domenica 23 luglio 2017

Pressione

Eloisa Guidarelli foto-grafica



Pressione
 
Un brindisi alla vita e a chi ha avuto il potere di rovinarmela perché ha significato abbastanza. Un brindisi a ogni follia, oltraggio, sbaglio, azzardo, abbaglio, torto, che ho portato dentro in un alibi di vento.
 
Mi muovo in una Venezia nera, dove imbarcazioni strisciano sull’acqua, nel regno che il vetro e il fuoco dividono con la bruma, ho il cuore d’ossigeno, e maschere di carnevale a ubriacarmi la vista, assassini fuggono con cavalli di vetro e giostre ruotano sull’acqua sempre più alta della città sommersa, è una commedia dell’arte a parte, di pirati ospitali, seduti e ingrassati davanti alle porte, è un tesoro di pirite per turisti innamorati di sogni perduti con sandali infantili, decisi a spendere il loro stipendio per tornare indietro anche solo un momento e ritrovare se stessi dentro un cappello di paglia o in una sfera di neve, dove il futuro non si vede, ma almeno sembra di poterci stare a galla. Mani prensili tra ciondoli colorati, per trovare la meraviglia che ti rassomiglia, quel prisma di luce da portare sul petto per avere l’illusione puerile che lì le favole possono cominciare e non solo finire. Gli oggetti. L’immortalità degli oggetti, qualcosa che resti. Che si può trovare, passare di mano in mano, regalare, avere in mano la storia e toccarne la forma, potrebbe essere un pianeta che ti giri tra le dita, la biglia di vetro che ti lascia incantata. La sfera trasparente dell’estate sull’autostrada di sabbia, creata dal palmo della tua mano, gomme da masticare, palline colorate con dentro sorprese, una moneta per un tuo desiderio, una moneta per questa bugia di seta.
 
 
 
 
 
