sabato 31 dicembre 2016

Angeli suicidi

Progress - 2016 Dipinto Eloisa Guidarelli




Angeli suicidi
 
Senti  anima bella, qui siamo sul pianeta terra, ascolta anima pura non c’è solo cultura, e viso senza eguali spogliati degli ideali, gettali vicino a noi ce ne rivestiremo poi nell’ora di andare. Fa troppo male questo lavoro di memoria per lenire il coito interrotto delle tue intenzioni, che hai lasciato cadere, come chimere sfuggite, su ali di pipistrelli ubriachi, c’è un minuto d’infinito in cui non so dove siamo stati.  Ma vorrei tornarci. L’anima del poeta non vale quella del pirata, anima bella qui siamo sul pianeta terra e dovresti abbandonare liriche condiscendenti per volgarità più urgenti e pertinenti in certi istanti. Una falsa apparenza di lealtà per la più sincera istintività, svestirti dei panni dei passati eroi e tornare tra di noi. Del resto poeti siete tanti e pochi convincenti. I più davvero stronzi.
 
 
E mi sono sentita tradita, sempre lo stesso sfondo, la stessa trama, la stessa vita, mi sono sentita umiliata dalla stessa mano che mi ha abbracciata, dalla stessa bocca che mi ha sfiorata e poi giudicata.
 
Sei molto bella… la parola bella è caduta dalle tue labbra, tutte le volte che la butti fuori, crea distanze e mi ritrovo altrove, bella, come un bacio finale, un cappotto che con le mani mi chiudi sul petto con gesto brusco, ma ho freddo lo stesso, è freddo dentro quello che sento,  bella fa parte di un ricordo rarefatto, ero nuda sotto un largo cappotto, e in quel colbacco con la stella rossa, portato a Trento per provocazione, stava Rubens il piccione che avevo raccolto implume fermo sulla neve dove si lasciava morire anche se sembrava non lo potesse sapere, lo avevo raccolto e lo tenevo con me, andavo in giro con polenta precotta, una siringa priva d’ago e lo nutrivo in ogni Bar dove entravo, nello stesso inverno freddo che dividevo con te. Pensare che ero venuta lì per recitare ed ero invece una portatrice sana di piccione. Varcavo le osterie come portali di fumo inseguita da sguardi setacci,  tenevo questo colbacco come un cestello, lo avevo chiuso legando i lacci che avrebbero dovuto stringersi sotto il mio mento, ma c’era lui dentro, lo appoggiavo incurante nei tavoli delle bettole più oscure dove l’inverno non osava entrare, sentivo sguardi superalcolici scivolarmi addosso e avvolgermi come nebbia, spogliarmi a ogni costo, mi sentivo fatta di istinto, sangue e rabbia. Sotto al cappotto largo le mie ali si sgranchivano per sbaglio. “Bella”, mi faceva sentire la luce rossa addosso, che oscillava cercandomi il petto, un colpo veloce e mortale che non faccia male, bella è un baratto, un attacco, un ricatto, uno strappo alla manica per tirarmi indietro, bella non è nulla di sincero o di vero. Sei bella sai dimmi in cambio cosa mi dai, sei bella sai puoi chiedermi sempre tutto quello che vuoi, certo ma poi? Bella ha un peso. Nessuno è illeso, né tu che lo dici, per come lo percepisci, né io che posso solo ascoltare ma intanto quella parola mi ha invasa e sempre mi invade, scivola, striscia, scende e sale, brividi trattenuti, rilancio passivo di segreti, te la vorrei ricacciare in gola se non l’avessi appena detta ora, l’ha sbarrata il mio sguardo, da sempre in ritardo, la parola bella cadeva dal tavolo frantumandosi, scivolava  come bava da sotto la tua mano che toccava il mio ginocchio. E’ una parola al posto di un bacio, è una parola ghiacciata sulla schiena, il mancato canto di una sirena, preliminari stretti addosso prima dell’ultimo tratto concesso. Bella quel cervello ti costerà più caro, da adesso devi dimostrarmi ogni giorno di averlo, perché se sei bella non ti è concesso altro che questo. E’ una parola che mi rende responsabile di un aspetto che ogni giorno detesto, è una parola aspettativa che può portarti alla deriva, è una parola tagliente, sotto l’aspetto romantico è sempre indecente, è una parola gabbia, è una parola profumata, è una parola abusata e naufragata in una tua pausa, è una parola colpa di cui ti hanno avvolta,  ma è solo una parola, che avresti dovuto mettere in un gesto piuttosto, stringermi tra le tue braccia adesso, farmela sentire indosso. Ci sono troppe parole estetiche stanno sospese al posto dei gesti, sono come troppe descrizioni nei testi, sono attaccate ai fili sopra le culle delle bambine ingenue che percepiscono solo le ombre, ruotano in senso orario sullo sguardo nascoste come giostre, sagome mostruose immortalate in sorrisi di cavalli a dondolo, clown e fate, sono mostri da Luna Park, trottole, e pericolose montagne russe, sono corde di burattini impiccati nelle mani di burattinai astuti che li fanno muovere e parlare a piacimento, stanno come decorazioni natalizie, fittizie, lì appese a se stesse, perfette, sterili e neutrali.  Ho bisogno di fatti, di un atto concreto, di silenzio totale, quello mi può abbracciare, della morte delle parole, le parole le vorrei respirare, le vorrei sudare, le vorrei bere, le vorrei toccare, perché così non potrebbero mentire, perché così si potrebbero sentire, le parole le vorrei vedere, le parole dovrebbero essere passi, gesti concreti, tempo che passa, strada che avanza. Ma oggi ho gli occhi di una Cassandra stanca, stanca di giurare che è vero che il peggio deve ancora venire, che sì ci dobbiamo divertire, prima della fine. Che siamo tutti girati di schiena per un tuffo nel vuoto all’indietro, i nostri piedi si bilanciano su un muro di cemento. Stai attento perché potresti vivere anche quando sei morto dentro. Si incrociano calici di spumante, come spade in un giorno solenne, per un patto importante, e occhi negli occhi prima di piccoli sorsi distratti e interrotti, le parole si spezzano in gola d’un fiato come scaglie di cioccolato, sono dolci, sostano sulla lingua per un tempo breve e poi tutto scende lieve con la sete e desideri inespressi salgono come bollicine verso l’alto da mondi profondi, concessi e repressi.
 
