venerdì 15 settembre 2017

L'ira degli Dei


Eloisa Guidarelli - Foto





L’ira degli Dei
 
Come raccontarti del percorso osceno della gioia, ora.
Come della giustizia che è una puttana che decide da chi farsi sbattere, o di puerili e pochi idealisti che si muovono come uccelli con le piume a raccogliere tempeste e vento contrario, come spiegare ogni sbaglio, mentre piedi nudi solcano la sabbia, nell’antico gesto del raccogliere conchiglie, necessario a dimenticarsi, per collezionare parti di noi e risate di bambini saccheggiate dal vento, ormai da tempo, branchie sgomente e stupite dell’amo, annaspano in preghiere d’ossigeno, fino a quando anche il dolore diventa ovatta, e gente sorda deambula sul lungomare, che appare pieno di fantasmi traditi da sguardi pratici e uno stomaco da gestire in orari prestabiliti. E lì su quella parte di riva,  conchiglie rotte, chele di granchi, ossi di seppie, ho potuto pensare senza interruzioni ai tuoi capelli bianchi come nuvole, che ti spostavo dietro le orecchie con parole leggere, leggere come ragnatele, dove le intenzioni rimanevano impigliate e arrese.
 
Prima di dedicarti ogni luna piena, mi ero resa distante, solo perché c’era qualcosa di sbagliato quanto di perfetto nelle tue mani.
 
 
 
Non voglio ricordare le tue dita ferme, ma mentre si muovono a creare, non voglio pensare i tuoi occhi fissi al soffitto e al vuoto, li voglio pensare  a scrutare, capire e ascoltare…
 
INCANTATI
 
 
I tuoi occhi curiosi a cui hanno tolto tutte le domande, erano come una città dopo un bombardamento
 
La tua incredulità mi ha ucciso, come sempre mi uccide la speranza che muore.
 
Ti voglio bene, non ti dimenticherò mai, dove sei, oltre una stanza piena di bombole d’ossigeno, come missili poggiati lì a puntare verso l’alto in una guerra persa per la vita, nell’ennesima battaglia che tutti, io per prima, desideravo vincessi, ma tu avevi capito la resa, la serenità e la necessità dell’arrendersi, il conto alla rovescio, un salto da volere spiccare, ma pareva che anche per quello mancassero le forze, come era una lotta l’atto di respirare, perché è paradossale, ma la morte si fa anche implorare, eppure tenevi questo filo sottile, come si tiene un aquilone, e io sfioravo la pelle trasparente delle tue mani come acqua di pozzanghera, dove specchiarmi come Ofelia capovolta, ancora una volta, “rimani” . Ora sei tu che dipingi la luna ogni notte, sei tu che non te ne sei mai andato del tutto, a mandarmi la voce di tuo figlio, uno sconosciuto per me, che porta il tuo cognome, sei tu che fai camminare coccinelle sulle mie tele ancora da dipingere, non mi perdo un tuo messaggio.
 
“Sei a casa tua adesso, sei contento?” non potrò mai dimenticare il tuo sguardo pieno di stupore e orrore e allo stesso tempo di obiettività “Non la riconosco più” . Ho capito cosa intendevi, non l’ho solo capito, peggio, l’ho sentito e queste tue parole non se ne andranno mai, anche se tu, tu sei un abbraccio senza fine, tu sei un abbraccio senza fine.
 
UN ABBRACCIO SENZA FINE , se lo provi nella vita non lo dimentichi.
 
Athena si rifiuta di difendere una città che non accoglie e così raccoglie le sue armi e la sua stanchezza e lenta e bianca, passo dopo passo, si avventura nel mare, che a lei, dea immortale, si apre, il suo nudo nascosto dallo scudo.
Lunghi capelli,
punte bagnate a sfiorare le natiche,
adamitiche fruste,
occhi delusi,
blu liquidi,
segreti come anfratti di rocce,
incostanti come maree,
dove la malinconia e la distanza eterna giocherebbero in un equilibrio raro di erotismo e disperazione,
caduta illusione,
un solco tra le labbra di marmo a disegnare l’amarezza suggerita dallo sguardo.
 
Passo dopo passo,
onda dopo onda,
con la determinazione che dà la rabbia,
il senso di giustizia che porta alla vittoria,
indignazione a inseguire calunnia,
con le ferite aperte,
tutte aperte
a respirare il sale come frutti di mare,
come piante carnivore dalle bocche esperte nel deserto,
dove il tuo pensiero è erba di macchia, che anela guerra come acqua.
 
GUERRA COME ACQUA
 
 
 
Athena arresa, offesa, tradita, rifiuta ogni cittadinanza perché è stanca di guardare verso l’alto, sentire nelle grida dei gabbiani gli ultimi disperati richiami, speranze di uomini frangersi contro gli scogli, Athena pallida di conchiglie e granchi che le hanno scavato il corpo in piccoli tunnel senza passaporto, Athena che non può esportare amore, embargo di emozioni, la polizia sopra il cuore, dove le maree hanno cantato a lungo e in privato di sogni, di spuma, come amanti che recitano poesie sui seni salati,  Athena innamorata di rifugiati e migranti, straziata di dolore, si rifiuta di difendere una città che odia e non accoglie, Athena apolide, apolide Athena, mostra impronte digitali senza confini e occhi che hanno scavalcato da tempo il filo spinato, crescono stelle marine per croci clandestine mai piantate e mai arrivate, stillano come cinque dita di sangue.
 