Dobbiamo avere ereditato la morte perché potessimo renderci conto della vita, non l’avremmo mai apprezzata altrimenti, siamo sinceri, non l’avremmo neppure capita, non siamo nati per l’immortalità, non ne abbiamo le qualità, la nostra anima è tagliata male e chi la spaccia non va troppo per il sottile, ho ancora angoli bui e vita negli scorci di luce dove un’idea si riduce alla perfezione del minuto e il pulviscolo che ci galleggia dentro fa parte di quello che sento, ho sempre brividi alati, incubi, vertigini  e sogni portati da pipistrelli Re Magi al dio dei lampioni notturni, mappe degli ubriachi, orme fisse di luce per i perduti, prigioni e illusioni per falene con ali di polvere, ho ancora sete e fame ed espedienti, giocarmi una danza dei sette veli con falsi preti, passi furtivi nei vicoli del pesce e dei mercati delle ossa esposte e delle anime fresche con le coscienze tagliate da consumare in giornata. Si vendono passere di mare e la fantasia comincia a navigare. Il male è questa moralità serpeggiante che avanza, è ai fianchi, sibilante sopra la testa, ti segue saltellando sui tendoni delle fiere, nel piazzale assolato, negli androni deserti, nelle finestre arrese, scivola sopra gli ombrelli, posa labbra sui tuoi tacchi alti, sulle tue trasparenze, è lo sguardo tangente alla tua scollatura che ha mani per sollevare lembi immaginari, la moralità è un guardone che spia ogni tuo movimento e se lo mena in silenzio, additandoti “strega” , responsabile diabolica del suo stato attuale, tu sei per la morale sempre e comunque da condannare, tu sei la libertà, il pericolo, l’autenticità, lo schiaffo in piena faccia e sei la minaccia, il nemico per la disonestà altrui, attentato alla bucolica pace, la morale è come il catrame sulla spiaggia, l’umidità troppo alta che richiama zanzare e ti fa respirare acqua, la moralità bava aderente, si indossa e non si sente, si avverte un disagio, un senso di costrizione, un urgenza di evasione e la percezione che se fuggirai ti spareranno alle spalle. Gli amici, solitamente lo fanno.  E’ questo il male. Tutto.  Il vostro giudizio aguzzo, l’abito austero nero, il vostro potere viola, l’ipocrisia alla base del vostro pensiero, le vostre dita censure, il vostro sguardo basso, come se un desiderio sporco potesse svignarsela inosservato, il vostro buco della serratura, la vostra paura di essere scoperti, le mani sudate anche quando non è estate, la vostra indecenza in quell’invidia molle e pigra che vi porta alla deriva, falliti senza averlo capito di un traguardo concesso a tavolino, portate corone di cartapesta e sopra di voi sciacalli ridono della vostra fantasia morta di fame tempo fa, le vostre labbra accuse,  i vostri denti cancelli automatici, di giardini privati su privati accordi, salotti e tragedie, aperitivi e guerre, che la digestione vi sia lieve, quando è una cena a stabilire chi vive e chi muore, perché lo sappiamo da sempre che la guerra ad alcuni arricchisce soltanto, che c’è chi ingoia un’ostrica con lo spumante e chi muore con armi chimiche, e tutto quel popolo che si inchina beato mostrando al sole il culo che vi ha appena dato, per la tranquillità. C’è troppo oro indossato per la vostra credibilità, le vostre dita preghiere sono anemoni urticanti e se ci fosse  Cristo,  oggi starebbe con i migranti, starebbe in mezzo al mare, non morirebbe sulla vostra croce, ma potrebbe annegare, sarebbe figlio non di un Dio implacabile ma della speranza, di ogni madre stanca che aspetta con il cuore in esilio di sapere se è arrivato quel figlio. E un Nettuno affranto lo porterebbe tra le mani come un padre impotente, come un padre gigante, una scultura vivente di conchiglie e coralli, ferite e cicatrici, pelle dura di balena sfuggita ad arpioni mercenari, un enorme bronzo di Riace possente abituato a comunicare con delfini e orche e a scatenare la sua rabbia sulle barche, lo poserebbe quel figlio ereditato senza passaporto proprio sotto le vostre colpe, all’ombra del vostro sguardo. Lo farebbe con delicatezza, come fosse di vetro, un vetro di Murano, nato dal soffio e dalla fantasia di chi per pietà se l’è portato via, come un padre con il proprio erede, sfiorerebbe quasi con imbarazzo e paura quel volto sfinito, finalmente arreso, con maniere così trattenute, come assorte, che a volte si ha come il timore di fare male alla morte. Poi si girerebbe e tornerebbe negli abissi per cercare tutti i nomi appartenuti a ognuno di quegli uomini , occupato a creare  la sua Atlantide priva di filo spinato e confini, dove abbracciarsi e salvarsi la vita non saranno considerati reati. Si terrà la testa e piangerà tempesta sulla vostra coscienza e indifferenza, si terrà la testa e canterà i loro nomi come di figli sui cavalloni. E lancerà sguardi furtivi e complici agli squali, che porteranno fieri le taglie tra i denti dei veri delinquenti da sbranare, quelli che non vogliono aiutare.
 
Siamo tutti qui con occhi bovini di incredulità ed orrore a fare appello a una sentenza che ci porterà al macello, e le sentenze sono sempre dittature oliate dove il boia sacrifica le sue anime migliori per conservare il museo degli orrori attuale, e poi soldatini a sfilare nel silenzio dell’ordine e della stabilità per la massificazione e il livellamento della società e bandite per sempre le parole verità e libertà, bandita la cultura, l’arte e ogni forma di ribellione che potrebbe destabilizzare questa oliata bugia sociale,  questo nuovo ordine cosciente, se io ho tutto è perché tu non hai niente.
 
Si ripete la storia e la sua follia, la sua banalità e vigliaccheria, e non mancheranno eroi vicini e lontani che moriranno senza diventare anziani, che saranno bandiere, chimere, ideali, poesie, dipinti, canzoni e anniversari, commemorazioni, ma tutto si ripeterà, giorno dopo giorno, come autismo.
 
 
Lei ha il diritto di rimanere in silenzio. Qualsiasi cosa dirà o farà potrà e sarà usata contro di lei in tribunale.
 
Ma non è sempre così? Qualsiasi cosa che dirai o farai potrà essere usata contro di te.
E tribunali ce ne sono sempre, tribunali di famiglia, di amici e parenti.
 
 
I tuoi occhi deserti di neve
 
parole arrestate in gola come elemosina sorda
 
mani contro il muro gambe divaricate
 
pregiudizio che scende tra le scapole
 
 
l’arte è un messaggero che può attraversare secoli
 
e viaggia sopra ogni condanna
 
perciò mentre sei qui a perquisire ogni millimetro del mio corpo
 
per avere le prove della mia colpevolezza
 
non troverai mai l’arma del mio malcontento, e tutte le impronte digitali sui miei ideali.
 