Se Ginevra avesse detto a Lancillotto non posso, o lui avesse detto a Ginevra “Sarebbe tutto perfetto ma non adesso” non ci sarebbero sogni, illusioni e canzoni da cantare, ma sarebbe solo reale. Il reale che non lascia tracce. Il reale che lascia uno spirito deserto, immacolato come un sentiero di neve mai calpestato. Ma nel reale il sangue scende dall’alto cade da battiti d’ali, e ci sono castelli a cui sono sbarrate le porte della fantasia, vietata ogni utopia.
 
C’era una mansarda che era una casa perfetta, perché era un covo e basta, c’era una mansarda con il tetto di vetro e io potevo vedere la pioggia sdraiata sul letto aggredirmi senza bagnarmi, c’era una mansarda carboneria, dove l’amore immorale si poteva scaldare, c’era questa mansarda con pochi libri, e c’era a lato il mio ospite pennuto che dormiva nel suo cappello, il colbacco con falce e martello, entrambi ascoltavamo la pioggia, io ero innamorata persa, io e il piccione eravamo entrambi prede, con le ali ferme e richiesta di cibo e amore a tutte le ore, c’era una perfetta colonna sonora, l’acqua che scendeva, sui nostri occhi e sulla neve sporca, c’era una perfetta sintonia eravamo spettatori entrambi degli inevitabili eventi, per questo dormivamo uno accanto all’altro, come quando ci si trova per sbaglio. E occhi verdi e arancioni pieni di intenzioni.
 
Certa come una pista d’atterraggio illuminata è questa mia solitudine voluta.
 
I miei legami sono molto forti, ma non ci possono essere accordi, compromessi, linee guida, soprattutto disciplina, non ci può essere senso di patria, di appartenenza, gruppo, partito, schieramento che sento, perché sono l’assenza di questo, sono terra senza confini, senza fratelli e senza famiglia di sangue, ho fratelli e sorelle di provenienze diverse, stessi capillari, stesse vene e arterie, senza differenze. E quindi oggi sono dilaniata, oggi sono sola e isolata più che mai, da quando gli ideali sono solo guai, sono documenti falsi che ti porti addosso e la tua colpa è la resistenza a ogni costo.
E intanto lavoro a testimonianze partigiane, ed è dura ascoltare parole spezzate da sospiri, pause di ricordi e sofferenza, una boccata lenta nell’aria, prima di ricominciare, un sorso di the e sento deglutire da quel registratore una donna eroica che vive le stesse ore, oggi altrove. Avverto la vita venire a galla insieme alla paura, agli odori, privazioni, mancanza, e amori. Fame e polvere da sparo, non potersi curare, non potere mangiare, persone che ami ma devi abbandonare. Tessere di partito stracciate, ideali traditi che hanno lasciato cicatrici come frustate. Scene atroci ti si disegnano davanti allo sguardo ed è una sceneggiatura scritta in ritardo oggi su questi diritti crocifissi, su questa costituzione tradita, sempre e solo ferita. Cos’è questo carosello zoppo e cruento, di quello che ascolto e di quello che sento dentro. Cosa siamo. Oggi. Quali responsabilità ci pesano sulle spalle, quali balle che ci facciamo raccontare invece di tenere alto il nome di chi ci ha regalato la libertà, in cambio della propria vita. Siamo qui a proporre un Olocausto al posto di un altro. Ma è passata, è passata, ha vinto la Costituzione, meno male, dannazione ce la siamo vista brutta, ora il governo è caduto nell’attesa che si rialzi, non parli. Ho un dipinto che nasce quando la mente percepisce l’ultimo tratto del dipinto precedente, c’è folla di idee nella mia testa, è come un mercato in festa, braccia si allungano per afferrare merce fresca, e le voci si fanno più forti sulle altre voci, come pesci che sembrano esplodere in aria per un sovraffollamento sott’acqua, un fatto di branchie che ricercano ossigeno, e i tuoi polsi avanti come acquedotti stanchi, tangenti alle ginocchia, mentre sei immersa in una vasca d’acqua rossa, con fiori assetati sbocciati per abbracciarti tutta, quello che resta adesso di questo progresso che avanza senza rispetto, si fanno le prove, si cade e si muore in questo teatro volgare ma lo spettacolo s’ha da fare, vi giro le spalle in eterno. Eccolo l’angelo caduto con i polsi tagliati condotti davanti al tuo sguardo, la testa reclinata di lato, ali sporche, ecco l’angelo drogato con tagli nelle ali stanche, seduto a gambe aperte, eccola come bianca falena notturna, con occhi neri, pozzi cerchiati da occhiaie rosse come deserti, eccolo il volto scoperto da siccità di lacrime, di polvere e scosse, eccoli i polsi stanchi, le braccia lunghe come oleodotti poggiate alle cosce, il resto è un pavimento di sangue senza ferite certe, perché le ferite sono interne, ecco l’angelo dello scandalo perché il suicidio non era contemplato, né perdonato nel tuo presepe in nero, nel tuo paradiso inventato, eccolo il fascino del mistero, l’anima non pentita disposta a vincere la guerra finale nell’ultima battaglia mortale. Ecco la tua devastazione, la tua prigione, la tua ragione, eccola ridotta a questo, il tuo progresso un suicidio perfetto. Ti punta con occhi di denuncia.
 