 
Posto di blocco,
documenti,
burocrazia che travolge i sensi,
non ricordo il mio nome,
forse non l’ho mai avuto
poiché qui
qualcuno
nella sua divisa
mi sta dicendo
che non esisto
solo
non ricordo
da quanto tempo
ho una lettera d’amore che non arriverà mai
 
 a lei
 
 
Oceanine abbracciano quei volti e quei corpi come risorti tra dita delicate, Calipso da tempo pensa di trattenere qualcuno da amare con la forza del mare, ma quando a portarglielo via è un foglio di via, è disposta a impugnare l’arco della rabbia, creato nella solitudine e nella costanza, e scavalca, come solo sa fare lei, uomini e dei, si pone faccia a faccia alla vostra inerzia, le basterebbe uno sguardo soltanto, come a un uccello, per intuire l’origine del vento, per decretare tempesta, su ogni vostra testa, perché il piccolo uomo ricordi che solo gli dei stabiliscono confini tra il finito e l’infinito, che è solo a loro dispetto e gusto, osservare pazienti o distruggere tutto, che non sei tu, piccolo essere umano, a stabilire i confini su ciò che io amo.
 
Calipso si muoveva come una belva offesa, si rifiutava di tessere come una Penelope e ascoltare storie d’altare  nella sua grotta e reggia, le prudevano le mani, gli uomini si permettevano di stabilire confini ma erano loro ad avere sconfinato, “Non ci sono condizioni, né leggi, non ci sono rifugiati, schiavi o padroni, sono tutti esseri umani e da tempo immemore sono tutti nostri schiavi, solo noi decretiamo fato e destino di chi ci è vicino!” E siccome stava montando una questione grave, da quando gli esseri umani stabilivano zone di confine, le ninfe del mare erano stanche di sentire il dolore dei morti annegati, di sogni perduti, di amori finiti, e finirono loro stessi, gli dei, per sentirsi burattini, rifugiati, interdetti, allontanati, decisero tutti dopo una riunione a porte chiuse con Poseidone che avrebbero atteso uno a uno i responsabili dei confini, di accordi inumani, come tutte quelle persone che, con la loro indifferenza, alimentavano questo flusso di coscienza, li avrebbero sterminati, così le maree furono cavalcate da dee  che tenevano a galla con costanza ogni imbarcazione che portava verso la speranza e affondavano senza nessuna pietà ogni imbarcazione che si muoveva per respingere, sparare, impedendo che tutte le persone offese dalla vita potessero arrivare, ci furono problemi perché le dee si innamoravano dei migranti, Calipso era una di queste, o qualche altra oceanina, prendendo troppo a cuore un bambino o una bambina, si convinceva che era meglio tenerlo con lei, perché lo vedeva più a rischio a riva, e dovendolo rilasciare, come una madre angosciata, seguiva con ansia il suo destino, nuotandogli sempre vicino, quando aveva difficoltà, facendolo respirare.
 
Athena scatenò guerre senza pari a tutti gli stati  e le città che non accoglievano, anche perché da apolide ne faceva una questione personale, e la Libia tra questi se la vide molto male. Qualche rifugiato accettò l’immortalità, gli dei mischiarono le razze  e diedero ad ogni razzista l’immortalità, decretando che per tutti i giorni della loro infinita vita avrebbero dovuto vedere un mondo di tutte le razze crescere e crescere, gonfiandosi in numero esponenziale, come un cavallone del mare, con forza e determinazione centuplicate, così da essere sbeffeggiati per l’eternità, l’umanità si sarebbe mischiata al punto che sarebbe stato impossibile e inappropriato parlare di razze, finalmente si sarebbe dovuto accettare che la razza è una, quella umana, per questo erano già morti uomini e donne di valore, gli dei disprezzavano i vigliacchi e osservavano dall’alto, seppure con i loro capricci, quegli uomini soli, davvero soli, spesso contro tutti,  gli dei del mare, inoltre, erano stanchi di morte, non si trattava di naturale incidente, del quale diciamocelo chiaro, non gliene fregava niente, per quanto drammatico e ingiusto anch’esso potesse sembrare, era pur sempre selezione naturale, gli dei del mare e le ninfe, erano stanchi di vedere “respingere”, era la morte degli ideali, era la morte dell’umanità, era una morte inconcepibile anche per lo sguardo pigro e cinico dell’immortalità, ma la cosa che li fece reagire e attaccare tutti i mortali fu che l’unica lezione che potevano insegnare è che non è mai l’uomo a comandare.
 
 
 
E così gli cancellarono per sempre dal volto questa illusione, quasi per sempre, perché non avevano considerato che l’essere umano è recidivo.
 
Mandarono alluvioni, uragani dai nomi di donne fatali e brutali, e così era del resto, gli dei avevano decretato che il clima si sarebbe ribellato fino a quando l’uomo non avesse avuto di meglio che sprecare il suo tempo con zone interdette e filo spinato.
 