 
 
 
Ho ancora vita e destrezza per bilanciarmi con rinnovata coscienza in questa vita, privata di proteine nobili, che nobili non erano, un po’  come il tuo stato ora, nel salone sbagliato, ad attendere ospiti che non hai mai invitato, però guarda posso lanciarmi veloce “senza mani, senza piedi, senza nome e senza croce”
 
Pensi che non possa muovermi di qui, perché il tuo sguardo mi ha inchiodata, perché il tuo confine mi ha esclusa? Ho scimmie alate dentro i miei muscoli, posso fuggire rimanendo a fissarti gli occhi, senza muovermi, ho risate oscene di iene e percepisco il tuo desiderio avanzato sotto il sole e avrò coda di sirena per una virata d’effetto nell’attimo giusto.
 
 
 
Se non fosse che ho il senso del peccato sospeso sulla schiena, e se lo schiudo appena posso librarmi in alto, e soffioni, altalene di capelli , mulinelli di foglie, di prigione in prigione ho occhi sbarrati per sottrarne illusioni e miraggi, siamo sempre prigionieri di qualcuno o qualcosa, quando non è una passione, un ideale o un’idea da realizzare, una chimera, un sogno, un bisogno. Collezioniamo dipendenze.
 
Soltanto,
ogni tanto,
dalle sbarre,
entra odore di rosmarino o di erba di macchia, e allora percepiamo la libertà.
 
 
Varcare un cimitero in un pensiero privato,
passare in mezzo a quello che è stato,
chiedere aiuto a tutti i morti, scambiare fendenti nei passi raccolti con angeli e diavoli purché mi si ascolti.
Vengo con rami di cotone nelle mani, ma tu rimani.
Vengo con ali alle caviglie, per voli corti tra sabbia di conchiglie e foglie secche, vengo in pace, porto una bandiera bianca su un ramo di balsa, porto negli occhi le meraviglie, le lacrime sono scese compite come spose, sconvolte come streghe, per la scala a chiocciola della conchiglia rosa, un ombelico fossile, dove posare le tue labbra per intercettare l’idea del mare, l’orgasmo del sole, ho un velo sospeso nello sguardo, che si alza con il respiro caldo, restano scogli con fessure oscene dove cantano sirene e duemila leghe sotto i mari di pensieri censurati
 
 
 
Il lutto non è nel colore
Ma in quello che manca, in un condizionale che stanca, nello sfibrare lento delle ossa, non sono mai le condoglianze, neppure le frasi di circostanza, è il tuo odore che inseguo perso nell’aria che manca.
Non ho una preghiera particolare perché non ho un Dio da adorare
Non ho una preghiera speciale come se questa morte fosse meno naturale
Non posso passare avanti agli altri come chi fa il furbo in coda, come se il mio dolore fosse più urgente
Ma il male si sente
Non ho fiori finti per incantare un’idea, per incartare la mia cortesia,
non ho fiori veri recisi, né rivoluzioni francesi per corolle innocenti, a capo sciolto, nel vento, perché mozzare loro il capo non cambierebbe il fato e questa realtà.
Ho occhi pieni di nubi, ho sguardi di rabbia, dovrei arrendermi ma se lo facessi mi sembrerebbe di mettere una taglia sul nostro amore perfetto.
Ho lacrime in incubatrice e da fuori chi vede mi pensa anche felice
Se Lucifero  potesse dare alla tua malattia il foglio di via cenerei con lui alla prima osteria.
Intanto il cinismo costruisce intorno al mio dolore una gabbia, lentamente come edera mi sale dalle cosce, accarezza la corteccia a cascate interrotte, sotto un cuore che non avverte dolore, mi ciba, mi alimenta di quieta indifferenza, perché aprire gli occhi ora significherebbe sanguinare per ogni minuto del tuo male.
Preferisco il peso dell’acqua sul collo arreso a un massaggio costante per alienare la mente e portarla distante.
 