C’è stato un momento esatto, ma forse eri fatto,  in cui il tuo sguardo ha cercato il mio per dirmi la verità su tutto, a cominciare dal tuo desiderio represso, e in quell’istante ho avuto occhi pronti come cesti a raccogliere verità uscite dalla camera oscura della tua censura, ma i tuoi cecchini avevano già sotto bersaglio le intenzioni più vere fuggite per sbaglio, quindi c’è stato troppo poco tempo degli occhi negli occhi, per qualsiasi reazione, i miei erano porte aperte di scatto a quelle verità fuggite dalle gallerie infinite delle tue pupille liquide dove se c’eravamo stavamo fuggendo per mano, ma tu hai solo avuto paura, hai pensato fuggirà la verità, fuggirà da me, crollerà la recita infinita di tutta una vita, ti sei concesso un solo attimo, prima di riprenderti tutto, il tuo sguardo è scivolato sulle mie gambe, dove per un momento il desiderio ha sostato e mi ha immobilizzato, sentivo di scendere le scale al rallentatore, di essere nuda d’improvviso, solo perché tu lo volevi e lo avevi deciso. Ma all’amore o alla sua idea, al desiderio hai mandato secondini, alla polizia hai fatto la spia, hai proibito a qualsiasi cosa di cominciare, le tue dita hanno lasciato le mie lentamente, le illusioni si sono arrese, e al muro le hai giustiziate.  Ci sono solo testimoni intatti nei miei occhi esterrefatti, che ho inclinato subito a terra, insieme ai tuoi, perché per un momento troppo lungo eravamo stati noi.  La verità è qualcosa che fugge, è scaltra perché porta da sempre una taglia, la possiamo nascondere, possiamo uscire con lei la notte a farla pisciare in zone non viste, rientrare in casa e metterla vicino a una stufa, a un camino, è sottile epidermide sull’anima, va difesa dalle intemperie, dal freddo, dal caldo, da stagioni diverse, da voglie perverse, teniamola al coperto che non prenda freddo, che sia senza traumi il suo risveglio. Domani sarà a lutto, a festa, con fiocchi in testa,  lancia in resta, domani la vestirò di tutto punto, ciò che si consente e si deve per sopravvivere, per passare il confine, perché non ci trovino nascosti nelle cantine a barattare false identità. Come un mollusco la verità troverà il suo guscio e potrà strisciare, orientarsi con i suoi occhi distanti negli abissi, che chi va piano va sano e va lontano e questo alla fine è quello che conta, la passione brucia, incatena, fa fare gesti avventati di cui poi ci si pente, ascolta gli amici fidati e rientra nei ranghi, un conto sono ballate e poesie, lì possiamo anche osare e esagerare ma non nella vita reale. Sii prudente, indifferente, cercati prima ogni attenuante, che l’anima tanto è lì coperta e nascosta, un’altra storia condurre una vita irreprensibile e onesta, abbassa la testa. Fai l’eroe dove puoi. Non concederti mai, di base evita i guai, sii irreprensibile come una facciata e lava i panni sporchi di ogni giornata nella tua vita sacra e privata.
 
Cos’ho io di sbagliato che non l’ho mai capito, che non l’ho mai accettato.
 