Si ostinavano a dimostrare che è la natura stessa a decidere chi vive e chi muore, quando l’uomo ha la presunzione di accorciare i tempi di ogni già precaria e fragile vita, facendosi prendere la mano per megalomania, avidità, desiderio di potenza, gli dei lo prendono per un affronto personale e la natura a quel punto non sta più a guardare.
 
 “Se vuole la natura uccide più del terrorismo!”, imprecò un Nettuno stanco di portare sulle spalle bare con nomi fatti di vento, “ma all’uomo non basta e gioca sempre di anticipo!”.
 
 Ed è così che gli dei si offesero a morte e decretarono una delle più grandi e sanguinose guerre all’uomo, lasciarono devastazione e dolore, e l’essere umano, da piccolo quale è sempre stato, imprecò contro l’atroce destino, la cattiveria della natura, ombra era la sua stessa paura, neppure nella devastazione più totale e profonda si ricordò di quanto male, di quanto male nei secoli, solo per esigenza di conquista, ambizione, aveva causato, gli dei si stupirono alla fine dell’Apocalisse da loro scatenata, di dovere ammettere che non erano giunti allo stesso numero di defunti creato dall’essere umano, un piccolo e ignobile mortale.
 
L’uomo non sa vivere, l’uomo non sa amare, l’uomo non sa apprezzare, l’uomo non sa dare, per questo non è immortale.
 
 
Sulla spiaggia i turisti sono informati ogni istante dal Bagno Gildo, al massimo volume stereo, degli eventi della Grassa Romagna, in modo che possano avere una vasta scelta su come passare la serata, poi in mezzo agli spot di dubbio gusto che celebrano all’unanimità l’umanità cretina ma leggera e disimpegnata come deve essere in vacanza, uno spot dal tono serio, che avvisa che chi verrà trovato a comprare merce in spiaggia, quindi non dai locali o anche ad accettare massaggi da gente improvvisata, subirà una multa, di venti euro mi pare, e poi con affetto rinnovato, seguendo il perfetto stile bastone/carota, specifica che questo permetterà la legalità, e aggiunge, giocando sull’orgoglio personale, che noi stessi contribuiremo a difendere il “made in Italy”, sorrido visto che il made in Italy oggi, anche dei più grandi stilisti, è sempre creato con l’apporto di cinesi sfruttati e a basso costo, non solo cinesi è vero, sfruttati e a basso costo, ma ci accontentiamo di ogni latitudine, siamo per l’accoglienza in questi casi,  e poi riparte la pubblicità della piadina romagnola, macchine della polizia sfilano ripetutamente a intervalli regolari sulla spiaggia, in pieno giorno, quindi non per controllare che non ci siano stupri, anche perché troppo chiasso e troppe famiglie e troppa luce non arrischierebbero neppure il più assatanato degli stupratori, ma probabilmente proprio per assicurare il made in Italy, made in Italy che spesso non fornisce scontrino fiscale in Romagna, la Grassa e Accogliente, e se lo richiedi a malavoglia te lo battono, scusandosi con poca convinzione della sbadataggine o distrazione made in Italy.
 
Facciamo anche armi made in Italy, ma siamo pacifisti, le esportiamo solo, ma non capiamo poi perché tutta questa gente arriva da noi? Ci offriamo di aiutarli a casa loro, ecco qui mi sfugge, perché da una parte li vogliamo aiutare a casa loro, ma casa loro l’abbiamo distrutta noi, quindi che facciamo, gliela ricostruiamo e poi gliela bombardiamo?
 
Ora magari il concetto made in Italy se fosse onesto andrebbe pure bene, ma non state razzolando male? Ho dubbi anche sul concetto, mi ricorderò tutta la vita di un massaggio fatto da un pakistano in spiaggia, gli ho comprato anche un anello bellissimo e il mio corpo non è mai stato tanto meglio in vita sua, questo era veramente bravo altroché, incredibilmente rispettoso e bravo, ai miei muscoli, alle mie ossa, ai miei brividi e alla mia mente che si librava e sconfinava  nel Nirvana senza visto e con impronte digitali farfalle non gliene fregava nulla, assolutamente nulla che non fosse italiano.
 
La dispettosa Calipso si travestì da mortale e si mise sulla seconda fila del Bagno Gildo che dava sul mare. Che orrore pensava, per rabbia aveva mandato meduse a costeggiare tutta la spiaggia e bagnanti uscivano saltando con abrasioni e non osavano avvicinarsi all’acqua.
 
 La dispettosa Calipso poi non capiva sinceramente perché queste donne umane stavano a pagare cifre esorbitanti per fanghi e impacchi di alghe contro la cellulite, quando lei, quel pomeriggio, aveva offerto loro un mare pieno d’alghe e se la rideva quando le donne entravano per un tuffo in acqua e se ne uscivano coperte di alghe verdi urlando.
 