Che il vento mi spieghi daccapo qui come ci sei arrivato, quale angelo, quale incanto ha portato il tuo cuore a battere nel mio inverno in eterno.
Il dolore brucia più del fuoco ma il mio sguardo è solo cenere da spargere al vento, purché sia il più tardi possibile e mi ingoio l’idea.
Ma che tu un giorno possa essere sassi, acqua di mare, polvere, sabbia, sale non mi serve per dio a meno che non lo diventi anch’io.
Ora pipistrelli e gufi corteggiano pavoni e la notte vuole amare il giorno fino in fondo, la morte pretende e in questo tiro alla fune bestiale, lei ha la forza di cento braccia e io lacrime al posto delle dita mentre stringo la tua vita. Se potessi distrarla con qualsiasi cosa, se potessi comprarla, vendermi anche ora. Se potessi come d’incanto armarmi di ogni sopruso e pianto, se di questa tortura mi tornasse l’armatura e mettermi al centro del pozzo nero, e trasformare il destino in un brutto pensiero. Se nelle foglie d’autunno potessi fare scorrere linfa, se fossi eretica e fiera e abiurassi questa sentenza senza appello, se mi facessi ammazzare in questo duello, se potessi distrarre il tuo acerbo male facendomi correre dietro in modo che tu possa scappare.
In modo che tu possa scappare.
Se la morte si potesse sedurre.
O si accontentasse di nomi fatti, glieli darei tutti,
che la corte marziale è l’assenza di te
Ma non servirà che io urli fino a lacerare il mondo, che mi offra come preda e chi se ne frega se non ci invecchio qui, meglio così.
Non posso neppure collaborare con il nemico, essere la spia all’interno della dittatura, vendermi alla polizia, prostituirmi, inventarmi mille e una notte favole concesse per evitare la ghigliottina, e non avrei abbastanza purezza per un sacrificio agli dei, ma è  con i caduti che scambio confessioni, è con loro che cerco la fuga da una sacralità di facciata, perché anche la bestemmia che arranca si veste d’acqua santa.
 
 
Se mancherai tu nessuna notte sarà più perfetta.
Persino la luna  sarà diversa, non può essere la stessa,
dove vanno le pantere con il cuore colmo di dolore, a fare le fusa  a querce testimoni di orrori quotidiani, quante vite ti possono strappare dal cuore senza apparentemente lacerarti la carne, quante volte si muore con il profumo di limoni, tante volte quanto i minuti stanno nelle ore, tante volte quanti secondi in un solo minuto, e mi avvolge, mi avvolge, e mi cammina a fianco. Odio l’eternità di questo dolore. Se è vero che esistono patti col diavolo, questo diavolo dov’è? Dov’è quando serve, quando… va bene mi arrendo, contrattiamo, cosa cambia è una vita che lo facciamo. Tutta la vita si vende l’anima bene o male, ma ci sono funerali impossibili da concepire, figuriamoci da assecondare, dove restare è peggio che andare, e te ne stai lì come davanti alla statua della Pietà, e sulle ginocchia hai tutti quei corpi, in anni, in momenti diversi, le stesse gambe, la stessa testa reclinata, la stessa arresa, la stessa coscienza, non la stessa santità, ma in questa cappella d’orrore e incenso è lo stesso momento, non c’è la distanza del racconto, manca il lutto elaborato, il distacco della scultura, della pittura, dell’arte, fanculo questo è un male a parte, vorrei fosse un affresco, vorrei poterne prendere atto, ma non ce la faccio, non ce la faccio. Tu morte, sai come colpire alla gola. Mi sembra di avere brace nelle vene, il mio sorriso che vive di briciole concesse, di momenti ideali, morte lo sai io so fare di un minuto l’eternità.
 
Ma lei o lui ride già, come solo sa farlo un’entità e io bilancio un ridicolo fioretto tra le dita delle mani e la lama si sospende ripetutamente come farebbe un tuffatore prima di saltare.
 
Conosco il vuoto e tutti i suoi secondi elastici
 
Ed è in uno spazio temporale astratto, che lei vestita di rosso corallo ha tagliato la piazza, seguendo una diagonale perfetta, nell’afa della stazione calda, si muoveva sospinta come una visione, quella macchia rossa si gonfiava e sgonfiava nel vento, era una medusa nell’acqua immobile e io il racconto.
 
Era il carosello di intervallo in una fila di pensieri a briglie sciolte, era il fischio del treno, era la rottura di qualsiasi linea retta, era perfetta per quell’istante, era il tempo, solo tempo, e come tale poteva decidere quando passare.
 