Mi sono crollati affreschi in testa dalla Chiesa sconsacrata della tua irreprensibile condotta, lo ammetto avrei preferito dannazione ti fossi preso questa occasione, che poi qui si aprirebbero eterne disquisizioni su chi tradisce con il corpo o le intenzioni, quasi si potessero o dovessero necessariamente separare, come potessi mandarmi il tuo sesso ma senza partecipare e lui potesse dirmi “guarda mi ha mandato quel tale” “ambasciatore non porta pene, ma a volte invece succede” così a tua moglie che aspetta a casa o chissà alla tua fidanzata,  puoi sempre dire “pensavo a te, la mia mente del resto non è andata” oppure “lo faccio con un coinvolgimento totale e mentale però non mi si alza a livello sessuale” “è che tu sei diversa perché…” “No, guarda lasciamo stare perché con le scuse si può solo peggiorare” io il tradimento nelle intenzioni non l’ho mai concepito, voglio dire se lo devi fare, fallo al completo, non è che siccome te lo sei proibito ne esci più illeso, più puro o illibato. A me pari più fesso e irritato, dilaniato da voglie represse, per altro sempre le stesse. Ho tradito perché ne avevo desiderio completo e non me lo sono proibito, e stare lì attendere il terremoto finale con un orgoglio totale, sarebbe un altro morire, quanto meno senza strisciare. Farlo senza cercare scuse, prendersi ogni responsabilità, irriducibili fino alla fine e faccia fronte all’uragano che sta per arrivare come si attende la brezza dal mare, con sprezzante romanticismo. E’ davvero così difficile essere onesti? Accettare tutte le conseguenze di atti, pagare l’istinto, le passioni e gli innamoramenti senza diventare doppiogiochisti scaltri che si muovono con la paura addosso, con quegli occhi che dicono “vorrei ma non posso” siate uomini almeno nei tradimenti. Non ci sono più uomini limpidi, ma uomini sposati e annoiati, repressi con guinzagli lunghi o corti ma pure sempre guinzagli, uomini tristi e donne spesso con la paura di perderli che accorciano e accorciano quei guinzagli senza rendersi conto che a forza di controllare la vita del marito non hanno vissuto un solo loro privato minuto, rilassatevi, e accettate l’unica verità da accettare siamo per natura tutti poligami, lo siamo per forza di cose perché l’amore non è un contratto ed è questo il suo bello e perché l’amore finisce, non solo l’innamoramento, finisce anche l’amore e di preciso quando comincia un innamoramento altrove. Dopo la cosa giusta da fare sarebbe accettare, ma lo fanno in pochi, sarebbe un comportamento troppo equilibrato, i più negano, impazziscono, cancellano tracce, ricuciono, i più, colti sul fatto, uno perso nelle cosce dell’altro balbettano con la coscienza in ritardo “Non è come sembra tutt’altro” e ancora donne danno colpa alle donne che sono tutte troie, e difendono i loro compagni anche se le hanno umiliate, ma non è colpa del mio compagno, non voleva, è stato attratto, sedotto, come quello stronzo di Ulisse, sono le sirene puttane con le loro canzoni oscene, lui si era legato! Certo come no, lento però! Gli uomini danno colpa alle donne che sono tutte troie, le donne danno colpa alle donne che sono tutte troie. E sembra che l’unica certezza sia una cospicua esistenza di troie. E’ tipico maschile dare ogni responsabilità alla donna, se ha l’amante è perché lo ha costretto la moglie che non lo rende felice, se ha ceduto alla tentazione è colpa dell’amante che è l’essenza stessa della seduzione, colpevole di adulazione, provocatrice, manipolatrice, attraente. Il tradimento poi si sa è giustificato da strabordante virilità, così non è una colpa  semmai un vanto maschile, qualcosa che la donna deve accettare in quanto il maschio è tale. E così si avvicina il prossimo Natale nel bene e nel male, quest’anno i miei auguri vanno a tutte le amanti che si sono vissute momenti importanti, le vere donne resistenti che si prendono solo le colpe ma anche in fondo i migliori momenti, perché almeno una volta chiusa la storia a loro non rimangano da lavare mutande e calzini, la mia simpatia va all’amante lasciata, offesa, umiliata, alla distruttrice della famiglia ipocrita già distrutta da tempo, lei del resto ha solo la colpa di avere dato uno specchio, un po’ di sesso, l’atto finale, la verità che fa male, la mia simpatia va a lei avvolta da una coperta calda che si consola con una cioccolata in tazza e che magari analizzando la cosa si dice che vabbè in fondo quel sesso non era un granché, e questa è la solitudine migliore, una vita sole e libere da gestire senza dovere perdonare o capire chi giorno dopo giorno si impegnerebbe a mentire e tradire, perché tanto si sa la donna più interessante è sempre quella che non si ha.
 
 
 
 
E’ che non sopporto più le gabbie, e la noia che si prova dentro, non sopporto di girare intorno senza sentimento, non sopporto quest’agonia del niente che ti avvolge in spirali di nebbia, la vita è  nell’istante dilatato che ho toccato, è solo nella sua fine che viene percepito, ma noi non sappiamo gestirci l’infinito, e così siamo quel poco che conteniamo. A noi la morte dà equilibrio, perché noi per nostra natura abbiamo bisogno di misurarci con la paura, l’eternità ci serve solo per fantasticare, nella vita non la potremmo affrontare, per questo la pensiamo al di là. Noi abbiamo bisogno di iniziare e finire, noi abbiamo bisogno di finali, li cerchiamo da sempre nelle favole, nei film e persino nelle nostre relazioni, il “per sempre” è qualcosa di astratto e assente e poi quale vero significato potrebbe avere in un eterno mutare e marcire, se anche noi dobbiamo finire. E allora finiamo. Non sappiamo finire, non sappiamo gestirci l’infinito, né il passato, né il presente, né il futuro, perché alla fine questa cosa qua che siamo qui per un passaggio nel mondo ci sembra davvero troppo in fondo, una presa per il culo, neppure un sadomasochista arriverebbe a tanto e quando glielo hanno detto ha pianto, possiamo solo drogarci o reagire e la prima va per la maggiore.
 
Volevo sentire la tua voce morfina, perché era l’ecografia migliore, dal seno sul battito del cuore, volevo sentire la tua voce, non le tue parole, di cui spesso non capisco il significato che solo il suono della tua voce ha trovato, non volevo ascoltare cosa avevi da dirmi, perché le tue parole parlano sempre altrove, e mai alle mie ferite,  non volevo darti il tempo di elaborare, di pensare e censurare, di cambiare, lenire, giocare, ferire, adulare, volevo solo il supporto musicale, sentirti parlare, che la tua voce trovasse le mie proporzioni esatte, scendesse, salisse, entrasse, uscisse, come l’acqua nelle grotte, ma per questo ho dovuto ascoltare, tralasciare, assorbire una musica priva di testo, si è meno soli con il canto dei grilli eppure non lo sai cosa si stanno dicendo, pensi che siano solo trilli, non sai cosa dicono le cicale, non sai come risponde il mare, non importa quale significato segreto ci sia tra una risata e l’altra di un gabbiano, eppure ti basta, ti lascia con la consapevolezza che tanto ogni significato sarebbe sprecato, la mia vita è questo adesso sono concentrata sul resto, non cerco traduzioni e significati, ma suoni e sensazioni, attendo che dal profondo mi venga in modo inconscio il vero significato del mondo, che può solo avvenire senza spiegazione, come una visione, una rivelazione, una sensazione, l’eterno che non si spiega si assorbe e ti travolge, nella mancanza di respiro so di cosa sa l’ossigeno puro, non mi interessano le tue amanti, non mi interessano i miei amanti, i tuoi tradimenti, i miei tradimenti, la parola fedeltà in qualcuno o qualcosa è di per sé la più patetica scusa, sento la fatica del tuo complicarti la vita, sento la mia leggerezza addestrata nel tempo con prudenza e disincanto, plano dall’alto e ti voglio bene comunque chiunque tu stia amando, chiunque stia amando io, perché l’importante è altro, non è quello che si dice, è quello che si sente. Presente.
 
