole, sono guerre taciute, sono rivoluzione, sono oltraggio, dipingo donne perché ho una parte maschile che mi permette di sapere dove il pennello deve sostare per farvi rabbrividire e dove l’occhio deve guardare per invitarvi a non concludere, a bloccare opinioni e parole e in un sospiro entrare dentro.
Non per guardarle, per respirarle. Ho tele a gambe aperte per soddisfare acquirenti.
Ho tele indecenti, coscienti e per questo innocenti. Non sono, davvero, una pecorella smarrita, vi prego. A pecora di sovente mi trovo, ma non ho aria smarrita al momento. Sono finta magra, finta innocente, finta colpevole. Metto in atto strategie sottili, molto raffinate, di una destrezza, agilità, machiavellica.. di una perversione unica, di una razionalità così oliata e precisa che a volte.. a volte mi dimentico della strategia, se era strategia, pensavo di non dovere fottere nessuno. Finisco per fottermi da me. Al momento saltello. Ho un corpo del quale prendo atto, forse non me lo sarei scelto, ma trovo che chi l’ha fatto per me ha un certo gusto. Per ora saltello e mi trastullo come un fumetto irriverente e se non fossi donna giocherellerei col mio pisello, saltello e non ho ancora un lavoro, saltello e sono precaria, saltello da una tela all’altra, ogni tanto affondo in una buca di merda, mi scrollo, ricomincio, che persino la puzza mi sembra essenza. Ho il cuore inciso con chiodi e martello, non s’era trovato di meglio, e ogni colpo ho sentito per la L, la I, la B, la E, la R, la T e la A’.
Mi cola sangue in reticolo uguale a seguire la pelle, evitando sottili peli dorati e pori allargati come bocche annaffiate, colgono ogni lettera caduta su gole assetate di vampiri, che la notte assaporano il senso delle cadute lettere, fresco sangue simile a sorgente che invade il sesso e mi tinge i piedi. Di libertà sono fatta e come lo dimentico, se le parole sanguinanti si allacciano ai miei passi come pozzanghere rumorose che mi rinfrescano le piante dei piedi e imbrattano le strade di orme rosse.

giovedì 17 novembre 2011

Dichiaro di comprendere e voler continuare...

Dichiaro di comprendere e voler continuare... si, in effetti è così.  E che il contenuto di ciò che scrivo si rivolge generalmente a un pubblico adulto, almeno all'anagrafe, così non mi ritengo responsabile di eventuali delusioni, masturbazioni, scatti d'ira ed elucubrazioni di qualche ex.."ma dice di me?" Dico di tutto... quando sto in lutto, e solo di me, mantengo l'anonimato... che poi qualcuno si riconosca o si voglia riconoscere, in fondo quando parlano bene o male di te, parlano sempre di te e narcisisticamente fa sempre un bell'effetto... E allora succhiatevi questo. Ci sono uomini, wao!!! Che riescono a darmi la nausea senza neppure mettermi incinta. Ci sono uomini che adorano il mio cervello, però il mio culo viene prima! Ci sono uomini che amano la mia pittura quasi quanto la mia vagina, ci sono uomini che sapendo da che parte tendo si dichiarono sempre a sinistra, anche con i figli alle scuole private, ci sono uomini che hanno giocato le carte buone e ora gli sono rimaste mille scuse e blaterano di giornate andate male, il giorno prima ti amavano da morire e quella voglia di venire... a trovarti al più presto. Ah dannazione questa disoccupazione... Quanta gente attorno che  dice, mentre mi alza la testa, come per uno schiaffo violento, nel pugno i miei capelli, mi solleva il volto dal desco dicendo : "Mi dispiace so come ci si sente". E non sa un cazzo di niente, piange lacrime amare perchè ha le bollette da pagare e tu ti sei persa la casa lo scorso anno, merda!! "Lo so come ci si sente, prendo tremila euro al mese, ho qualche casa, ma è dura, non arrivo a fine mese, saranno più le uscite che le entrate?" "Sarà che vorrei farmi quattro risate, ma le budella mi si attorcigliano dentro. E il denaro poi entra nei sentimenti come un veleno iniettato e chi ama mi sussurra all'orecchio: "Lo senti, ti piace?" e' un fatto di entrate... persino l'amore, sorrido, ma si, che vuoi che ti dica, che cerchi la stima che avevo di te, come un adesivo accartocciato sotto la suola che a mala pena riesco a staccare a ridistendere  e poi a spalmare. Non sarà più come prima. C'eravamo noi. Meno male va, che ho sempre un amante di riserva, come una ruota di scorta. Mi sono messa in gioco anche onestamente... Presa da te, ma quando ti trovi al tavolo con giocatori di poker beh... non è che non puoi conoscere il bluff. E così forse mi hai pensata ingenua e così forse anche un po' scema, e così forse ti piacerebbe che ora mi strappassi i capelli, mi bevessi coralli, dimagrissi troppo, e andassi in giro sbandando dappertutto, senza te. Ma sai che c'è, che ho masticato dolore per troppe ore prima di conoscere il tuo nome che è soltanto un nome, l'ho masticato tanto che l'ho predigerito e infine deglutito come le tue bugie. Sono stata a guardarti tutto questo tempo, mi sono fatta sedurre e mi è piaciuto molto,  ma so riconoscere uno squalo travestito da agnello, ti usciva la pinna dal bianco pelo, c'era Spielberg dietro ogni tuo passo. E tu ti farai una canna e a nanna, fine di una storia, qualche gioco virtuale, fine di un amore, fine di un sapore, una manciata di ricordi... ma c'è un mare infinito è pieno di pastura, di sangue e frattaglie fresche e così piccoli momenti non varranno quel nuovo sapore. MMmmm odore di fica e te vai alla deriva, con niente. Non me ne fotte un cazzo, si è suicidata la poesia, il piacere si è svegliato,  mi manca la complicità, voglio baciare in bocca qualcuno che sappia di lealtà, voglio giocare con una lingua nuova che non si metta in posa con mille difficoltà, voglio che la sua bocca non si affretti a  mentire, voglio dirgli che non c'è niente da dire, che può essere più onesta una scopata,  Voglio scegliermi le calze, quelle con cui ti stritolerei le palle, per sedurre. E voglio vederti per quello che sei e vorrei ti vedessi con gli occhi miei, ridammi la mia poesia non è della tua misura, e poi sono parole in serie, non le ho dette quando le pensavo e non le pensavo quando le ho dette e ridammi anche le mie tette ti sono rimaste incollate alle mani. I polpastrelli hanno ancora il ricordo dei miei capezzoli, fa male? Passerà, se vuoi ci soffio sopra e adesso vaffanculo! E non dirmi che mi ami, che non sai cosa voglia dire, lo butti lì come ti scappasse da pisciare, senza c'entrare il buco. Che bella la rabbia, con la rabbia ci dipingo, ci scrivo, faccio l'amore meglio, con la rabbia sento il battito del cuore veloce, con la rabbia mangio l'asfalto di notte in scarpe da tennis e mi lecco le labbra e assaporo il sudore, con la rabbia che scende e mi bagna, con la rabbia che avanza e mi fa persino sorridere e mi libera di tutto e di te per sempre come un amante che mi toglie i vestiti veloce, come un amante che non mi lascia la voce, come un amante che mi penetra forte e mi porta distante dalle nostre vite irrisolte, come un amante che non mi chiede niente, come un uomo, un uomo che sente, che ascolta il rumore, la vita che ho dentro, che mi da tutto in un solo momento, che non devo aspettare il giorno seguente perchè non mi lascia col bisogno del sempre, ma come un albero che ha le radici so dove trovarlo e so come goderne. E annuso l'assenza di noi, l'assenza di scuse e bugie, l'assenza che è come l'essenza di evaporate ipocrisie. E poi la corteccia era fredda e mi avvolgeva la nebbia, e la resina si attaccava alle guance e i piedi affondavano nella terra, che bello non essere di nessuno, persino ingollarsi bugie, e poi gettare il succo pregiato e bersi tutte d'un fiato, che bella la fine di una storia se è per sentirti risorta, che bello quel senso divino di scoparsi il tuo assassino, che bello se poi alla fine, non ti scopri una vittima  del dolore, ma una che col pennello e le parole si vive tutto l'amore. Sai perchè non ti odierò mai? Perchè tu sei quello che sei, perchè un orgasmo vale un orgasmo, perchè amo sempre in ritardo e odio con un poco di anticipo, perchè sono un poco sfasata, perchè sono estremamente curiosa, perchè preferisco essere mia, più di ogni tua fantasia, perchè che tu mi dia odio, amore, sesso, distanza, volgarità, poesia, bugie, tutto questo non conta, io mi cibo di tutto, mi serve tutto e me ne vado sempre con la pancia piena, sempre quasi serena, appagata.  Quello che non mi serve a riva se ne può rotolare, ma il resto, il resto lo trattengo, lo alzo, lo abbasso, me lo cullo dentro, mi serve tutto, il lutto, il pianto, il piacere, l'orgasmo, la preghiera, la bestemmia. Perchè il vero amore che non  posso tradire sta dentro le tele, sta nelle parole, ha bisogno di vita vera e in questo, in questo soltanto, io sarò sempre sincera. E se mi disprezzi, la cosa è persino più eccitante, non si può piacere a tanti, sarò piegata, sulla tua fronte corrucciata, potrò leccare il disegno delle tue sopracciglia, la tua meraviglia. L'ennesima storia finita, ma soprattutto la vita. E perchè la verità è vietata ai minori e la bugia è per tutti, perchè il senso del peccato è la cosa più pulita, squisitamente sincera, come una tisana la sera e non dovrebbe fare alcuna paura, perchè in ultimo tango a Parigi si taglia la scena del burro, perchè ci mettiamo le mani alla bocca e ci scandalizziamo di tutto, senza invece abbattere questa ipocrisia, lasciare la fantasia, smettere di nascondere le mani e sorridere come scemi, perchè non ammettiamo che siamo marci quanto belli, che la morte è la vita, che una storia finita è solo conoscersi meglio. Guarda che occhi grandi che hai... è per ingannarti meglio, guarda che naso grande che hai... è per annusarti tutta, guarda che bocca grande che hai... è per amarti meglio, a volte occorre stare dalla parte del Lupo per capire le storie, tutte.