 
 
e mi stringo al collo come un nodo scorsoio questa follia, quando lo sguardo è nascosto da palpebre rubate al mare ed è per questo che le lacrime sanno di sale
 
 
 
 
 
c’ è stato un inverno perfetto,  così quando mi hanno detto che non ti saresti salvato, quando questi geni mi hanno confessato che la vita ha un tempo e il tuo sarebbe stato limitato, però l’unica differenza che sento è che a me non hanno dato un appuntamento, ho pensato così, che c’era stato un inverno perfetto che l’uno ha salvato l’altro, che nessuno potrà mai rubarci questa eternità, che non avrà fine né il nostro amore e né la nostra felicità, perché quando dal male sai setacciare gioia, come un cercatore d’oro, ostinato, mentre singhiozzi e soffochi, ma le tue mani non si arrendono, hai la ricchezza più grande che è sempre stata la sola con la quale non si può comprare niente.
 
 
 
 
 
Niente.
 
Per questo sono ricca,
 
perché non ho niente.
 
Niente.
 
E adesso sul serio, sento tutta la pressione inespressa del tuo desiderio.
 
 
C’è stato un inverno perfetto e questo è tutto.
 
E io e te ora siamo occhi negli occhi in un’eternità speculare senza male.
 
Se giochi a pallavolo con il filo spinato come rete,
 
se come i bambini riesci a ridere anche sotto le bombe,
 
se gli angoli del tuo sorriso assaggiano il pianto, curvandosi ostinatamente verso l’alto, e le tue sopracciglia aggrottate nella rabbia si sollevano in un movimento alato di meraviglia, se dalle tue ciglia bagnate fai filtrare raggi di sole sulle guance assetate
 
se nel dolore
 
 
atroce
 
insegui
 
la felicità come un borseggiatore  che si muove nell’orrore a lei noto e in ogni suo vicolo buio
 
e l’ilarità che agile scavalca i cancelli dei tuoi sensi di colpa
 
e allunghi il braccio per afferrare la gioia come si afferra una pistola,
 
e fai  documenti falsi per fare fuggire la tua ironia dalla malinconia
 
come si cerca l’aria in apnea
 
se buchi lo spazio di ghiaccio che rimane,
 
artigliando l’aria
 
come lo stomaco la fame,
 
e se gridi anche con un filo di voce
 
 
 
 
 
sei un vincitore.
 
Un vincitore.

martedì 4 aprile 2017

Amazzone sbagliata

 
Amazzone sbagliata.
 
Stavo lì sdraiata quale amazzone sbagliata
seno apparecchiato su cui banchettare,
lo fanno i granchi con le alghe,
avvolti da un fascino teatrale,
e i chirurghi con lentezza e precisione,
prima che arrivi l’onda che li fa solo leggermente spostare.
Alla loro maniera laterale.
 
Sguardi colgono corridoi bianchi
piedi sospesi inforcano porte
mascherine sul volto
quello sfiorarmi il polso
poiché lì è finito il cuore
e il battito cardiaco è sotto le palpebre
chiuse
 
Per la vostra necessità
Vestita di un velo d’acqua verde
Sottile e trasparente come bava di lumaca
E seni ostriche
Dove affondare le mani
Le vene invase da acqua fredda, come bocche che non hanno sete
Obbligate a bere
E questa sala operatoria è gelida
Le parole sono distanti
Sembrano dovere superare una barriera del suono
La paura è l’unica cosa reale che immobilizza i muscoli.
 
Fasci di nervi,
Effetto paradosso,
perché lo accetto?
Se fossi un animale sarei fuggita adesso e loro a inseguirmi
ma siamo esseri umani
abbiamo quella che chiamano ragione
che non ci fa muovere
non ci fa muovere neppure durante un’esecuzione
il panico ora è passato dalla mente al corpo che non smette di tremare
Non voglio più provare questa paura
Farei qualsiasi cosa
 
Non sarebbe nulla la morte senza la paura, è la paura della morte, la paura della paura.
L’anestesista mi dice che non posso farci niente, con la paura intende, come non era l’esperto delle droghe? Però l’esperimento è andato male, e dire che mi aveva promesso un mix speciale, per il quale lo sarei andato persino a cercare, però non ha funzionato, e l’unico modo è passare all’anestesia generale, che mi sembra di supplicare, il filo di non so quale liquido che mi invade ora le vene, si è incastrato nel mio  camice sottile come ragnatela, e sento il primario armeggiare, incazzarsi con l’infermiere e l’infermiere dare la colpa all’anestesista, che bofonchia e rimbrotta, stanno lì con le loro facce e le loro chele, il loro avvicendarsi, e le loro scuse. Tanto non ricorderò un cazzo di quello che mi hanno fatto. A parte questo.
 