E all’ultima cena di Natale mi ero vestita da collegiale del cazzo, poi ho cambiato il mio aspetto e sono andata vestita di blu, tu vestivi sempre di blu, tu vesti ancora sempre di blu. Ero più a mio agio in pantaloni maschili, ma forse erano solo i miei pensieri a sentirsi virili, ho nuotato di taglio nell’onda verso i parenti, paravo fendenti con sorrisi, che erano stampi di certosini, tutti vicini, distribuiti a oltranza, ho cercato qualcosa di vegetariano e poi mi sono messa a parlare con mia cugina, con la quale ho diviso la mia adolescenza, niente esisteva più, ogni tanto un bambino, il figlio di qualcuno, di qualche mio cugino, afferrava panna con le mani dai piatti di parenti trasparenti e barcollava, misurando i suoi primi passi, concentrandosi ad andare a sbattere altrove, a imbrattare ginocchia esposte come paracarri immobili avvolti di pelle o calze di nailon, con adulti con braccia lunghe al pavimento per evitarne cadute, mi gestivo la mia prospettiva di pecora nera, di artista che ha pagato la sua scelta, ero aggrappata alla mia commiserazione simpatica e vera, alla mia disoccupazione, alla mia incertezza, precarietà, no aspetta com’è quella parola che rende meglio, abusata … ero già nella mia flessibilità, e infatti mi sentivo flessibile, un giunco irresistibile, come al solito me ne stavo a parte a difendere la mia arte come una figlia, la mia arte, vestita meglio che si può, ma non accettata, timida, impacciata, con pensieri non in linea con i doni e le ricorrenze, la mia arte, una figlia con problemi nel gestirsi relazioni, come Mercoledì della famiglia Addams, la mia arte con trecce nere e broncio eterno, che gioca con le paure degli altri, che ha fantasmi necessari, e fiocchi neri sulle trecce perfette, una perversione rara vestita da scolara, sì una che può solo fare una brutta fine, il perché lo si vede da sé, c’era sempre quella spietata curiosità a prendermi le misure, a scandagliarmi il cuore, tentativi disperati di mondi opposti che si aggrappavano all’educazione, quando non era compassione, chissà cosa si prova a vivere come lei, senza Dio, senza Dei, chissà cosa si prova a scommettere la vita puntando così in alto, quando non si ha nulla in mano ed è un azzardo perfino bleffare, stavo lì come ogni anno, sola, senza un lavoro ma aggrappata al mio sogno zattera, scendeva la temperatura e cominciavano a circondarmi squali, e loro stavano lì come ogni anno aggrappati a un lavoro che avevano barattato con un sogno, e io stavo lì come ogni anno a chiedermi come sarei stata ad avere un lavoro sicuro, un’entrata, una casa, e loro stavano lì come ogni anno a guardarmi e a chiedersi “oggi come starei, se come lei, avessi combattuto a costo di perdere tutto per stringermi al petto un sogno”, e ogni anno la risposta è uguale, la risposta è che da ogni lato fa male, la risposta è che questa società chiede comunque una parte di te, una parte comunque importante, eravamo tutti lì con ali lacerate e bocche piene di scuse per non lavorare o per non sognare o per lavorare troppo o per sognare troppo, ironia era che stavamo pagando in modo diverso uno stesso originario conflitto. Avevamo dato al Diavolo quella metà che esige in cambio per lasciarti scegliere chi essere. E quella metà se non hai fatto la scelta giusta finisce per bussare al tuo sterno un conflitto eterno, con la costanza di un testimone di Geova. Guardandoli, come ogni anno, mi dicevo: “meno male che sono quella che sono”, che forse era la cosa, che loro stessi, consolandosi, dicevano a se stessi guardandomi.
 
Un bicchiere di plastica augurandomi un fantastico domani mi si è rotto tra le mani, quindi avevo tra le dita uno spumante in pezzi da montare, che idea uno spumante IKEA e a mia cugina una fetta di torta alla panna era caduta sul suo vestito, avendo le mani impegnate, non ha potuto far altro che scongiurare la fetta con la speranza che cambiasse percorso, o avesse una coscienza, una trafila di “Nonononono” che ricordavano l’inevitabile corrente che porta alla cascata, ma la fetta non l’ha fatto, non ha ascoltato la preghiera, la fetta atea si è inclinata tra la sua coscia velata e il divano, esattamente come noi, si vede che quando abbiamo fatto quelle scelte avevamo le mani impegnate, è così, avevo le mani impegnate dal tenere stretti i miei ideali, avevo rabbia, orgoglio, desideri, gioia, sogni, ambizione, creatività, idee, e mi destreggiavo come un giocoliere, la pittura mi è caduta addosso e non ho più frenato il resto, la scrittura, il teatro, mi hanno imbrattato, e tutto quello che possiamo farci adesso è una risata lo stesso, perché è tardi per i rimpianti che comunque non ho.
 