Calipso non è che non si notasse, aveva gambe muscolose e agili da nuotatrice esperta e un seno appena accennato, lo teneva scoperto, la divertiva scandalizzare le famiglie con carrozzine e figli al seguito sulla spiaggia, la innervosiva quella donna media moralista e ridicola, tutta pappine e pannolini che non sapeva parlare di altro, gli sguardi lascivi dei mariti le percorrevano il seno, per battere in ritirata appena sorpresi dalle mogli, sembravano quelle lumache d’acqua che si ritraggono appena le sfiori, ma le mogli, comprensive, fedeli, stupide, schiave del loro ruolo, facevano finta di non dargli peso. Calipso aveva la nausea, ma aveva deciso di passare un giorno tra gli umani, se l’uomo che Calipso si fosse scelta avesse guardato in tralice un’altra Dea, non parliamo poi di una comune donnetta, lo avrebbe incenerito lei stessa.
 
Calipso da quando era successo ciò che era successo con quello stronzo di Ulisse, soffriva della crisi dei 7 anni, arrivata al settimo anno si disfava di chiunque, un tempo ridicolo per una immortale. Ma non accettava di essere lasciata.
 
Dopo l’ennesimo spot sulla piadina romagnola, Calipso ne ebbe abbastanza e si mosse verso il bagno con l’andatura di un felino.
 
Calipso stabilisce un tempo presente dove muoversi adesso, gioca spesso con il tempo, ovvero crea un presente che rimane tale senza che diventi passato mai, una sorta di infinito presente, inconcepibile per noi esseri umani, salvo quando siamo innamorati, ma di regola ce ne dimentichiamo, dilata il tempo come un elastico, blocca in un fermo immagine perfetto il resto. Può, se vuole, aumentare la velocità del tempo e farti invecchiare in un secondo, o bruciare la tua vita con uno sguardo fino a farti tornare nella culla, o ancora prima del parto, o in un atto di sublime perfidia fare sì che i tuoi genitori quel giorno fecero altro e allora tu non nascerai mai più.
 
 Calipso vede tra gli ombrelloni un ragazzo sperduto che si guarda intorno, vorrebbe chiedere ma non chiede, la Dea sente ogni vibrazione, capta il suo imbarazzo, l’ adrenalina che si porta addosso, gli dei sono animali, lui vede questa donna che lo fissa nell’indifferenza della gente, tenta, con timore, un approccio goffo, gli escono mezze parole,  di cui lui stesso non è certo, come le dicesse pentito in anticipo, temendo un rifiuto:
 
 - “Hai qualcosa? Ho fame”.
 
Calipso gli è vicina, anche se lui non ha avuto alcuna percezione del movimento, gli dei hanno abilità di vampiri, uno sguardo è una radiografia dell’anima, si muove come se il mondo e il ragazzo compreso gli appartenessero da tempo, come fosse il vento. Lo avvolge e risponde:
 
-         “Ti va di mangiare qualcosa, andiamo al Bar?”
 
Il ragazzo interdetto dopo avere rivolto la stessa domanda per una giornata al controvento dell’indifferenza, dice timidamente “si” e la coppia passeggia verso il Bagno, “Di dove sei”, chiede Calipso squadrandolo, “Sono nigeriano ma vivo a Ravenna, parli inglese? Non parlo bene italiano” Calipso risponde “L’inglese io? No, se vivi qui ora imparerai l’italiano” “Si, vero” aggiunge il ragazzo. Calipso  gli accarezza le spalle e nota la sua cicatrice sul volto, tutto il resto lo sa, conosce tutte le cicatrici della sua vita da prima che nascesse, una lettura in braille, nel totale silenzio di sguardi tangenti tra i due, gli legge maree nello sguardo, adii nel cuore, lotte, rinunce, sogni a un passo dal burrone, ma è attirata dalla sua dignità, Calipso ama le persone che sanno portare la dignità come uno scudo, con quello sguardo che crea distanza, come a dire: oltre questo mio spazio che ti concedo tu non vai, e quello spazio-distanza che indossano gli uomini coraggiosi è rispettato dagli dei, perché gli dei intuiscono che quegli uomini preservano la loro anima, non sono in vendita. Calipso studia il ragazzo, “hanno dignità tutti quelli che vengono dal mare, sono come noi, sono come dei”. Arrivano al Bar, il ragazzo non immagina di essere entrato nei favori di una Dea del mare.
 
-         “Cosa prendi?”
 
C’è un solo bombolone in una teca vuota, le paste del mattino sono tutte state depredate, e lì c’è questo bombolone, solo, in mostra nell’acquario vuoto di zucchero a velo, il ragazzo indica timidamente “Quello”, Calipso - “Vuoi solo quello?” -  probabilmente se avesse chiesto l’universo Calipso glielo avrebbe concesso, lui sempre timido, osa :
 
 - “Si e … una Coca Cola”
 
Calipso con uno scatto felino fissa le pupille del ragazzo dietro il banco e più che chiedere ordina:
 
-         “Quello e una Coca”
 
 Il ragazzo afferra il bombolone e la bibita, Calipso chiede dov’è il bagno, davanti allo specchio tenta di convincersi a non portarlo nella grotta, deve solo dare, solo dare e non deve farsi scoprire, spesso il suo desiderio di protezione, verso chi le piace, la spinge come un animale a portare chiunque nella sua grotta e a isolarlo dall’umanità, a volte se ne innamora, come era avvenuto per quel coglione di Ulisse, a volte vince il suo spirito materno, come stava avvenendo verso questo ragazzo, ma fatto sta che si deve sempre dominare.
 