sabato 12 novembre 2011

Meglio così...

Che i tuoi occhi stavano lì per caso come confetti in un vaso, lontano il tempo altrove dove sanguinavano le orecchie a udire il tuo nome… e il piacere, deriso, un attimo dopo ti era in mezzo ai denti come verdura masticata di fretta o parole che non senti, eppure c’era il sole sulla pelle abbronzata, il collo gettato indietro in una risata, un sorriso che si sdraiava sornione sulle guance, sapermi vicina quanto distante. Mi pesa la testa ora, gettata  in un teatro prestato, mi trovo con i miei ideali alla porta, anche stavolta. Ho tante idee in un cesto e sono mature, le sento marcire, non ho altro da dire, permesso. Suore guardano in silenzio, scuotono la testa all’unisono, e io mi sono ubriacata insieme al mondo a parte che è quello dell’arte e la burocrazia mi addita l’uscita posteriore, c’è bisogno di praticità, di gente concreta, di persone votate al dovere, di velocità, masticavo riflessi lenti, mi sembrava impossibile tendere l’angolo di un sorriso, un passo all’esterno. Fatto. Non ne faccio più parte… non ci sono mai stata dall’altra parte della scrivania, e i miei sogni erano sempre al muro, per un conto alla rovescia, un’esecuzione veloce, sommario processo dei senza più voce, e i miei sogni avevano i polsi legati, labbra serrate e occhi beffardi che davano i nervi. Le mie domande erano lente, e le risposte in un tremore di voci confuse e sommesse di donne benedette nell’ora di andare. Ero immobile come ora, con la speranza che tutto potesse ruotarmi attorno che tanto non mi poteva passare attraverso, perverso pensiero di poterci camminare a fianco, il mondo s’è preso a braccetto il mio sguardo soltanto, mi porta veloce a vedere vetrine, mi deprime come la religione, come le ricorrenze, come udire troppe volte il mio nome. E la pioggia scendeva indecente come lingua ingorda e col mio cuore assente, e scendeva e colava dalla punta dei capelli, sui capezzoli gemelli, sulle labbra. La cercavo con la lingua. Dove mi sono spinta? C’è un limite del mondo, al di la’ del fatto che sia tondo o piatto, c’è un limite di fatto e di tatto… ho osato troppo, interrompo ogni progetto adesso, aspetto, che passi tutto, un giorno a lutto, mi afferro la carne, non sento più niente, la morte indecente di vite rapite, di perdute ricette, di gioie perfette, di angoli di nulla, di sigarette poggiate sulle tue labbra, quando soffi il fumo dalla bocca, mi cullo nel disincanto astratto di quell’automatismo che in un attimo distratto di te mi ha concesso la verità su tutto, una manciata di secondi in cui non eri del mondo, e non c’erano bugie, e neppure seduzione, solo il fumo che usciva dalla tua bocca, la tua mano sulla mia coscia, ma solo distrattamente, un sorriso leggero di passaggio, come il mio viso fosse solo un paesaggio dal finestrino e ti sentivo vicino, poi la mano sul volante ed eri perso nella tua vita, nel tuo respiro, nella tua prospettiva, io ti sospiravo a fianco e sorridevo leggera, avrei voluto appoggiarmi sulle tue gambe dormire con te ogni possibile sera, tu che ami in modo perfetto quando sei distratto da te stesso, tu che ami in modo così sensuale, tu che distruggi tutto con poche parole e non senti quello che dentro mi accade, tu che mi chiedi che ho fatto durante la giornata, e ogni mattina, ogni notte di questa vita, eppure fino a poco fa io non c’ero, l’abitudine si apposta come una domestica dietro la porta, è pronta a spazzarti vicino ai piedi, a inchinarsi per quello che chiedi, ha ogni faccia di circostanza, forse io non ho pazienza, e tante sono le cose che non ho, ad esempio ora la fantasia mi scende dalle natiche ai piedi come slip che non vedi che hanno perso l’elastico, meglio muoversi senza, meglio non fare rumore, meglio fare passare al buio le ore, uscire con la faccia giusta e che nessuno capisca che sei diversa, che la sorte ti è avversa, che non sei del gruppo, che non ti adegui a tutto, meglio scivolare nei vicoli del mercato, con passo veloce e lo sguardo basso, meglio sentire sulla pelle e dentro le ossa la paura di essere trovata, la paura di essere spiata, la paura di essere come gli altri, la paura che sia troppo tardi. Batti cuore veloce, batti cuore veloce, non ti accomodare sulla voce di chi ti vuole modellare, e si arrotano i coltelli e c’è odore di pesce a volte di caldarroste, il mondo continua con la sua orchestra di odori e rumori anche se vivi anche se muori, e piccoli piedi bagnati a correre per le vie, e occhi fuggiaschi da sotto il cappuccio, so sentire la festa in un giorno di lutto, so sentire la morte a una cena di Natale, dove il nulla ti assale. Meglio essere nudi e togliersi d’impaccio, bello correre e rovesciare tutto, bello essere soltanto di se stessi, dare del tu ai propri difetti, istruirli per ore nelle giornate a festa, avere la rugiada negli occhi, lavarsi la faccia con la brina, jeans bucati sopra i ginocchi, guance rosse di giochi e di spazi, occhi larghi e di colori cangianti, disposti a imbrogliare amanti e passanti, disposti a rendere la bugia la cosa più esaltante e sensuale che ci sia, la cosa più giusta e persino più vera, perché lanciata a caso e senza pensare, perché buttata non per farti male, ma per farti sorridere ancora e berti tutto quello che ho in gola e vorrei dirti se non fossi distante, è una bugia come tante, caduta dal mio sorriso, scivolata sulla mia spalla, precipitata dalla mia schiena, sospesa sulla mia natica, rotolata nell’interno coscia, quasi asciugata sul mio tallone, raccolta dal tuo sguardo distratto bevuta dai tuoi occhi d’un fiato, è che ho buttato la faccia sotto la luna, per questo sono più pallida di prima…ho tagliato le labbra con il succo di mirtillo, ho buttato un sogno dentro il cappello, come elemosina e gesto di grazia, ho portato la mia faccia nuova col vento, verso una casa che non sento e mi sono persa l’indirizzo che avevo in tasca, ho contato le intenzioni dei sorrisi che mi sono passati a fianco e non bastano a comprarmi un panino, ho usato le dita e steso il colore come si appoggia il capo su un lastricato freddo e buio e ci si sente al sicuro, ho le tempie rinfrescate e il centro della terra è distante, ho i seni schiacciati al suolo come il pube, le cosce e le punte dei piedi fanno leva, resto a galla sulla zattera e sento tutto il silenzio che sono, mi percorre da dentro come la spinta dell’acqua alla cascata, come i nostri giochi, la tua risata, non posso fare a meno di questo scontento, respiro e mi sento. Dentro.