Si desidera essere niente, essere come all’origine, non nati
il battito cardiaco è fitta pioggia di tamburi
questa sala operatoria sembra un’officina
un intervento dei tanti nella catena di montaggio quotidiana,
 
una cartella,
una zona da operare,
un file in qualche memoria.
Un corpo a digiuno.
Accuratamente preparato,
esaminato
per la tavola
operatoria
idonea per sopportare un taglio dal capezzolo all’anima
 
L’ultimo gesto è quello dell’aiuto chirurgo che con i guanti infilati, mentre l’anestesista mi chiede gentilmente se sono pronta a contare le pecore, mi saluta. Il primario che già vedo sfuocato, stento a riconoscerlo, pare trasfigurato, mi prende la mano, “Come sta?” “Male” e il mio viso ha ruotato come un pianeta indifferente sull’altro lato.  Non voglio più spiegare, non serve a niente, mi pare di avere messo in questa arresa senza sosta anche ogni risposta…  “Lo so”- dice  - “Lo so”. “Non lo sai, non lo sai, non sei tu di qua, come io non lo so come si sta di là tra voi, cosa vi passa per la testa, io sono una zona e basta, un taglio preciso da fare, concentrazione, manuale, magari bollette da pagare, o  forse già pensate a dove andare tra poco, subito dopo. Che ne so non esisto da un po’. Magari questo intervento è il prossimo dipinto che sarà appeso al tuo studio di primario.
 
Poi il mio corpo sarà spostato, tagliato, cucito, disinfettato, pulito come i ricordi, ti svegli solo fasciata con un dolore forte e ogni esperienza è personale. Ma ogni seno è uguale, una scatola da aprire, togliere quello che non deve contenere e richiudere.
Siamo scatole da aprire e questa sensazione non se ne vuole andare.
Portantini, dietro a portantini, una catena di montaggio, un formicaio preciso visto dall’alto, api operose, ma siamo a digiuno di miele, non c’è dolcezza qui.
 
Che cos’ ha?
Quanto dolore ha da 1 a 10?
Perché non contemplate fino a cento? Dieci, dieci.
Antidolorifici, lenti, troppo lenti, una canzone diceva per il dolore è abbastanza un minuto.
 
Ma nella cartella clinica poi avete scritto dolore uguale a 6.
 
E siamo animali nati in cattività abbiamo perso gli istinti nell’allevamento intensivo dei nostri giorni quadrati e ordinati, l’importante è calcolare esattamente la superficie, che tornino conti e numeri, ma ci siamo persi appetiti più urgenti, annusiamo l’aria circospetti e non sappiamo più cosa sia sbranare spazi, amiamo i recinti e sbarre ci deresponsabilizzano esattamente come le preghiere e un Dio molle che esiste perché funzionale a ogni giorno da capire, l’ordine rassicurante, e l’abitudine una medicina amara da prendere, l’abitudine visionaria.
 
E attendevo un autostop nel deserto per destinazione altrove
 
Forse è l’umanità che sta subendo l’ anestesia generale poiché non sente il dolore, un giorno si alzerà con forte nausea per ciò che vedrà.
 
Al momento sono talmente dimagrita che dentro le mie mutande ci ballo e penso soltanto che si nasce e si muore in un solo giorno. E penso all’anomalia del tempo, un’operazione di una trentina di minuti, con l’autobus arrivo da casa mia al centro, nello stesso tempo mi aprono e chiudono il seno e mi tolgono quello che devono, cos’altro succede in trenta minuti nel mondo? Trenta minuti sono più di quello che penso.
 
 
E confondo il drammatico con l’erotico in questa visione dal basso all’alto con occhi proiettati per errore alla cappella più vasta che è quella dipinta dal cielo delle intenzioni sospese come nuvole scese e poggiate su labbra aperte da un filo di spazio, un filo spinato di censura che ho appena scavalcato, distratta, a torto senza passaporto, priva di identità al ricordo, e la rabbia sembra acqua sporca dopo un temporale, rassegnata e raccolta in pozzanghere, specchi testimoni dei passi, come degli atti. I volti sono distorti e sono ricordi, avvolti e arrotolati come serpenti in pozzi profondi, hanno lingue biforcute che vibrano nell’umidità buia senza luce, sono radar quelle lingue e si conquistano spazi saettando verso l’alto, come le bolle liberate dalle bocche dei pesci, risalgo, sfruttando la spinta, è il tocco di un’infermiera alla spalla, “abbiamo finito”. Se non l’avesse detto, se non mi avesse toccato sarei rimasta indietro, mi serviva quella sensazione tattile che ha fatto aprire un portale tra l’esistenza e il resto. Dall’altra parte si stava bene a non esistere. Adesso è diverso e tutto  mi si riversa addosso come un’onda che porta avanzi che il mare non si vuole ingoiare. E neppure io. Mi pesa il nome, la coscienza, l’esistenza e questo dolore.
 