Uscita dal bagno, trova il ragazzo che mangia con gusto al tavolo e beve la sua Coca, gli lascia qualche moneta, “Sono per un caffè” il ragazzo la saluta con il sorriso e un gesto della mano, Calipso lo saluta con un sorriso carico di speranza, poi guarda il ragazzo dietro al banco con sottile  minaccia, assicurandosi che il suo recente amico non sia disturbato e possa finire la sua merenda in pace.
 
 Non dimenticò mai il sapore di quel bombolone sulla spiaggia, quella giovane donna gli aveva dato speranza, quella che lui stava perdendo.
 
I gesti sono preziosi, a volte sono tutto, nel bene e nel male. Gesti che cambiano l’umore e persino le strade.
 
Calipso, dopo quel gesto, si trascinò pigra nell’acqua, le meduse la seguirono insieme allo sguardo dei bagnini e mentre scendeva negli abissi con grande pace di tante mogli,  assorta si chiese
 

Chissà di cosa sa la  Coca Cola

 
poi il mare si chiuse sulla sua testa come un soffitto d’acqua .
 
 
Calipso - Eloisa Guidarelli
 
Athena - Eloisa Guidarelli




Eloisa Guidarelli . pittrice - Blogger



 
 
 

 

domenica 23 luglio 2017

Pressione

Eloisa Guidarelli foto-grafica



Pressione
 
Un brindisi alla vita e a chi ha avuto il potere di rovinarmela perché ha significato abbastanza. Un brindisi a ogni follia, oltraggio, sbaglio, azzardo, abbaglio, torto, che ho portato dentro in un alibi di vento.
 
Mi muovo in una Venezia nera, dove imbarcazioni strisciano sull’acqua, nel regno che il vetro e il fuoco dividono con la bruma, ho il cuore d’ossigeno, e maschere di carnevale a ubriacarmi la vista, assassini fuggono con cavalli di vetro e giostre ruotano sull’acqua sempre più alta della città sommersa, è una commedia dell’arte a parte, di pirati ospitali, seduti e ingrassati davanti alle porte, è un tesoro di pirite per turisti innamorati di sogni perduti con sandali infantili, decisi a spendere il loro stipendio per tornare indietro anche solo un momento e ritrovare se stessi dentro un cappello di paglia o in una sfera di neve, dove il futuro non si vede, ma almeno sembra di poterci stare a galla. Mani prensili tra ciondoli colorati, per trovare la meraviglia che ti rassomiglia, quel prisma di luce da portare sul petto per avere l’illusione puerile che lì le favole possono cominciare e non solo finire. Gli oggetti. L’immortalità degli oggetti, qualcosa che resti. Che si può trovare, passare di mano in mano, regalare, avere in mano la storia e toccarne la forma, potrebbe essere un pianeta che ti giri tra le dita, la biglia di vetro che ti lascia incantata. La sfera trasparente dell’estate sull’autostrada di sabbia, creata dal palmo della tua mano, gomme da masticare, palline colorate con dentro sorprese, una moneta per un tuo desiderio, una moneta per questa bugia di seta.
 
 
 
 
 