Mio nonno ha 102 anni e li porta da Dio, la sua memoria magari non è sempre perfetta, l’ultima volta mi ha scambiato per la Madonna, è che non gli andrebbe mai rivolta la seconda domanda, lui ti riconosce, riconosce tutti perfettamente, ma se dopo averti riconosciuto, qualcuno gli chiede “lei chi è?” Lui non lo sa più, con il nonno è buona la prima, ed è triste questo interrogatorio, come fosse un bambino piccolo, cazzo ha 102 anni! Tu non vedrai mai tutto quello che lui ha visto, quindi invece di chiedergli con quell’aria da coglione “Lei chi è” ma chiediti chi sei te! E poi lo stanno studiando, un fatto di mitocondri, di cellule, di alimentazione, di culo e dannazione, tanto non lo capiranno mai, lui sorride beffardo perché 102 anni o li hai o non li hai, però vedere 102 volte il Natale a me farebbe troppo male.
 
 
 
E poi mio zio mi ha detto che:
 
 “Ci manchi tanto perché… alla nostra famiglia manca una come te”
 
Perché la vita, la vita è in  queste banali trame, guardare il mare, mentre la tua fame divora un silenzio improvvisato con pomodori e pane.
 
Perché la vita, la vita è questa, atrocità e leggerezza.
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 15 ottobre 2016

A modo tuo non sono io.

Eloisa Guidarelli
 
 
 
A modo tuo non sono io
 
Si lo so mi vuoi bene a modo tuo, il problema è il modo tuo.
 
Ho aperto le braccia stanche ho respirato branchie, mi muovo intrappolata nei tuoi ricordi a strascico, e non ho più un fondale davvero mio, neppure per dirci addio, e piedi incapaci per desideri di disadattati, sono caduta di faccia ho messo l’istinto davanti alle mani, le dita stelle marine, macchie gettate aperte rosse come scoperte, a respirare dalle ferite, come labbra sporche di sale, le succhio, sa di ferro e alghe questa domanda che non mi esce dalla bocca ma sosta nel solco lacrimale di un oceano trattenuto nell’eternità di un solo minuto, di questa favola oscena di sirena, tu hai visto appena la mia schiena, che ti avvolga il mito antico perché io ti ho già tradito. Cantavo canzoni oscene nel porto, e leggevo nomi di barche, di donne, di sogni, proiezioni, viaggi, fughe, scoperte. Mi bastava annusarmi una spalla che era restata al sole per ore e l’odore di  erba di macchia e mare mi avvolgeva la faccia, bastava questo per non avere più un nome, mi bastava per perdermi l’identità che finiva per dissiparsi nel vento e io tornavo ad essere tutto, ad essere dentro. Durava poco come è breve l’infinito ma poi potevo tornarci quando lo desideravo, era un sentiero che conoscevo a memoria, la mia storia di strade di polvere e cappelli di paglia, segni di passaggio lasciati da geometrie di pneumatici, la sabbia sollevata dal vento che entra nelle narici insieme a quello che dici, e io sono il resto, quello che avvolge, erba seccata da una giornata senz’acqua, polvere di minerali sulla linfa assetata, salsedine nell’aria, dove sono rimaste tracce di mare, posti segreti, traiettorie più note ai piedi scalzi che agli sguardi.  Tu sei apparso questa notte in un sogno zoppo, che non ho compreso affatto, eri in un angolo, sarai stato di certo vestito di blu, come vesti sempre tu e mi guardavi, guardavi mentre mi avvicinavo a lui, e mentre poi gli rivolgevo qualche parola, e mi ero chinata, perché era seduto, forse mi ero appoggiata con delicatezza a una sua spalla, ma sono dettagli, anche se per te tutto conta, non consideravo troppo nessuno, erano parole vaghe di cortesia, avevano senso di vento, qualcosa che ti sfiora le orecchie o la guancia, come un saluto, una cortesia, un bacio ma di circostanza, parole vuote, senza suono, senza ricordo e senza meta alcuna, gettate solo come una carta di qualcosa, una caramella, una gomma da masticare o un biglietto dell’autobus, parole scadute dopo un’ora di viaggio, parole obliterate e inutilizzate ora, parole come una mano sulla spalla, per passare oltre, con delicatezza, parole biglietto, parole parchimetro, parole per sostare altrove il tempo che mi sarebbe servito, parole che sono come precedenze, come l’ordine da tenere, parole insincere, parole convenzione, parole che sono già atti, forse neppure quelli nostri, abitudine, parole-abitudine, come buongiorno, buonasera ma poi chi se ne frega,  parole per lasciarti alle spalle, leggere come passi di danza, come foglie cadute, stagioni nuove davanti a stagioni perdute, un ex compagno… Ma tu sei sempre stato geloso anche della mia vita passata e io l’ho sempre pensata una grande cazzata, ora so che, non eri neppure geloso di me, ma di quello spazio, di quel sacco amniotico che conteneva ogni mio desiderio prima che divenisse atto, eri geloso di quel mio essere sospesa nelle possibilità di dividere quel tempo, quei minuti, quei brandelli di vita, quella complicità, eri geloso della mia attenzione, tu amavi la mia attenzione non me, tu amavi la mia attenzione su di te. Poi non credo di essere mai stata amata, solo desiderata, e qualche vita di proiezione ha fatto insieme a me confusione, un film con un finale lasciato sospeso, siamo usciti dal cinema delle nostre vite senza averle capite e soprattutto ci sfugge il finale. Anche gli uomini che ho avuto occupavano ricordi, pensieri, spazi, qualcosa che ti veniva tolto, qualcosa che io ti avevo tolto per paradosso anche quando non ti conoscevo affatto, come osavo avere avuto un passato che non comprendesse te e perché.  Se non avessi avuto quei tuoi occhi incollati alla schiena, tu che stavi là a gambe aperte, bello come sempre, vestito di blu, perché il blu eri tu. Ma io ora dovevo calarmi in quel tombino, che mi prendeva le esatte misure e scendere in verticale, per quel pozzo stretto di pietra viva, quasi privo di scale, dovevo scendere appoggiando i piedi su sporgenze naturali, lo facevo abitualmente, abitualmente rischiavo, era una sorta di pausa da qualche cosa di teatrale, perché se c’eravate tu e lui doveva essere così e anche perché indossavo assurdi tacchi a spillo, doveva essere una parte da interpretare, per usare i tacchi a spillo qualcuno mi deve obbligare, e con quelli scendevo nel pozzo stretto, sembrava scavato sulle mie proporzioni esatte, era senza fine, buio, non avevo paura,  stavo solo attenta a non inciampare. Se avessero potuto i tuoi occhi mi avrebbero seguito fin dentro il pozzo ma il sogno ci aveva diviso, anche lui come la vita. Mi sto per calare e poi grido che devo risalire, ci sono pantere nel fondo, che girano in circolo, minacciose. Risalgo, non è il momento per il passaggio, per dove? Lui poi l’ho censurato con il volto di un altro uomo ancora di minore significato, insegnava ad allievi, teatro, immagino, mi abbracciava affettuosamente, mi presentava, ma io ero assente, non me ne fregava niente, e sai come finisce ? Tu che sei avido della mia attenzione come l’affamato di un boccone, sai come finisce questa storia onirica fatta di pozzi scoscesi bui stretti e neri come uteri pericolosi, e dove alla base pantere si muovono in una visione dall’alto come squali in attesa, mi sposto a mio agio nel mio inconscio, solo sto attenta ai due enormi gatti neri di guardia… e se è il caso risalgo. Finisce in una passeggiata, con un’amica, al buio, in un bosco, un sentiero polveroso che conosciamo, alberi tutto attorno, parliamo, è una compagna evidentemente non importante al ricordo o forse tanto da censurarla totalmente perché non saprei dire chi era, non ricordo niente, solo che eravamo amiche e stavamo parlando, inoltrandoci in questo bosco, non si vedeva alla distanza di pochi metri, poi mi blocco e vedo una di quelle enormi pantere che stavano in fondo al pozzo, che gira su se stessa lentamente, con una eleganza spropositata per una morte annunciata, un’altra le è a fianco e al rallentatore ci vengono incontro, io dico alla mia amica di voltarci e tornare indietro con calma, di non correre, altrimenti ci attaccheranno, e così, lentamente giriamo le spalle e le pantere camminano dietro e sento a ogni passo che non c’è nulla da fare, solo camminare piano e attendere, la loro voglia di attaccare o sperare che siano sazie,  niente dipende più da noi, la nostra vita  è sospesa, siamo solo ombre nere davanti a due grossi felini che lenti ci seguono senza fretta tenendo la giusta distanza. Ci lasciano per gioco il vantaggio di qualche metro. E si va a passi lenti con confidenze rarefatte dall’ansia e il sudore congelato alla pelle, con pantere dal pelo lucido uscito da una notte d’olio per sbranare.
 