giovedì 10 novembre 2011

Prendre plaisir


Storie quasi d’amore, e torna l’odore, il sapore del sesso, il cuore in difetto, il pensiero distratto, Madonna che ho fatto, il tuo coraggio distante, la mia rabbia elegante, le tue parole che scivolano sul mio collo, il nodo alla cravatta, l’aria è rarefatta, il paese di merda ma chi lo dice l’ha fatta… E poi quelle balle come farfalle, ho inghiottito ali gialle, la polvere da sparo, il concetto strano, la rivoluzione chiusa nella mano, e stappare conchiglie e bersi l’oceano, sento l’inverno abbracciata al tuo corpo. Il mio coraggio e mi sento in vantaggio, la tua paura e la tua verità paracaduti lenti venivano a galla dal cielo diviso della nostra realtà, mi sono caduti sulle labbra, come soffioni del vento, portati dalla fortuna di questo momento, li lecco e ti sento eppure non basta. Siamo soli anche insieme. E siamo insieme anche soli. Sei nell’aria, nella gola, nel pensiero che non è parola, nell’assenza dell’idea, nella luna bianca, nella marea, nello squalo e nella colomba, nel tempo che manca, nel tempo che abbonda, sei un passaggio, un volo, un battito solo, un sospiro, un colpo di tosse, sei nelle cose interrotte. Sei nella mano che poggia sulla mia schiena, sei nel percorso lento che non si tocca quello che porta alla tua bocca, e non sei propriamente l’amore ma il tempo che manca in quelle ore.
le nostre parole ci saltano sopra come fossimo uno di quei materassi a molle così le vediamo rimbalzare in alto e il loro senso ha un peso specifico a parte, è quello dell’arte che ci somministriamo, a volte per mano, uno negli occhi dell’altro, ti stimo nient’altro. E poi se ti amo è di un amore perverso e poi se ti amo oggi è diverso, e poi anche se ti amo non lo dico, diresti che il mondo è piatto e che è quasi finito. Tu hai mille armature io neppure uno strato comune di pelle, tu hai la razionalità io sono ribelle, tu hai le tue paure io il coraggio della pazzia, tu sei di  te stesso io non sono neanche mia, tu sei l’ora di andare io la malinconia, io sono quella che ha fame tu il pane che mi portano via, io sono l’affondo tu la strategia, però tu sei la mia risata e io la tua, tu sei la mia bugia e io la tua, tu sei la mia verità e io la tua, siamo come monelli a suonare campanelli, come rompicoglioni, come maleducati, come immorali, come opinioni non richieste, siamo a girare in cerchi concentrici nelle sale d’attesa, ad attendere l’appello con il fiato sul collo, a gioire del sole, a dirci che bello, siamo due cretini, siamo due bambini, siamo pieni di paura travestiti di premura, siamo due traditori, siamo solo spie, ingurgitiamo vite d’altri, abbiamo occhi saturi di colore, la bocca piena di sapore, i peccati mai espiati, però goduti e maturati, nessuna religione, stiamo al tavolo ad aspettare, stiamo sulla soglia della porta, stiamo nell’anticamera della mente e non ci capiamo niente, ci sfugge chi comanda, facciamo la guerra come una danza, al posto del cuore abbiamo un taccuino, mentre prendo gli appunti ti sono vicino, qualcosa circa il senso di noi, sempre se lo sai, sempre se puoi, la nostra vita gettata piena come una risata, tutto l’amore dell’universo ti tengo la mano quando attraverso, tutto l’amore che fugge al comando, non ora, è presto, sono già stanco, tutto l’amore che altro non è, tutto l’amore prima di te, tutto l’amore che senso non ha, tutto l’amore che fine farà, tutto l’amore lascia che sia, tutto l’amore fuggito via, tutto l’amore giocato in un’ora, tutto l’amore, l’amore che ho ancora. Sono distante e presente assente, sono la gioia, il gioco, la noia, sono seni conditi a pretesto, sono tutti i minuti che aspetto, sono l’ombra dietro le persiane, sono a gridarti che non c’è paura, non c’è il lupo nero, la dolce creatura, sono a sputare ogni sospiro trattenuto perché dell’aria voglio fare indigestione, sono qui e non ascolto ragione, sono senza la punteggiatura, un po’  mi vergogno, un poco mi piace, un poco ti voglio e un poco ho paura, sono qui come figlia mia, se fosse censura dov’è la poesia? Sono qui a rischiare ogni giorno, sono qui ho fretta di dire, sono qui a cercare di capire, sono qui e sotto a chi tocca, ho detto la mia ora sono la tua bocca, avevo tra le labbra denti spezzati, la lingua passava su ricordi di baci, avevo in gola il volo della farfalla e lacrime al viso, tremavo sul porto, cenere e corone di fiori si porta via il mare, ho un  debito di sale, di gonfie onde rotonde, del sesso e del fondo marino, di capelli allagati di sole, di parole scivolate sulla pelle, di alghe allacciate al mio sesso, di quello che sento adesso, dell’atto di godere, sospesa sopra il tuo petto poggia la mia schiena, il tuo corpo è un arco perfetto, sul tavolo del piacere apparecchiato con parole di stagione, con pensieri che come il vino scendono in gola e di questa morte ci si consola e dopo… il corpo è morbido come una medusa sospesa nella corrente, molle non sente, si fa portare, parole mi sbattono come onde all’orecchio, come schiaffo allo scafo, la tua lingua al palato, è lo stesso rumore che chiude le palpebre, e ciuffi di peli dorati e allacciati alle tue dita, mi sono tradita, avevo le labbra socchiuse e denti bianchi come cancelli appena appoggiati, le tue dita sulle labbra, i tuoi passi sul mio ventre, mentre attraversi il mio corpo e ti imbratti fino alle ginocchia di sale, e correnti ti portano pesci rossi all’altezza degli occhi, trabocca tutto quello che non dici, ti prendo per mano e ti illustro la sala, qui spesso ci gioco, qui mi tengo a galla, qui ho fatto il cambio all’armadio i sogni d’inverno con quelli d’estate, qui ho appuntato le mie risate, appese le fotografie di tutte le mie bugie, ti tengo la mano, il tuo passo sicuro, i tuoi occhi finiscono sulla mia schiena, li sento scendere, mi volto di sorpresa, cado sulla tua bocca, i miei seni tra le tue dita, cosa vuoi che ti dica, la bugia dell’amore, la franchezza del sesso per passare le ore, in un silenzio che è un bolo di saliva, dove parole pensate a stento, sono il ritardo sempre su quello che sento.

domenica 9 ottobre 2011

Ci sono uomini....

Ci sono uomini che "ti amo" non lo dicono mai, gli rimane in gola, graffia il palato, sospeso, appeso, e come un fastidioso singhiozzo che torna, senza tregua, ci vorrebbe un sorso d'acqua, un grosso spavento e i vigliacchi ci sudano dentro, tranquillo anche se lo dici non sento...Ci sono uomini che "Ti  amo  lo  dicono prima di vederti, di toccarti, di conoscere il tuo profumo, il tuo sapore, come è con te passare le ore, lo dicono a una fotografia, alla loro malinconia, a un ideale di donna distante per questo più importante di tante, ci sono uomini che lo dicono perchè tu non lo dici, ci sono uomini che lo dicono per aggrapparsi ai tuoi vestiti, e poi ci sono quelli che "ti amo" lo dicono per chiuderti la bocca, per la tua tranquillità, lo dicono sempre, lo dicono in continuazione, lo dicono se non c'entra niente, ti viene il dubbio sia neccessario alla respirazione, un fatto di prendere aria espirando, per gustarsi la tua attenzione, lo palleggiano sulle labbra, te lo mostrano sulla lingua, te lo appiccicano sopra i seni, te lo lasciano tra le cosce, poi lo appoggiano all'ombelico, te lo ributtano sulle labbra e tu fai lo sbaglio di tenertici a galla, lo dicono per la tua tranquillità, lo dicono per dire,  che  male sarà, per l'illusione del possesso, per segnare la proprietà nell'atto d'accesso, lo dicono per credito, lo dicono per fare un'offerta, lo dicono come una bugia, e quel "Ti amo" si allarga,   come il sangue sotto il tavolo, ti imbratta i piedi, tu eri a ridere a un tavolo dell'osteria, tu eri sua con la tua fantasia, tu eri risata, e progetti negli occhi, tu eri mille sorsi interrotti, tu eri fatta di dune e di onde, e nel resto ci si poteva confondere, le tue mani fornivano scuse aperte come vassoi da porgere, e il tuo sangue sotto il tavolo si allargava  sempre, la tua sedia era  una    incerta
palafitta... dove ti sporgevi     pericolosamente,
la   sua  lingua al  tuo orecchio, scende sul petto col tuo battito s'inganna, il "ti amo" che si lecca i baffi, mentre tu sei impegnata a sbattere le ali per voli goffi, forse sei caduta nel vino, mentre ci anneghi lui ti mangia vicino. Ma chiudi gli occhi, palpebre ingorde, s'abbattono carnivore sul tuo sguardo distante e stillano lente bugie bagnate come gambe nel piacere, come facce gettate sul cuscino nell'atto di godere. Ho sangue che scende dalle guance ai seni me lo trovo tra le mani e tu non rimani, scrivi Eloisa alla lavagna 100 volte, lui ha detto ti amo io mi sa che ho copiato, ci sono puntini da unire su un foglio se sei brava uscirà il mostro a due teste, se sei brava avrai in cambio un gelato, se sei brava esci dopo che hai studiato, se sei brava....ma forse non vedo, forse non voglio, forse anche questa gelosia è un fatto d'orgoglio, forse l'amore è soltanto un duello, servono i testimoni a lato, serve l'offesa, serve la sfida, la voglia di prevalere, il bisogno di non morire, uno spettacolo da vedere, che ci sia la morte insieme alla danza, una promessa fatta e poi la distanza, due persone darsi le spalle e la stessa domanda, oggi di quest'atto finale facciamo una scena d'amore o un teatro volgare. Ed è che non mi vanno le definizioni fanno più danno di mille ragioni, forse mi fa male, forse l'amore è una scusa ma c'è chi ne abusa, è un'onda lunga che mi bagna i piedi e si ritira, mi mostra la schiuma, i talloni affondano a riva, e l'amore è una droga leggera, rilassa i muscoli, ti inarca la schiena. E l'amore scrollato di dosso adesso non voglio, oggi non posso, e l'amore che chiedo e mi arriva di schiaffo, mi tappo le orecchie fai che non senta un cazzo! E l'amore che chiede minuti di tempo e tu muori adesso ed è troppo un momento, E Ti amo per esibizionismo, perchè mi piace come consiglio e ti amo perchè ti posso mostrare, da ogni lato vai bene e ogni lato fa male, e ti amo detto come uno sbadiglio, mentre godo, perchè sono un coniglio, e ti amo detto senz'altro da dire, perchè ti scoppia il cuore, perchè ti implode in gola, perchè se non lo dici adesso in questo tempo esatto...se ti manca il coraggio, se ci pensi troppo, non sarai più credibile neppure a te stesso.