Dobbiamo avere ereditato la morte perché potessimo renderci conto della vita, non l’avremmo mai apprezzata altrimenti, siamo sinceri, non l’avremmo neppure capita, non siamo nati per l’immortalità, non ne abbiamo le qualità, la nostra anima è tagliata male e chi la spaccia non va troppo per il sottile, ho ancora angoli bui e vita negli scorci di luce dove un’idea si riduce alla perfezione del minuto e il pulviscolo che ci galleggia dentro fa parte di quello che sento, ho sempre brividi alati, incubi, vertigini  e sogni portati da pipistrelli Re Magi al dio dei lampioni notturni, mappe degli ubriachi, orme fisse di luce per i perduti, prigioni e illusioni per falene con ali di polvere, ho ancora sete e fame ed espedienti, giocarmi una danza dei sette veli con falsi preti, passi furtivi nei vicoli del pesce e dei mercati delle ossa esposte e delle anime fresche con le coscienze tagliate da consumare in giornata. Si vendono passere di mare e la fantasia comincia a navigare. Il male è questa moralità serpeggiante che avanza, è ai fianchi, sibilante sopra la testa, ti segue saltellando sui tendoni delle fiere, nel piazzale assolato, negli androni deserti, nelle finestre arrese, scivola sopra gli ombrelli, posa labbra sui tuoi tacchi alti, sulle tue trasparenze, è lo sguardo tangente alla tua scollatura che ha mani per sollevare lembi immaginari, la moralità è un guardone che spia ogni tuo movimento e se lo mena in silenzio, additandoti “strega” , responsabile diabolica del suo stato attuale, tu sei per la morale sempre e comunque da condannare, tu sei la libertà, il pericolo, l’autenticità, lo schiaffo in piena faccia e sei la minaccia, il nemico per la disonestà altrui, attentato alla bucolica pace, la morale è come il catrame sulla spiaggia, l’umidità troppo alta che richiama zanzare e ti fa respirare acqua, la moralità bava aderente, si indossa e non si sente, si avverte un disagio, un senso di costrizione, un urgenza di evasione e la percezione che se fuggirai ti spareranno alle spalle. Gli amici, solitamente lo fanno.  E’ questo il male. Tutto.  Il vostro giudizio aguzzo, l’abito austero nero, il vostro potere viola, l’ipocrisia alla base del vostro pensiero, le vostre dita censure, il vostro sguardo basso, come se un desiderio sporco potesse svignarsela inosservato, il vostro buco della serratura, la vostra paura di essere scoperti, le mani sudate anche quando non è estate, la vostra indecenza in quell’invidia molle e pigra che vi porta alla deriva, falliti senza averlo capito di un traguardo concesso a tavolino, portate corone di cartapesta e sopra di voi sciacalli ridono della vostra fantasia morta di fame tempo fa, le vostre labbra accuse,  i vostri denti cancelli automatici, di giardini privati su privati accordi, salotti e tragedie, aperitivi e guerre, che la digestione vi sia lieve, quando è una cena a stabilire chi vive e chi muore, perché lo sappiamo da sempre che la guerra ad alcuni arricchisce soltanto, che c’è chi ingoia un’ostrica con lo spumante e chi muore con armi chimiche, e tutto quel popolo che si inchina beato mostrando al sole il culo che vi ha appena dato, per la tranquillità. C’è troppo oro indossato per la vostra credibilità, le vostre dita preghiere sono anemoni urticanti e se ci fosse  Cristo,  oggi starebbe con i migranti, starebbe in mezzo al mare, non morirebbe sulla vostra croce, ma potrebbe annegare, sarebbe figlio non di un Dio implacabile ma della speranza, di ogni madre stanca che aspetta con il cuore in esilio di sapere se è arrivato quel figlio. E un Nettuno affranto lo porterebbe tra le mani come un padre impotente, come un padre gigante, una scultura vivente di conchiglie e coralli, ferite e cicatrici, pelle dura di balena sfuggita ad arpioni mercenari, un enorme bronzo di Riace possente abituato a comunicare con delfini e orche e a scatenare la sua rabbia sulle barche, lo poserebbe quel figlio ereditato senza passaporto proprio sotto le vostre colpe, all’ombra del vostro sguardo. Lo farebbe con delicatezza, come fosse di vetro, un vetro di Murano, nato dal soffio e dalla fantasia di chi per pietà se l’è portato via, come un padre con il proprio erede, sfiorerebbe quasi con imbarazzo e paura quel volto sfinito, finalmente arreso, con maniere così trattenute, come assorte, che a volte si ha come il timore di fare male alla morte. Poi si girerebbe e tornerebbe negli abissi per cercare tutti i nomi appartenuti a ognuno di quegli uomini , occupato a creare  la sua Atlantide priva di filo spinato e confini, dove abbracciarsi e salvarsi la vita non saranno considerati reati. Si terrà la testa e piangerà tempesta sulla vostra coscienza e indifferenza, si terrà la testa e canterà i loro nomi come di figli sui cavalloni. E lancerà sguardi furtivi e complici agli squali, che porteranno fieri le taglie tra i denti dei veri delinquenti da sbranare, quelli che non vogliono aiutare.
 
Siamo tutti qui con occhi bovini di incredulità ed orrore a fare appello a una sentenza che ci porterà al macello, e le sentenze sono sempre dittature oliate dove il boia sacrifica le sue anime migliori per conservare il museo degli orrori attuale, e poi soldatini a sfilare nel silenzio dell’ordine e della stabilità per la massificazione e il livellamento della società e bandite per sempre le parole verità e libertà, bandita la cultura, l’arte e ogni forma di ribellione che potrebbe destabilizzare questa oliata bugia sociale,  questo nuovo ordine cosciente, se io ho tutto è perché tu non hai niente.
 
Si ripete la storia e la sua follia, la sua banalità e vigliaccheria, e non mancheranno eroi vicini e lontani che moriranno senza diventare anziani, che saranno bandiere, chimere, ideali, poesie, dipinti, canzoni e anniversari, commemorazioni, ma tutto si ripeterà, giorno dopo giorno, come autismo.
 
 
Lei ha il diritto di rimanere in silenzio. Qualsiasi cosa dirà o farà potrà e sarà usata contro di lei in tribunale.
 
Ma non è sempre così? Qualsiasi cosa che dirai o farai potrà essere usata contro di te.
E tribunali ce ne sono sempre, tribunali di famiglia, di amici e parenti.
 
 
I tuoi occhi deserti di neve
 
parole arrestate in gola come elemosina sorda
 
mani contro il muro gambe divaricate
 
pregiudizio che scende tra le scapole
 
 
l’arte è un messaggero che può attraversare secoli
 
e viaggia sopra ogni condanna
 
perciò mentre sei qui a perquisire ogni millimetro del mio corpo
 
per avere le prove della mia colpevolezza
 
non troverai mai l’arma del mio malcontento, e tutte le impronte digitali sui miei ideali.
 
 
 
 
Ho ancora vita e destrezza per bilanciarmi con rinnovata coscienza in questa vita, privata di proteine nobili, che nobili non erano, un po’  come il tuo stato ora, nel salone sbagliato, ad attendere ospiti che non hai mai invitato, però guarda posso lanciarmi veloce “senza mani, senza piedi, senza nome e senza croce”
 
Pensi che non possa muovermi di qui, perché il tuo sguardo mi ha inchiodata, perché il tuo confine mi ha esclusa? Ho scimmie alate dentro i miei muscoli, posso fuggire rimanendo a fissarti gli occhi, senza muovermi, ho risate oscene di iene e percepisco il tuo desiderio avanzato sotto il sole e avrò coda di sirena per una virata d’effetto nell’attimo giusto.
 