E voi che fate figli per riempirvi la pancia dei loro futuri sogni
 
E i figli non sono altro che diavoli equilibristi costretti su dirupi scoscesi dai quali non sarebbero mai scesi
 
E i figli non sono altro che angeli dannati che siedono su nuvole in cemento, dondolando le gambe, nella noia di un paradiso previsto, da dove si possono osservare quelle passeggiate sul lungomare, per confondere una leggerezza illusoria che potrebbe appartenere solo a chi è privo di storia.
 
Non ho figli meno male, non si sono mai svegliati e mai si dovranno addormentare per una mia decisione, per una mia proiezione, per quell’atto di crudeltà che cela persino la maternità, questa moneta a due facce, dove ci ostiniamo a vederne soltanto una, quella dell’amore, della fortuna, della prosperità, andiamo tutti ad ingrassare questo mondo fecondo, con la falsa allegria di qualcuno che non potrà salvare nessuno.
 
E dire che è bastato un nome per buttarci nel mondo, tutti, a turno.
 
E dire che è bastato avere un nome per digerire un giorno un addio, perché ci appuntassero un lutto come medaglia al petto, come prova da superare, come una cicatrice da accarezzare e mostrare in ogni giorno perfetto.
 
E pensare che quel nome è un peso, un ingombro, un dolore, un frammento di quello che ho dentro e sento.
 
Una nuvola di capelli al vento disperdersi come nido di rovi immobili, persino nel giorno dell’addio, dalle gambe nude sotto il vestito le mani del vento, saliranno delicate, e saranno percepite come giornate disperate, disposte  a scongiurare le tue gambe, per suggerire senza parole, che persino la felicità si detesta perché può prenderti di sorpresa, quando ti eri arresa. Quella brezza distratta e costante come una mano poco elegante a cercare sotto il tavolo un angolo di inguine, come un padrone, senza interessarsi dei tuoi sguardi, della tua volontà e delle tue rondini pensieri a pelo d’acqua, della tua sete e dei tuoi labirinti dove ancora rincorri istinti che hai perso di vista. La giornata di lutto anticipata, e sei una scultura bloccata dove il tempo ti ha baciata le labbra con pensieri amari e rugiada e tu rimani fino a quando gli uccelli più belli faranno nidi nei tuoi capelli e bevendo lacrime salate, condurranno proteste oscene su code di sirene a un Nettuno coperto di conchiglie e ferite sulla pelle indurita dalle maree come pelle di balene costrette a morire insieme, giungerà la tua missiva  dalla sabbia del fondale marino, mentre valuterà con gli occhi di pietra di un Michelangelo perduto ogni tuo assassino, masticando frutti di mare e sorseggiando vino pregiato da qualche relitto sfondato, dove con fare elegante, code di pescecani valuteranno le stanze, come maggiordomi adeguati, scenderà nell’abisso e alla prossima onda perfetta cavalcherà la tua protesta.
 
Ma questo mondo non ha mai imposto il vostro massaggio cardiaco come accanimento sulle nostre vite tradite, questo mondo ci ha dato un momento da gestire dove confondere la gioia con squarci di puro orrore, perché è in quella corsa veloce di traiettoria il senso di tutta una storia. Non è pioggia e né temporale è quell’odore di terra bagnata che raggiunge il tuo inconscio da un punto profondo che avevi lasciato dimenticare. Ah, quindi esisto, mi riferisco.
 
Ed è per questo che angeli di pietra hanno voltato la schiena alla città, e hanno il volto invaso da burrasche e acqua salmastra, mani dentro le cosce e sono senza risposte, da tempo iridi di selce hanno rifiutato di concedere soste di preghiera, sono solo state scolpite nel vento per guardare lontano, di spalle al faro con occhi quadrati come acquari, dove pesci si agitano perché sentono la corrente delle tue idee, e vene attraverso la roccia della scultura immortalata e tesa si agitano come tentacoli di polipo, si allungano come tendini, si fanno strada nel marmo rosa, divengono sottili come un foglio, qualsiasi cosa pur di raggiungere un oceano eterno e sentire la rabbia del fulmine sull’acqua. Niente oasi di pace per gli incapaci ad affrontare burrasche, stanno fermi lì, sopra ogni destino, e non decretano la fortuna, solo tutti i giorni uguali con lo stesso sole, la stessa luna e cicli ripetitivi e mai interrotti dentro i tuoi increduli occhi.
 