venerdì 16 settembre 2011

Se la paura fosse preziosa...




Quanto è durata la felicità, la serenità, appena il tempo di un pomeriggio e ora mi fa male sapere quanto potrei essere felice e un minuscolo ragno risale un filo sottile tra la penna e il foglio, gli occhi e il cemento, il caldo afoso nelle labbra cotte. Eloisa, dammi un altro nome ma lasciami andare. Ho le parole mi manca la saliva, troppa paura e se fosse preziosa sarei straricca, ho ballato con la morte in un mio quadro che deve ancora nascere, la supplicavo in un tango, era maschio, c’entrava col sesso e col ritmo, dipingerei ugualmente senza il tuo fiato sul collo, senza vederti scomparire quando tra le dita ho un pennello, senza sentirti trasalire quando scrivo come ora per sfidarti, fuggire, salvarmi, che senso ha crescere per essere più fragili, vigliacchi  e deboli. Dio ha il sesso di una donna l’hanno crocifissa con fiocchi rosa, le mani rivolte al sole come nidi da dove sono cadute uova. E questo Dio non perdona.

Kattiva

Ultimamente i sogni mi sbattono in faccia il complesso d’Edipo, e risalgo da un tuffo in apnea sfiorando il sesso del padre e poi i pettorali e attrazione e disgusto. Ciuffi di peli che sono alghe sbagliate. Poi, poi chiedo asilo in una specie di studio e ci dormo, ci striscio, ci vivo. E’ una sorta di magazzino gestito da un losco individuo e gli faccio puntuale il resoconto di ciò che ho preso da uno scatolone aperto… Serviva per lo spettacolo ciò che ho preso, sono una teatrante senza un tetto, ne’ famiglia al momento. Si ho ricordi, ma sono in prestito. Sono sporca e ho i capelli lunghi seduti sul collo e l’uomo del magazzino compare ogni tanto. Mi attrae. In quel momento capisco che sono spacciata, perché sono attratta dai margini, dalla perversione, dalla sporcizia, sono attratta dall’uomo sbagliato. Però che piacere dormire sul pavimento, rannicchiata come un cane e dovere stabilire solo che fare al momento o se ho fame. Abbraccio mia cugina, in un altro frammento di vita onirica, mia cugina più piccola, e sono immersa fino al collo nella mia famiglia cattolica, seduta di spalle alla madre di S. e ad altri parenti neppure importanti al ricordo. E mi giro con rabbia, come una tigre, e minaccio di fare ciò che a stento vorrei dire, riguardo l’eresia della morte, della morte del Papa e mi spiego con calma e loro mi guardano tale e quale figlia a sproposito e ingrata, e brandendo alla vita la mia cugina piccola imbottita di scuse e morale, con la mano aperta, cingendole i fianchi e con autentica sfida, punto la spada alle loro labbra serrate e faccio roteare la croce… via… Dev’essere che stavo spiegando loro la mia personale posizione, quando mi sono esibita in un cabaret alquanto esilarante all’incirca la chiesa, ed è morto il Papa. Io ho solo eliminato una battuta. Poi sapevo che non mi capivano, così gli giravo di nuovo le spalle, ma il mio potere stava nel fatto che io ero sporca, blasfema e dormivo per terra e avevo una mano trattenuta sulla pancia di mia cugina, su un ricordo d’amicizia relativo all’adolescenza. Poi sono aggrappata al corpo del mio insegnante di recitazione e penso che lì si raccolga tutta la mia storia, siamo vestiti ma appesi uno all’altro in un abbraccio, meglio, quasi lasciassi il mio collo a un gancio. E lì era come iniziasse o finisse tutto. Come potessi dargli me stessa in un pugno, come ciondolo, che si racchiude serrando le dita al mondo. Dono. E lui sapeva di me e di dove dormivo, della mia ribellione, della rabbia, ed ero solo seduzione ma niente a che fare con la presunta bellezza, ero la parola stessa, sciolta sul suo corpo che scendeva prendendogli le esatte misure, centimetro per centimetro per amarlo meglio e per sempre.

mercoledì 14 settembre 2011

Il peso di Ottobre

Ottobre

Quando mi hai lasciata respiravo la tua maglia, il tuo abbraccio mi lasciava scoperto un occhio, era un abbraccio chiuso su di me come una saracinesca d’improvviso chiude un negozio e si cerca di guardare oltre, la luce, da un sottile spiraglio rimasto, il tempo di fare una foto dell’albero e del cielo intravisti dal terrazzo, così l’addio era una cartolina che non mi ero scelta e ora mi copriva la vista, di sotto la tua maglia che era lamiera. Con l’orecchio sentivo il tuo battito veloce, sorridevo piano, quello dell’assassino come quello di chi muore. Le parole e il loro suono sottile, avanti a me una strada immensa, mi hai buttata dalla tua vettura, su cui finora avevamo trovato discorsi, risate e musica, le parole d’addio e il loro ultimo sibilo, sottile, ma io avevo un vuoto alla testa, masticavo il mio cuore pieno di sabbia all’angolo dell’ultima curva, e lì sono rimasta, aspettando che cambiassi idea, che il mio amore non ti fosse di peso, aspettavo con tanta paura, cosa può esserci all’angolo di una curva comoda, dove le tue ruote mi hanno lasciata sfrecciando via. Via dalla vista dell’abbandono, abile hai cambiato panorama ed ero lontana dagli occhi e dai pensieri, e noi non siamo neppure mai esistiti, me l’ero inventato io. Mi è entrato cemento nelle narici e non avevo labbra per articolare dolore e neppure abbastanza saliva per deglutirlo, ora lo guardo con te al mio fianco, mano nella mano, a fare gli amici. Capisco. Ma ho un taglio profondo dal collo alla pancia e le budella giocano con il mio e il tuo dito mignolo, aspettando un Paradiso distratto in un progetto mancato.