 
 
Se non fosse che ho il senso del peccato sospeso sulla schiena, e se lo schiudo appena posso librarmi in alto, e soffioni, altalene di capelli , mulinelli di foglie, di prigione in prigione ho occhi sbarrati per sottrarne illusioni e miraggi, siamo sempre prigionieri di qualcuno o qualcosa, quando non è una passione, un ideale o un’idea da realizzare, una chimera, un sogno, un bisogno. Collezioniamo dipendenze.
 
Soltanto,
ogni tanto,
dalle sbarre,
entra odore di rosmarino o di erba di macchia, e allora percepiamo la libertà.
 
 
Varcare un cimitero in un pensiero privato,
passare in mezzo a quello che è stato,
chiedere aiuto a tutti i morti, scambiare fendenti nei passi raccolti con angeli e diavoli purché mi si ascolti.
Vengo con rami di cotone nelle mani, ma tu rimani.
Vengo con ali alle caviglie, per voli corti tra sabbia di conchiglie e foglie secche, vengo in pace, porto una bandiera bianca su un ramo di balsa, porto negli occhi le meraviglie, le lacrime sono scese compite come spose, sconvolte come streghe, per la scala a chiocciola della conchiglia rosa, un ombelico fossile, dove posare le tue labbra per intercettare l’idea del mare, l’orgasmo del sole, ho un velo sospeso nello sguardo, che si alza con il respiro caldo, restano scogli con fessure oscene dove cantano sirene e duemila leghe sotto i mari di pensieri censurati
 
 
 
Il lutto non è nel colore
Ma in quello che manca, in un condizionale che stanca, nello sfibrare lento delle ossa, non sono mai le condoglianze, neppure le frasi di circostanza, è il tuo odore che inseguo perso nell’aria che manca.
Non ho una preghiera particolare perché non ho un Dio da adorare
Non ho una preghiera speciale come se questa morte fosse meno naturale
Non posso passare avanti agli altri come chi fa il furbo in coda, come se il mio dolore fosse più urgente
Ma il male si sente
Non ho fiori finti per incantare un’idea, per incartare la mia cortesia,
non ho fiori veri recisi, né rivoluzioni francesi per corolle innocenti, a capo sciolto, nel vento, perché mozzare loro il capo non cambierebbe il fato e questa realtà.
Ho occhi pieni di nubi, ho sguardi di rabbia, dovrei arrendermi ma se lo facessi mi sembrerebbe di mettere una taglia sul nostro amore perfetto.
Ho lacrime in incubatrice e da fuori chi vede mi pensa anche felice
Se Lucifero  potesse dare alla tua malattia il foglio di via cenerei con lui alla prima osteria.
Intanto il cinismo costruisce intorno al mio dolore una gabbia, lentamente come edera mi sale dalle cosce, accarezza la corteccia a cascate interrotte, sotto un cuore che non avverte dolore, mi ciba, mi alimenta di quieta indifferenza, perché aprire gli occhi ora significherebbe sanguinare per ogni minuto del tuo male.
Preferisco il peso dell’acqua sul collo arreso a un massaggio costante per alienare la mente e portarla distante.
 
Che il vento mi spieghi daccapo qui come ci sei arrivato, quale angelo, quale incanto ha portato il tuo cuore a battere nel mio inverno in eterno.
Il dolore brucia più del fuoco ma il mio sguardo è solo cenere da spargere al vento, purché sia il più tardi possibile e mi ingoio l’idea.
Ma che tu un giorno possa essere sassi, acqua di mare, polvere, sabbia, sale non mi serve per dio a meno che non lo diventi anch’io.
Ora pipistrelli e gufi corteggiano pavoni e la notte vuole amare il giorno fino in fondo, la morte pretende e in questo tiro alla fune bestiale, lei ha la forza di cento braccia e io lacrime al posto delle dita mentre stringo la tua vita. Se potessi distrarla con qualsiasi cosa, se potessi comprarla, vendermi anche ora. Se potessi come d’incanto armarmi di ogni sopruso e pianto, se di questa tortura mi tornasse l’armatura e mettermi al centro del pozzo nero, e trasformare il destino in un brutto pensiero. Se nelle foglie d’autunno potessi fare scorrere linfa, se fossi eretica e fiera e abiurassi questa sentenza senza appello, se mi facessi ammazzare in questo duello, se potessi distrarre il tuo acerbo male facendomi correre dietro in modo che tu possa scappare.
In modo che tu possa scappare.
Se la morte si potesse sedurre.
O si accontentasse di nomi fatti, glieli darei tutti,
che la corte marziale è l’assenza di te
Ma non servirà che io urli fino a lacerare il mondo, che mi offra come preda e chi se ne frega se non ci invecchio qui, meglio così.
Non posso neppure collaborare con il nemico, essere la spia all’interno della dittatura, vendermi alla polizia, prostituirmi, inventarmi mille e una notte favole concesse per evitare la ghigliottina, e non avrei abbastanza purezza per un sacrificio agli dei, ma è  con i caduti che scambio confessioni, è con loro che cerco la fuga da una sacralità di facciata, perché anche la bestemmia che arranca si veste d’acqua santa.
 