Poi è suonata la sveglia le pantere mi avevano lasciata viva per un’altra giornata di merda!
 
E adesso devo uscire da questa pioggia sottile, dal tuo passato, varcando il confine, e devo nuotare più che camminare in questa umidità, mi viene da boccheggiare come un pesce pescato, se penso al teatro e alle maschere che ancora dovrò incontrare. Ai passi, ai miei passi commoventi a trainare un corpo che rifiuta eventi, sorrisi, un corpo che finirà come sempre per cavarsela benissimo senza me. Io sono sempre stata a parte, a contorcermi nell’attesa di uscire da tutto, di sbattere porte, scavalcare balle e fuggire con il vento che mi tocca le spalle, come un amico che si affretta con te “hai fatto bene perché…” Perché non fai parte di niente. Di sorrisi panoramiche, della competizione che attende il colpo di pistola, mentre fasci di muscoli sono una sola cosa, delle medaglie, dell’egocentrismo e dell’inno nazionale che ti sale dallo stomaco alla gola, questo minuto dura un’ora, ho sete di cause perse, di occasioni diverse, ho provato cosa significa sentirsi soli e anche rimanerci quando credi in qualche cosa, e sei il solo a crederci, e ti dici che la maggioranza sembra stia tutta di là, sempre dove non sei tu, persino le persone di cui ti fidavi, pensavi. Fa male. Si ma poi si sale e si capisce che essere soli può essere qualcosa di esaltante, rimanerci, sentirsi, e capire quanti, quanti sono rimasti soli con quelle tue sensazioni orribili, tangibili. Siamo rimasti soli in tanti, non lo sapevo davvero cosa si provava, voglio dire, quando tu sei lì che lotti e ti voltano la schiena, abbozzano un sorriso, uno sguardo condiscendente che sa ridurti in un attimo in mutande, di quelle che cascano lente. Umiliante. Già è così. E io non c’entro niente qui, non c’entri niente nella società quando davanti a un gruppo e distese di vino finisci per non ascoltare più i discorsi, ma ti soffermi sui denti, su movimenti lenti e tutti sembrano in un acquario, persino un po’ sfuocati e l’unica cosa che cattura definitivamente la tua attenzione e con sincera costrizione e preoccupazione è quel dannato moscerino che annaspa nel vino. L’unica cosa che avrebbe senso nella serata, toglierlo da lì, asciugargli le ali soffiando delicatamente, lasciarlo in un angolo di tovagliolo di carta, vicino alle frasi scritte sulle tovaglie delle osterie, in questa biblioteca di fumo e cibo, salutare e andarsene via, con un dio di riserva, quello che puoi tirare fuori quando il primo ha bucato e tu non sei più in grado di andare avanti da solo. Da solo. Ah vento sei l’unica cosa che sento,  l’umidità ora è un bacio sulla faccia, posso tornare a me stessa senza fretta, sentendomi tutta, ossa per ossa, cartilagine per cartilagine, mi sembra di distendermi dentro il mio stesso corpo, di stirarmi come un gatto, di avere lasciato fuori quella minaccia ordinaria. Cazzo sono asociale. Poi devo piantarla di considerare tutti gli oggetti portali. Anche se sono più in orario dei treni, e non ci sono controllori, solo ricordi, odori. Tento di dormire, è sempre un metodo valido per attenuare paranoie, ci riesco, non sono nulla adesso, solo quello che decide il mio inconscio, suona il cellulare, contratto telefonico, chiudo il telefono in faccia alla persona che ha chiamato, mi riaddormento, suona il telefono, e non posso più dormire ci sono troppe persone da mandare a cagare. Anche questo è lavorare, qualcuno lo deve pure fare. Quindi scrivo per vedere se sopravvivo, prima abbozzo l’idea di un dipinto che sento dentro e anche questo mi innervosisce, se non mi ci metterò presto mi batterà contro la cassa toracica, insistente, peggio delle compagnie telefoniche, anche l’arte manda i suoi, a bussarti nel cervello, le idee le hai che fai? Siamo tutti qui come cristi ad aspettare, come in ospedale con i codici di urgenza, si ho un dipinto con un codice rosso che deve uscire adesso. Altrimenti sarà morto per colpa mia, sento già la polizia nella mia testa. Un dipinto non nato sei accusata di omicidio premeditato. Cerca ordine nel delirio, chiamalo figlio. Si anche l’arte ti entra dentro con i suoi cavalli di Troia, tu li fai entrare e allora è l’invasione totale.
 