martedì 13 settembre 2011

29 settembre Lele

Sei venuto a trovarmi stanotte, con il tuo alfabeto nuovo e una musica che passa dalla gola, i miei piedi sono stati radici e se non avessi aperto gli occhi tu saresti ancora vivo. Adesso faccio fatica, sotto questo trucco, sotto queste palpebre grigie a ricordare la pioggia e i miei fiori di legno vicino alla tua tomba. Io che non c’ero al funerale, perché ti ho collocato nel mio cuore, anche lui era aperto e chi voleva poteva vederti. Mi hai portato malinconia che è come poesia, e così ti ho rivisto, ho ricordato i tuoi ricci e le tue spalle, ma in questo sogno non esci più dalle mie lacrime, sei rimasto nella pelle e cominci a farmi male, anche se è il tuo modo di abbracciare. Non ti ho dimenticato, non ti dimenticherò mai, lo vedi che ci sei, e con oggi lo sai.
Ero in camper, con un gruppo di amici che esistevano, che potevo anche non conoscere, mi circondavano, ma era come non lo sapessi, assomigliava a una gita scolastica e avevo un corpo adolescente, come la mente. Avevo una maglietta rosa e un paio di mutande e bighellonavo con altri nel camper, preceduto o seguito da altro camper, con altri adolescenti. Ci fermiamo e lì ti vedo, all’aperto su un tavolo sei steso, mi dicono qualcosa, io rispondo che ti conosco e ti devo vedere e mi devo fermare, non riescono a trattenermi, non ascolto ne’ mani, ne’ parole e scendo dal camper. Mi appari di spalle e sei come un Mantegna, un Cristo muscoloso, un Guevara caduto e vedo i tuoi riccioli neri e le tue spalle importanti, non ti vedo davanti, ma ti riconosco, come di scorcio, prospettiva fatta di angoli che sfuggono il tuo viso, ma conosco il profilo del tuo corpo e i tuoi occhi so che sono colore del sole e forse appena socchiusi. Dico, rimasta distante, quando ancora sono intenta a scendere: “Gli è già accaduto”, lo dico come se ti dovessi riprendere, ci sei già passato, poi chiedo al mio porta fortuna di bambina che ti salvi la vita e lo imbocco a carne cruda del mio cuore, vedo il cerchio di poca gente e qualcuno si affanna su te con massaggio cardiaco, qualcun altro mi dice che sei in coma. Ma poi mi dicono che ce l’hai fatta, ti sei ripreso, in quel momento mi sveglio, continuando a rotolare come foca da circo queste parole sulla mia bocca “lo devo chiamare assolutamente, è molto che non lo sento”, nel sogno non trovavo  subito il tuo numero sull’agenda o nel telefono, ma adesso ho gli occhi aperti e mi chiedo dove ce l’ho il tuo numero, mi sveglio felice con la voglia di chiamarti, e poi arriva d’improvviso questa giornata con la consapevolezza gelata che non posso, non posso chiamarti e non ce l’ho più il tuo numero, sei morto, sei morto quattro o cinque anni fa. E io ti ho perduto ancora, oggi. E ti ho anche ritrovato, ti ho trovato, ti ho perduto, poi mi chiedo di che segno sei, se me lo ricordo, e non mi ricordo, poi sì mi ricordo, sei dell’ariete. E POI PENSO ALLE TUE CANZONI, ALLA TUA CHITARRA, A UNA GIORNATA AL MARE A QUANDO TI HO VISTO PER L’ULTIMA VOLTA E PERCHE’ NON CE N’E’ STATA UN’ALTRA.

giovedì 8 settembre 2011

Un giorno in Aprile

Hai saputo di questa mia colazione, lacrime e marmellata. Desiderio di parlare ai miei gatti e spiegargli con calma che  questa casa dall’affitto in nero non è mai stata eterna, che i soldi che tengo nel barattolo di yogurt da 1 kg stanno finendo e che in qualche modo cambierà questo destino, ma mi faceva male il fatto che non posso veramente dirglielo, che dovrò solo catturarli un giorno e tornare. E ritornare adolescente in casa di mia madre e ringraziare. E poi c’è chi crede e non ci crede e pensa che magari ci marci, che se cercassi meglio un qualsasi lavoro lo troveresti, che forse è colpa tua, che forse è il tuo carattere, che vuoi fare la Principessa sul pisello. Così alla mattina, quando esci per portare la spazzatura speri di non incontrare nessuno per non ripetere le stesse identiche frasi di un copione conosciuto: “Si, non ho ancora un lavoro”, ma incontri tutti, tutti quelli che quando hai un lavoro non incontri, e sono tutti ben disposti, proprio oggi, a farsi un po’ di cazzi tuoi, i loro sguardi scettici, proiettili sottili che ti sibilano ai lati, incrociandosi veloci, e a te sembra di giustificarti, e quando sei in casa e hai appena chiuso la porta alle tue spalle, sospiri e ti vergogni, ma più che altro nei tuoi confronti, perché hai sentito di umiliarti. E questa mattina è piena di tafani e forse quest’anno andrò via prima della stagione degli scorpioni, e vorrei salutare le mie api e tutti i ragni. Mentre me ne sto seduta in un divano sfondato, da dove esce gomma piuma, dove il mio gatto Marcos ha più volte pisciato. E allora quest’anno forse i miei soldi in nero non ci saranno, e ci sarà qualcuno che per questo rinuncia alle meches sui capelli, io mi perdo il tetto per un momento. Ideali che si contorcono all’amo, come esca fresca per barracuda che vanno di fretta. E siccome non ho più niente da perdere, rispondo alle vostre domande, con un giorno di pura mortalità sulla pelle e consapevole come le macchie di viole nella Primavera, vi sbatto il mio corpo nudo in terrazza a godermi l’ultimo sole, e scuri che si aprono e chiudono piano, come le note di una brutta canzone: “Non ha un lavoro e se ne resta lì con le chiappe al vento, col seno che fuoriesce di lato, con questo vento, in questo caso!”. Non sono mai stata un quadro per famiglie, ho sempre e solo “turbato”.  Perché se la barca affonda puoi fare tre cose: nuotare con l’illusione di approdare da qualche parte, morire tra lacrime e grida, o morire col sorriso nel sole. Invece, basterebbe suonasse il telefono, un qualsiasi lavoro e potrei cavarmela di nuovo, riunire il vostro “coro” di facce perplesse, i vostri dubbi  a cappella e raccontarvi che forse starò qui un altro anno che è un immenso tempo per portare altro scandalo all’ipocrita vostro convento, al rione dei mormoni, ma non squilla questo cazzo di telefono, non so che farmene di tutto questo silenzio, sembra di essere morti in anticipo, di essere fantasmi che si aggirano su chi il mondo invece lo fa girare, lavorando senza avere la coscienza di lavorare. E chi lavora muore uguale, e chi lavora soffre uguale, e chi lavora conta le feste, aspetta l’estate, e intanto la vita gli mangia le ore, e chi lavora rinuncia ai diritti, agli spazi, magari a pensare, perché bisogna ringraziare e lavorare, sarai uno schiavo senza diritti ma almeno non muori di fame, sarò uno schiavo, si risponde di là, ma almeno io ho un’identità, guarda, guarda, la puoi toccare… Si, la tocco, Ma non ti fa male?
Sarò uno schiavo, riprende quello là, ma almeno io ho un conto in banca e la mia vita è chiara, lineare, senza sorprese, senza pretese, conforme alle regole, con onestà, c’è crisi, per altri, passerà… non passerà, non è un raffreddore del cazzo, aumenterà, e ci sarà un giorno, un giorno diverso da un altro, inevitabile giorno che la gente ridotta alla fame e a crisi di identità, privata di dignità, scoppierà, ci sarà il giorno che chi si sta per buttare dalla finestra, dirà: “No, prima faccio festa!” e andrà a sparare nel culo a chi resta, sotto la voce protesta o sotto la voce crudeltà. Ci sarà il giorno che la gente si incazza, sarà come accendere una miccia, sarà tardi per sistemare le cose, per risolvere con altre parole, sarà solo Rivoluzione, Rivoluzione! Sarà massa di gente che non avrà più altro che questa rabbia innocente e tra sangue e violenza si farà il ritratto, l’esatto ritratto di questo periodo storico di merda.