Le tue censure hanno un percorso subacqueo fatto di ventose, dove arrischi prese, per spostarti da scoglio a scoglio, da parete a parete, da fondale a fondale e getti inchiostro nero sulle risposte da dare, le tue dita stelle marine hanno scritto una biografia di rabbia, che sapevi immediatamente leccata via dalla sabbia, tutto si muove costante e lento per cancellare quello che hai dentro. Arrischi a strisciare a quella maniera sinusoidale, vivi il tuo mondo irrisolto e capovolto, ti sposti leggero nel buio del tuo inconscio dove hai percorso da esperto dune di sale, la tua pelle sa gestirsi gli sbalzi di temperatura, ha squame ora la tua paura. Ci sono pesci come te che hanno luci per gli abissi e pelle fluorescente, c’è gente che vive al buio perché ha la luce dentro di sé .
 
 
La mia cartella clinica prenotata e pagata è una grassa bugia burocratica, non c’è scritto dentro né quello che mi avete fatto né quello che sento, avete fatto risultare una locale con sedazione, perché questo vi avrebbe permesso senz’altro di omettere altro. Ora che le tue mani che non operano si trovano in uno spazio di pelle sbagliato, ora che c’è un conflitto d’interesse perché improvvisamente hai trovato che sono un numero attraente, un codice a barre che ha un nome e quando lo pronunci incredibilmente ti dà una sensazione, preferivo rimanere il braccialetto al mio braccio, nome-codice fiscale – data di nascita e un chirurgo a cui appartenere meno di 24 ore, per dovere. Della tua tracotanza e poi imponenza, della tua seduzione e della tua attenzione, della tua protezione, del tuo doppio gioco, del tuo amore dato negli angoli come uno spacciatore, del tuo fare quadrato con gli stessi colleghi traditi per un momento privato, del mio intuire lo sporco dietro senza per questo cambiare sentiero, perché mi serviva un “come stai” quotidiano, un rito da piegare e riporre nel cassetto ogni sera, un taglio da osservare allo specchio e che tu o qualcuno mi volesse bene lo stesso. E oggi, adesso, sempre e domani “ti voglio bene” è pronunciato da squali, dietro quelle parole ci sono occhi ciechi neri come pozzi pronti a rivoltarsi verso l’alto mostrando il bianco e a divorarti, vampiri hanno sorrisi fieri, appuntamenti in agenda e telefonate da fare per rassicurare, non ti accorgi che ti vogliono sbranare, indossano cortesia e simpatia, se ora non sapessi che dietro quei camici bianchi aperti che prendono vento e si allargano come ali  per decolli improbabili nei corridoi bianchi che sanno di disinfettante e paura, si nasconde la fregatura. Sto qui all’angolo dei perché con le tue parole tagliate male per l’occasione, che invece che rendere l’effetto speciale mi lasciano lì a morire.
 
 
Ora so che c’è uno spazio di nulla dove si resta come a galleggiare e non è la cosa peggiore che ci possa accadere, ora so che quello spazio è stato l’inizio come sarà la fine dove non c’è un nome e un corpo da portare, ma questo non è male. Lasciare la propria storia sulla soglia, come le scarpe in una casa giapponese, entrare scalzi e nudi  daccapo in quello che in  fondo è già stato prima di prendere coscienza quando si era solo assenza. Farlo con educazione proprio perché non abbiamo più nome. Cosa ero davvero di là? Senza ricordi, senza abitudini e memoria. Perché ho pianto e mi sono avvilita quando è da questa parte che sono tornata. Guardato il mio recente taglio, come per accertarmi del passaggio.
 
Al mio risveglio l’anestesista era fuggito. Mi hanno congedato su mio esplicito immenso desiderio, preferivo continuare a sentire la nausea a casa mia, il loro brodo vegetale non mi poteva aiutare.
 
Come vedi non ho mandato la polizia nei tuoi nascondigli segreti, perché penso che la polizia sia dentro di te.
 
 
Mentre ti illudi con me che le tue parole scaldino ancora ma hai neve dentro la gola.