 
Se mancherai tu nessuna notte sarà più perfetta.
Persino la luna  sarà diversa, non può essere la stessa,
dove vanno le pantere con il cuore colmo di dolore, a fare le fusa  a querce testimoni di orrori quotidiani, quante vite ti possono strappare dal cuore senza apparentemente lacerarti la carne, quante volte si muore con il profumo di limoni, tante volte quanto i minuti stanno nelle ore, tante volte quanti secondi in un solo minuto, e mi avvolge, mi avvolge, e mi cammina a fianco. Odio l’eternità di questo dolore. Se è vero che esistono patti col diavolo, questo diavolo dov’è? Dov’è quando serve, quando… va bene mi arrendo, contrattiamo, cosa cambia è una vita che lo facciamo. Tutta la vita si vende l’anima bene o male, ma ci sono funerali impossibili da concepire, figuriamoci da assecondare, dove restare è peggio che andare, e te ne stai lì come davanti alla statua della Pietà, e sulle ginocchia hai tutti quei corpi, in anni, in momenti diversi, le stesse gambe, la stessa testa reclinata, la stessa arresa, la stessa coscienza, non la stessa santità, ma in questa cappella d’orrore e incenso è lo stesso momento, non c’è la distanza del racconto, manca il lutto elaborato, il distacco della scultura, della pittura, dell’arte, fanculo questo è un male a parte, vorrei fosse un affresco, vorrei poterne prendere atto, ma non ce la faccio, non ce la faccio. Tu morte, sai come colpire alla gola. Mi sembra di avere brace nelle vene, il mio sorriso che vive di briciole concesse, di momenti ideali, morte lo sai io so fare di un minuto l’eternità.
 
Ma lei o lui ride già, come solo sa farlo un’entità e io bilancio un ridicolo fioretto tra le dita delle mani e la lama si sospende ripetutamente come farebbe un tuffatore prima di saltare.
 
Conosco il vuoto e tutti i suoi secondi elastici
 
Ed è in uno spazio temporale astratto, che lei vestita di rosso corallo ha tagliato la piazza, seguendo una diagonale perfetta, nell’afa della stazione calda, si muoveva sospinta come una visione, quella macchia rossa si gonfiava e sgonfiava nel vento, era una medusa nell’acqua immobile e io il racconto.
 
Era il carosello di intervallo in una fila di pensieri a briglie sciolte, era il fischio del treno, era la rottura di qualsiasi linea retta, era perfetta per quell’istante, era il tempo, solo tempo, e come tale poteva decidere quando passare.
 
 
 
e mi stringo al collo come un nodo scorsoio questa follia, quando lo sguardo è nascosto da palpebre rubate al mare ed è per questo che le lacrime sanno di sale
 
 
 
 
 
c’ è stato un inverno perfetto,  così quando mi hanno detto che non ti saresti salvato, quando questi geni mi hanno confessato che la vita ha un tempo e il tuo sarebbe stato limitato, però l’unica differenza che sento è che a me non hanno dato un appuntamento, ho pensato così, che c’era stato un inverno perfetto che l’uno ha salvato l’altro, che nessuno potrà mai rubarci questa eternità, che non avrà fine né il nostro amore e né la nostra felicità, perché quando dal male sai setacciare gioia, come un cercatore d’oro, ostinato, mentre singhiozzi e soffochi, ma le tue mani non si arrendono, hai la ricchezza più grande che è sempre stata la sola con la quale non si può comprare niente.
 
 
 
 
 
Niente.
 
Per questo sono ricca,
 
perché non ho niente.
 
Niente.
 
E adesso sul serio, sento tutta la pressione inespressa del tuo desiderio.
 
 
C’è stato un inverno perfetto e questo è tutto.
 
E io e te ora siamo occhi negli occhi in un’eternità speculare senza male.
 
Se giochi a pallavolo con il filo spinato come rete,
 
se come i bambini riesci a ridere anche sotto le bombe,
 
se gli angoli del tuo sorriso assaggiano il pianto, curvandosi ostinatamente verso l’alto, e le tue sopracciglia aggrottate nella rabbia si sollevano in un movimento alato di meraviglia, se dalle tue ciglia bagnate fai filtrare raggi di sole sulle guance assetate
 
se nel dolore
 
 
atroce
 
insegui
 
la felicità come un borseggiatore  che si muove nell’orrore a lei noto e in ogni suo vicolo buio
 
e l’ilarità che agile scavalca i cancelli dei tuoi sensi di colpa
 
e allunghi il braccio per afferrare la gioia come si afferra una pistola,
 
e fai  documenti falsi per fare fuggire la tua ironia dalla malinconia
 
come si cerca l’aria in apnea
 
se buchi lo spazio di ghiaccio che rimane,
 
artigliando l’aria
 
come lo stomaco la fame,
 
e se gridi anche con un filo di voce
 
 
 
 
 
sei un vincitore.
 
Un vincitore.