martedì 30 agosto 2011

Romeo & Juliet




Questa sera ho paura del veleno, della congiura, della prigione e della pazzia, che io non sia tua, che mi portino via, e lui rispose, questa notte ho paura del tuo nome, del tuo corpo, delle tue labbra, e lei: …dei miei seni, delle tue dita e dei miei pensieri, sto con la faccia sul palmo della tua mano.
Fai che lui mi porti lontano, dalle grida che sento dentro, quelle che mi lacerano ogni momento, questa sera ho paura dell’ipocrisia, questa sera non accetto la prigione, questa sera pesa come una minaccia, come una risata in faccia, come la fine delle canzoni, come l’inizio delle emozioni. Volevo fermare questo movimento, questa giostra impazzita, questa lotta di vento, le tue labbra perfette come un battito d’ali, la notte abbracciava i nostri due corpi come lame di luna, tu a guardarmi eri colmo di paure io più di nessuna, è stato come una danza e mi sono sentita sollevare in alto, sembrava il tuo braccio o era quello di un altro, i capelli mi cadevano a lato, lunghi fino ai piedi, immensi come un manto stellato, legati in una rete da pesca, io e te  l’esca, e quello che rimane se lo prenderà il mare, stelle marine, fiori spezzati, tentacoli impigliati, e noi addomesticati, gli occhi chiusi per sempre, chi l’ha detto che la morte non sente, che la morte non ha pietà solo perché ha accettato la nostra età, noi che l’abbiamo implorata di unirci per sempre.
Non ci sono strade nuove. Chi ama muore, chi ama muore. E deve volerlo fare, l’amore e la morte sono sorelle. Gemelle. Sai quando ami veramente perché la morte non fa paura, perché vivi la gioia più pura, e la gioia più pura rimane, chiede il pane chi ha fame, sei disposto a lasciarti andare? Sei disposto alla felicità più estrema che ti monta alla schiena e ti schiaccia il respiro, senza di te non vivo…
E poi l’umana paura come la preghiera, come l’umiliazione, fagli cambiare idea, fammi cambiare idea, e poi la rabbia feroce chi ama non ascolta voce! Chi ama conosce il coraggio, l’irrazionale, il sublime, la follia, l’improvvisazione, chi ama ama il suo nome perché si appoggia sulle labbra dell’altro e lì muore, chi ama ha gli occhi limpidi, le iridi bagnate di luce, di pianto, di scommesse rischiate, di parole azzardate, chi ama è ladro di pretesti, chi ama è guerrigliero, chi ama è come un cane disposto ad attendere il momento di un cenno, un comando, un lamento, chi ama fugge la vigliaccheria come l’assassino la polizia, chi ama guarda dritto in faccia, chi ama sfida il mondo e se stesso nel profondo, chi ama non ha pelle e neppure armatura, ma una purezza disarmante che attrae il più distante, chi ama lascia un odore, e tutti dietro a pregustarne il sapore, un codazzo di gente assente, che chi ama non sente.
E lui e lei con le lacrime alle guance, cominciarono una nenia folle, una veglia atroce attendendo la sorte:
 Purchè non ci separino, purchè non mi lasci la mano, purchè sia un tuffo veloce, purchè non mi manchi troppo la tua voce, purchè ci lascino per sempre vicini, purche’ non parlino più di noi, purchè ci lascino alla notte, ci lascino con i nostri sorrisi, i nostri progetti impediti, i nostri desideri frenati, i nostri cuori puliti e gli occhi sempre incantati, purchè si parli del nostro coraggio e che la vita è stata l’oltraggio, la morte invece ci ha dato la libertà, tutto o niente è di questa età, tutto o niente è stato un gesto veloce, scendeva il veleno sulla tua voce, scendeva il veleno a chiudererti gli occhi, scendeva il veleno sulle gambe e sul seno, scendeva veleno si allontanava il tuo nome, il tuo corpo si faceva più bianco, il colore dalle tue guance fuggiva, ma è rimasto a lungo sui tuoi capelli, sembrava avessi pescato coralli, impigliato fiori, pesci e conchiglie, il mare  e la terra per farti più bella, la morte ha stravolto la scena e poi tu eri ancora serena, non c’era più tempo per l’amore su questa terra, non c’era più modo di vivere l’incanto soltanto, la paura ha invaso tutto come il fango, come i singhiozzi sul tuo corpo già stanco, avanzava lenta, implacabile, senza guardare nessuno in faccia, gli ultimi momenti così dilatati, gli ultimi momenti davvero da soli, solo avere deciso per il salto ultimo già sembrava portare a terra quel paradiso. Toccarvi le mani, le dita intrecciate, quando ancora il sangue scorreva e sulla pelle si posava una luce calda, dire addio al mondo con i piedi scalzi, con i brividi addosso e la voglia d’amarsi, dire addio al mondo senza un permesso del clero, ma come puoi dire questo bacio blasfemo, quell’ultimo bacio fu più della vita, sembrò loro durare un tempo eterno, sembrò loro di sentire la verità, sembrò loro di assaporare la libertà, di levarsi in alto come per un gioco di prestigio su tutte quelle mani che altrimenti di loro avrebbero deciso, sembrò un bacio rivoluzionario, sembrò di vibrare una spada in alto, sembrò un grido che fece tacere il mondo, di colpo, lo bevvero d’un fiato e l’odio fu sepolto. Lo bevvero d’un fiato e fu per sempre, lo bevvero d’un fiato facendosi coraggio, lo bevvero con le lacrime perché ognuno uccideva l’altro, lo bevvero come si apre una porta, lo bevvero come si chiude una storia, lo bevvero per dirsi ti amo, lo bevvero come lo bevono in tanti forse perché amare è come morire ma non lo sappiamo più fare, non lo sappiamo più dire.



mercoledì 24 agosto 2011

Femmina

Femmina Anno 2011 Tempera su tela



Femmina, fiocco rosa sulla soglia di casa. Femmina in alcune parti del mondo l’infibulazione, femmina in qualche parte del mondo la lapidazione, femmina sopra il tuo viso il burqa quando tra i tuoi seni non è la croce, femmina senza religione, femmina uno stipendio minore, femmina figli da crescere, aborti da giustificare, femmina seduttiva per ottenere, immorale, femmina da condannare, da assecondare, femmina da tradire, femmina da soddisfare, femmina da ammazzare, femmina colpevole delle voglie di Adamo, femmina sempre all’amo, femmina da strumentalizzare, femmina costola di un uomo, femmina strega del passato, puttana del presente, femmina, femmina sempre, femmina staffetta, femmina maledetta, femmina di rivoluzione, femmina in reato d’opinione, femmina seni di latte, femmina sesso da sbattere, femmina in ogni luogo del mondo, femmina ferita, femmina emancipata, femmina ignorante, femmina laureata, femmina a 6 anni, femmina per sempre, femmina a testa bassa, femmina ribelle, femmina oltraggiata, femmina dentro la pelle, femmina da fermare, femmina da inginocchiare, femmina fino alle ossa, femmina come magia, femmina bendata, femmina sempre in silenzio, femmina esagerata, femmina ricattata, femmina sbandierata, femmina tenuta nascosta, femmina femmina nostra, femmina battezzata, femmina umiliata, femmina nelle intenzioni, femmina senza opinioni, femmina coraggiosa, femmina sposa, femmina madre, femmina a fianco dell’uomo, scusa, permesso, perdono, femmina perduta, femmina prostituta, femmina schiava, femmina sola, femmina ancora, e passi di femmina, respiro di femmina, pensieri di femmina, colpe di femmina, rabbia di femmina, femmina da desiderare, femmina da rispettare, femmina da consolare, femmina da proteggere, femmina da lasciare, femmina prigioniera, femmine, femmine a schiera. Femmina fiocco rosa sulla soglia di casa, femmina marchio rosa sul braccio alla nascita, femmina nella pelle, destino ribelle, reato nel sesso, angolo di mondo concesso, femmina un’eco lungo tutta la storia, malinconia profonda negli occhi schiusi da poco, un racconto antico, un nuovo gioco, spalle forti per sopportare, palpebre morbide come saracinesche lente, a chiudere gli occhi in questo presente, femmina che non parla, non vede, non sente, femmina lenta nell’amare, femmina vera, immensa come il mare, femmina vita, femmina canto e preghiera, femmina lasciva e nera, femmina come la notte, femmina per te solo botte, femmina gambe aperte dove si nasce e ci si diverte, femmina, femmina, femmina, femmina da dipingere, femmina da scrivere e cantare, femmina è bene, femmina è male, femmina seduttiva, femmina vecchia, perla bambina, adolescente lolita, femmina femminista, femmina premio nobel, femmina per sempre qui come altrove, femmina fiocco rosa sulla soglia di casa da qualche parte è infibulazione, da qualche parte prostituzione, da qualche parte divinità, da qualche parte è stregoneria, femmina come la morte, femmina per sorte, femmina grida il tuo nome, urla da lacerargli gli orecchi, buttali nei nostri incubi, legali stretti ai tuoi sogni, falli cadere dalle tue lacrime, che siano ultime carezze alle guance, femmina scusa e pretesto e ogni impeto è ammesso, femmina come ninna nanna, femmina come la vita e la morte, femmina che tiene le mani di questo girotondo infinito, femmina che mai si riposa, femmina i tuoi occhi prendono la mira, femmina bandiera e poi femmina derisa, femmina piena d’amore, come mai trovi nelle parole, come mai trovi nei gesti assenti, femmina che raccolto nel tuo sguardo è lo sconcerto di ogni azzardo, sul tuo cuore, sul tuo corpo, femmina, femmina a torto. Femmina provocazione, femmina malinconia, femmina molestata, femmina portami via, che femmina è solo il tuo nome.

martedì 16 agosto 2011

Le coppie

Ora lo so che sono fatta per restare sola, la Corsica bene o male mi da’ sempre risposte, sono fatta per amare anche per sempre, ma poi ho necessità di ricordarmi di essere comunque unica e sola, senza compenetrarmi, senza essere più una metà di qualcuno o qualcosa. Ognuno deve vedere la sua Corsica, sentire l’isola propria, come ci camminasse solo, la respirasse solo. Non ce la faccio a respirare per mano, a guardare per mano, finisco per non respirare, per non vedere, per passare e basta. Ho i miei paesaggi, ho gli occhi di una mucca e mi basta guardarci dentro, tra quelle languide ciglia, in quel ruminare calmo, incedere d’incanto, io in questo ho  visto già, amore mio, l’intero mondo, senza essermi mossa di un centimetro. Basta saperlo. E ho fatto un quadro di una ragazza con piccoli seni bruni e capelli colore della cenere, che uscita dall’acqua, con un gesto veloce ha coperto il corpo nudo di arancione, aveva fianchi pesanti e un seno infinitamente piccolo, quasi incavato nelle spalle che erano come monti a racchiudere conchiglie, e pure lì è finita la Corsica. In un ramo a forma di serpente e nell’essere io ora uomo ora donna, ora sasso o perfettamente niente, per fare parte di tutto. E ora lo so, da qui, come sempre, che mi basto, che sopravvivo a tutto comunque. E’arrivata come un’onda piena di alghe che mi sovrasta e io china con la mia famiglia accanto, che dico “ora passa”. E’ arrivata così la risposta a nessuna domanda, che era poi l’eterna incertezza. Avevo nostalgia di me, eccomi tornata. Che ti piaccia o non ti piaccia non importa, questa è la tela già disegnata, non si può ritoccare, solo guardare. Le coppie, le coppie che mistero, si mangiano a piccoli bocconi la libertà, dicendo che è amore, che è compromesso, che è quasi perfetto e non sentono che perdono pezzi per strada. Se volassero liberi, ognuno nel proprio cielo, allora sì, che un incontro sarebbe davvero un incontro. Sanno parlare d’amore le coppie e senza conoscerlo, sanno parlare di niente, fino a spegnersi e cercare appigli, persi da sguardi vacui e spenti. Per non essere questo bisogna allontanarsi spesso. E tornare quando si ha voglia e bisogno, nient’altro. Porte spalancate questo è l’amore, porte spalancate, finestre che sbattono per il troppo vento, nessun orario, questo è l’amore, questo temporale col sole. Ma poi ci si fa violentare e ci si dice “in fondo mi piace”, “in fondo ne ho quasi bisogno”, c’è una tale libertà nel non reagire affatto e nel farsi stuprare il cervello..quasi dormendo. Non importa, a volte può servire per alzarsi e capire. La propria natura alla fine esce sempre, e la mia, coperta di alghe che scivolano lungo gambe e caviglie, come corde appena tagliate, che a fatica scivolano via, la mia natura si è svincolata da tentacoli molli, qualcosa muore, qualcosa muore affinché tu possa scivolare via. Sento i lacci staccarsi e il loro rumore e i muscoli delle spalle inarcarsi e il mio corpo..via libera..E le coppie..tutto quello che non si dice, fino a morire..E le coppie che sognano in tandem e solo chi è davanti sceglie le vie, e le coppie gelose delle proprie prigioni, e le coppie che collezionano battaglie perse sognando di vincere poi le più grandi guerre. E le coppie paura di stare soli, di fare parte di statistiche, di non concedere figli alla terra, le coppie legate al tempo, ai giorni… ti libererò da questo, liberandomi io stessa, farò in modo che non ci finiremo, sono diversa abbastanza per tentarlo. Ti spiegherò un percorso diverso e conoscerai il mio di coraggio, consiste nel diffidare delle onde lunghe, del vento forte e di fermarsi spesso durante un percorso ad ammirare il paesaggio, consiste nelle lacrime che le ferite trattengono e bruciano come farebbe il sale, consistono nel diventare un granchio agile che si nasconde bene dove l’acqua sbatte e dove il colore delle proprie macchie è il colore esatto dello scoglio che ha scelto.

domenica 24 luglio 2011

Senti....

Scusa ho la pelle troppo sottile e troppi sono i sentimenti in contrasto, sempre in lotta per lo spazio che io non ho più, una questione di territorio, il fatto è che non basta questo mio corpo. C’è un uomo che mi regala tele e mi pensa leggera, quasi serena, io sorrido… ma si forse sono leggera in fondo pattino sopra le mie ferite, aspetto le mie visioni, cadono dall’alto a dispetto di ogni progetto, sono bagnate come la neve ma hanno sapore di sale, come le lacrime che sono del mare, diventano un velo sottile sulla faccia, scendono dalle labbra alla gola, e credimi che sono qui che vorrei anche chiedere scusa, ma cosa significa davvero? Scusa di essere io? Scusa di non essere te, scusa di questa rabbia, scusa di questa gabbia, scusa dell’idea di rivoluzione che mi mangia ogni mattina il cuore, ma sai ho cominciato un viaggio che fa parte dell’odio come dell’amore, come della rabbia, non ci sono sudditi, non esiste chi comanda, non finisce bene o male, non c’è un principe da salvare, principesse a cui assomigliare, è una storia che fa freddo, che ognuno può decidere di vivere e che forse non ha senso raccontare, comincia con la fine, tanto che non si sa bene dove poggiare il piede o cosa è meglio dire, e poi questo viaggio è al buio e non ci sono magie, però neppure nemici, se non in quello che ti dici. Vorrei che non avesse censura, che non avesse paura, vorrei stillare sangue se è necessario per capire un ideale, vorrei mostrarti la parte nera perché è pure lei vera, perché se la tieni nascosta si ciberà  di te  dalle ossa.
Vorrei, verità, vorrei non ci fosse pudore ma in fondo neppure volgarità. Ma non senti il peso di questa cultura, questo caldo, questa paura, questo ringraziare, salutare, pagare, ossequiare, respiri congiura… A trascinare il tuo aspetto come un peso morto in difetto a pretesto dell’ora di andare, per essere qualcuno in un centimetro per un centimetro di concetto di chi nell’ora senza tempo ti starà a giudicare. Che risata, come ci siamo rubati la vita, a vicenda in un gioco perfetto, un incastro da maestro, un piano machiavellico, un’arte sottile, raffinata, leggera e mortale come tela di ragno, stiamo neri avvolti di solitudine a contare i battiti ognuno del cuore dell’altro. Scacco. Matto. Non siamo nati per essere felici, ne’ sereni, troppo scemi, corrotti, astuti. E’ per questo che ho idee imprudenti, e che trovo in quest’ordine di cose la vera pornografia e la poesia sta nei sorrisi timidi e modesti, quasi a scherno di se stessi di chi ancora non ha abbandonato i propri sogni nonostante questa goliardia, nonostante il coprifuoco, le ronde della polizia, la dittatura del “lascia che sia”, e così sei tu amica mia, si tu, con la tua malattia, che da questo angolo di mondo che hai spostato per cortesia hai tentato pure di girarci intorno senza farti portare via, come un bambino segue una giostra un giorno, sente il vento, la nostalgia, e tutta la vita resta sempre felice perché un’immagine gustata fino in fondo chi te la può portare via.
E tu
ti muovi in quel dipinto e se ti guardo io lo respiro. E tu con la tua semplicità hai urlato
Ma è questa l’immortalità…
E’ stato così che mentre il mondo attorno cadeva, tra il fumo, le bugie, il sangue e le strategie, noi due si rideva a guardare un passaggio di gente la sera, è questa l’immortalità, un momento di gioia non ha età, non ha sesso, non dipende neppure da quanti soldi si ha, non è un fatto di identità, guarda è questa l’immortalità, quello che io ora tocco di te, quello che sempre vibra dentro di me, è questa lealtà, questa libertà, un momento rarefatto e perfetto dove hai finito le domande, non è privo di un dolore, un dolore distante, lo senti, ti dicevo questo e ti tenevo le mani, è come un retrogusto questo dolore, perché troppa gioia non si può contenere, in qualche modo deve sfiorarci il cuore e questo, questo,  fa anche male, non siamo abituati, no, non siamo abituati ad amare. Amare. Senti. Fermati e senti. Senti tutti quanti. Sentili tutti in ogni parte del mondo venire avanti, tocca i loro sogni, persino i loro drammi, guarda che sorpresa siamo tutti la stessa cosa. Da domani ci si odia, e tutti siamo la stessa cosa, questa è l’immortalità, un istante quando ti rimane dentro per sempre, quella punta di dolore di cui non può fare a meno l’amore. L’amore è un buon sapore solo che scendendo nella gola fa male. Mi passeresti il sale? Vorrei vedere se a metterlo sulle ferite posso cancellare il dolore con la quotidianità.

mercoledì 29 giugno 2011

Pillole di cianuro

Particolare L'Origine 2011



Agosto 2010

Ti spiace se mi fermo un momento, se siedo sulla croce di legno e scambio una qualche opinione col vento? Tranquilizzo la mia pazzia.
Ti dispiace se sento che mi sfugge il concetto di eresia come quello del momento.
Ti dispiace se osservando i miei piedi trovo conferma nel non c’entrare affatto con l’apparenza che mi circonda, le mie parole ora sarebbero tegole rotte, panni ad asciugare, abitudini quotidiane, il sangue dovrebbe portare i pensieri dalla mente fino ai piedi, dovrebbero cavalcare attraverso le vene, essere gettati fuori dal cuore, pulsare, ora il mio sangue è misto a pioggia e tu nuoti in questo mare rosa.




Agosto 2010


Da una parte c’è Nietzsche, Galimberti, Terzani, Krishnamurti e dall’altra non c’è filosofia che tenga in una giornata di merda.

Sono figlia di generazioni di assassini, sono farfalla dopo mille anni di bruchi, mi sono scivolati dal corpo più di mille vestiti a cadere come sacchi vuoti su piedi nudi.
Pago il gettone della mia pazzia e che la doccia sulla pelle duri abbastanza tempo perché io  abbia ancora coscienza di me.

C’era una volta….l’ennesimo stronzo a raccontarmi la favola solita, c’era una volta chi pretendeva filosofia dalla rabbia, sono figlia di infiniti stupri, di un rutto dopo una risata, sono al cospetto di una stanza dall’odore di vecchiaia, c’è un carion rosso aperto e una ballerina bianca che ne ha piene le palle di girare senza espressione.
Chiudo gli occhi sono figlia di troppi battiti d’ali. Sono figlia di clessidra, di sabbia di mare tra le dita, di sale sulle ciglia, sono figlia di pozzanghere di mascara nero colato sulle guance, figlia di cento pugni, figlia di più ricatti, sono figlia di occhi scuri, di topi avvelenati, figlia di tutte le fughe e poi figlia di tanta impotenza e poi figlia di giornate di merda e poi figlia di pioggia o di sole e poi figlia di queste parole e poi figlia di un bacio di Giuda. E io a tagliare cordoni ombelicali, perché i padroni sono tutti uguali, come uguali sono gli amori, come simili tutte le prigioni, e io a tagliare cordoni impazziti, ma è nel cuore che mi hanno intaccato, gocce di vino rosso sul collo, era la tua lingua? Ho chiuso gli occhi e il battito cardiaco era tra le ciglia. Gli squali sentono l’odore del mio sangue, si spande lento come capelli nell’acqua si allargano piano, il sapore li colpisce dritti al naso e tu a dirmi che la vita è soltanto mia, ah si? Come mai io non l’ho mai sentita.


Pillole di cianuro


Le api sono in estinzione come il miele nelle tue parole.


Abbi sempre paura di chi ti versa da bere.

Se da piccola mi avessero detto, sarà un artista, almeno sarei stata preparata alle vertigini.


Avrei voluto risponderti a tono, ma al momento avevo il frigo pieno di pensieri andati a male.


E scusa se non ce la faccio a disprezzare la mia vita, del resto  mi è già costata un certo numero di reincarnazioni.

Non sarò mai una poetessa non sono abbastanza stronza.


Dirti che vorrei avere un ruolo più adeguato davanti ai tuoi occhi di cioccolato, dirti in fondo così va bene, meno maschere meno pene, dirti che aspetto che torni e spero che te ne vai.

Cos'è un ricordo? Un'immagine falsata della realtà, dove i sentimenti hanno preso il sopravvento di quella che era semplice verità, ma meno interessante.

lunedì 27 giugno 2011

L'Origine

All’Origine.


All’Origine era il seme non il frutto, all’Origine io ero tutto. E i colori erano libera interpretazione come i rumori, la scatola cranica era troppo sottile come guscio d’uccello, e non c’era spazio per pensieri pesanti, qualcosa di vischioso che prendeva esatte proporzioni senza nulla sapere delle proporzioni, occhi cerulei che catalogavano ombre senza sapere ancora come, senza sapere che fossero ombre e il rosso doveva avere un sapore sulla lingua, e la lingua che deglutiva soltanto senza parlare. All’Origine sei qualcosa di raggruppato e onesto che sbatte le braccia   a caso e sorride senza sapere del sorriso e piange e grida per istinto…perché così si comincia. Gridando. All’origine c’è che penso troppo per lavorare…All’Origine la tua mano poggiata per scherno a pochi centimetri dalla tempia a indicare gocce di sangue su un lenzuolo che era vanto bianco, io ero poggiata di testa sul mio braccio,  sdraiata, le gambe aperte, le mie labbra rosse come frutto di sangue e parole giuste per il silenzio e sazie dell’eccitamento, parole che davvero sento. All’Origine era la donna, la donna e non la croce, dita alle labbra a imporre il silenzio, all’Origine era lei la paura oscura, all’Origine hai chiamato uomo e Dio qualcosa a cui non saprei dare un nome io, All’Origine l’unica tua preghiera balbettata era tra le gambe, All’ Origine il primo tuo grido per esistere era tra le gambe, all’origine dell’incontro con la morte sulle tue labbra a sussurrare era il  nome balbettato dell’unica donna che ti ha fatto nascere, All’Origine la vostra paura le ha messe in croce, sotto ghigliottine, le ha arse vive, all’Origine era la paura di questa fantasia, all’Origine era la paura della creatività, all’Origine la paura della vita che da’, all’Origine la paura della libertà, all’Origine la paura del tradimento e dell’infedeltà, all’Origine la paura della parità, all’Origine la paura della sensualità, all’Origine avete picchiato, all’Origine avete stuprato, all’Origine della vostra viltà, c’erano dita puntate e maschili e persino donne puerili a cui avete comprato la testa o quello che resta, avete bruciato, ucciso, stuprato, violentato, offeso, ingannato, trucidato, umiliato, avete saccheggiato il cuore e gli occhi, avete interrotto spazi e offeso i sogni, pur di non ammettere L’Origine di voi stessi e dei vostri incubi, avete preferito un uomo onesto in croce, qualcosa che potesse giustificare meglio il rancore, avete preso la religione e avete vestito la vostra paura, con cura, avete relegato la donna sempre in secondo piano, e quando era alla vostra altezza era soltanto un gesto umano, qualcosa di magnanimo, che grazie a un uomo non sarebbe altrimenti accaduto… All’Origine c’è che sto male, si penso troppo per lavorare, all’Origine c’è questo sangue tra le labbra, queste labbra tra le gambe, e la bocca sigillata con il segreto più importante, nonostante, oggi, ieri, domani, all’Origine ci sono queste grida, queste ferite neppure più mie, e tu a indicare il sangue, e io a guardare il vuoto, non so da dove viene, non so se è importante, ferite aperte come sensuali labbra che puoi fare tacere o godere, non puoi umiliarmi,  sono morta tante di quelle volte in tante di quelle vite, sono sangue le parole, sono parole le ferite, e bugie sciolte mi scendono dagli occhi, all’Origine erano sorrisi, all’Origine erano vagiti, all’Origine anche grida, perché è così che si comincia, all’Origine era il seme e non il frutto e io ero tutto, all’Origine non c’era magia, il paradiso tra le gambe e l’inferno a succhiare latte, e l’inferno a pisciare in piedi, all’Origine ti ho protetto da tutto, ho ritratti sospesi sulle labbra, mastico rabbia. E più del veleno che sempre riconoscevo, tu infliggevi dolore con parole di miele, ti pendevano da labbra asciutte e denti bianchi e perfetti come confetti di promesse avanzate, scartate durante le feste perché ce n’erano tante, persino troppe… e parole che tu sapevi buone e facili da deglutire, come un fiore aperto ti scivolavano umide sulla lingua, vischiose e calde come parti di sole rappreso e io ci credevo. E quando non erano le bugie, erano ipocrisie, all’Origine era solo una donna, all’Origine era quella che chiami femmina, all’Origine era quella che dici puttana, all’Origine era quella che vuoi santa, all’Origine era la strega e poi la fata, all’Origine era la mamma e poi l’amante e la figlia, all’Origine della tua meraviglia, all’Origine qui tra le mie cosce . Ciechi i miei occhi oggi alla tua messa in scena, che la colpa ti apra la pancia e ti ferisca la schiena, ti indicherò ogni offesa da te avuta avrò le parole nelle mie dita, la mia rabbia inesplosa sarà poi colore, le tue parole gettate si muovono tanto, sono vermi che succhiano il sangue le lettere da te usate per dire t’amo, cercano di sopravvivere disperatamente, mangiando il mio corpo che tu hai ucciso da sempre, si contorcono senza dignità, non sanno del loro significato, sono il parto sbadato di un uomo che per fretta le ha dette, stupendosi l’attimo dopo, rimanendo a guardare quello che per un errore non aveva fatto in tempo a inghiottire, ma guarda le avrei dette perfette, ora prova a ricacciartele in gola, se non sai neppure a dirle che cosa si prova, se non sai neppure l’effetto che possono fare come gocce di limone su sangue a pulsare, e così uomo perfettamente dipinto, userò per te i colori migliori, dipingerò il tuo volto con la sensualità che conosco, poserò ogni mio desiderio nascosto, farò atolli dei tuoi grandi occhi, farò l’amore con le tue labbra quando ci galleggerà il pennello, sentirò ogni desiderio sdraiarsi sulla tela bianca e poi disegnerò il tuo sesso quale è, un gioco a molla. Guarderò il cielo pieno di promesse, sarò baciata dal sole, la gonna tirata su fino alla pancia, una farfalla che vola tra le cosce, la danza delle vite interrotte.