 Camminando con te, ti direi cose che si finiscono per dire a un’amica, ovvero una verità censurata, e sfiorerei con le dita i lembi della ferita aperta e pulsante, ogni sorriso nato per rassicurarti provocherebbe un’altra emorragia, così prima di dissanguarmi me ne andrei via, congedandomi con una scusa, tenterei di stare molto dritta solo perché dentro sono piegata e azzarderei disinvoltura contro la mia anima impacciata, perché dentro sarei attanagliata dalla paura, e tu penserai di conoscermi un giorno perché non avrai mai avuto neppure lontanamente idea di quali orchi mi divorano da dentro. Ogni momento.
 
E comunque sento arrivare le sirene della polizia, ero all’angolo e spacciavo verità, ma è vietata in questa società, ha pesanti effetti collaterali, come gli ideali, e si finisce per morire, sempre. Una vita da tossicodipendente, dammi un po’ di verità, quanto te la devo pagare? Dove la posso trovare? La verità uccide. La verità e perseguibile per legge, la verità non ti protegge, ti espone a ogni rischio, ti annusano a distanza, come se la portassi a tracolla, ti perquisiscono verità, le mani addosso, ho verità che non posso… ho verità in manette, che poi è così che siamo cresciuti “non accettare verità dagli sconosciuti”, la verità è sotto tortura, braccata da sempre, la verità è una donna a gambe aperte dove l’ordine si diverte. La verità è qualcosa che si paga salato, è il peggiore reato, la verità va nascosta, portata via, imparata a memoria, tramandata di generazione in generazione, deve sfuggire alla dittatura, la verità fa troppa paura. Per questo smetto qua, non posso dire la verità. La devo portare lontano, in un mondo diverso e più umano, la devo portare in un posto migliore per liberarla e farla volare. Altrove.

 

Agli angoli delle città spacciatori di verità rischiavano la pelle. Oggi confessioni virtuali che vagano nell’etere, sembrano corpi abbandonati nell’universo costretti a girare all’infinito come tombe sospese tra comete, stelle cadenti, desideri inespressi e inferno.

 

 


 

sabato 8 ottobre 2016

Non intendiamo dimenticarci di Emmanuel Chidi Nnamdi

Quaestio - Eloisa Guidarelli - 2016




Non intendiamo dimenticarci di Emmanuel Chidi Nnamdi
 
Riflessioni: Non intendiamo dimenticarci di Emmanuel Chidi Nnamdi (Eloisa Guidarelli)
 

Emmanuel Chidi Namdi e la compagna Chinyery erano arrivati al seminario vescovile di Fermo lo scorso settembre, fuggiti dalla Nigeria dopo l’assalto di Boko Haram a una chiesa. Nell’esplosione erano morti i genitori della coppia e una figlioletta. Prima di sbarcare a Palermo, avevano attraversato la Libia, dove erano stati aggrediti e picchiati da malviventi del posto. Durante la traversata, Chinyery aveva abortito.
 
Il Fatto Quotidiano
 
 
Chimiary é stremata, distrutta, inconsolabile. Qui nel reparto rianimazione dell’ospedale, le stanno proponendo la donazione degli organi di Emmanuel, per dare la vita, magari, a quattro nostri connazionali… Lui, Emmanuel, che era scampato agli orrori di Boko Haram nella sua Nigeria; con lei, la sua amata compagna, era sopravvissuto alla traversata del deserto, alle indicibili violenze della Libia, alla tragica lotteria della traversata del mare. Da noi si aspettava finalmente umanità, protezione ed asilo. A Fermo, nella mia “tranquilla” provincia, ha invece incontrato la barbarie razzista (…) L’hanno ammazzato di botte dopo averlo provocato, paragonandolo ad una scimmia (…)». Con un post drammatico pubblicato su Facebook (che in poche ore è stato diffuso centinaia di volte sl web), Massimo Rossi, ex presidente della provincia di Ascoli Piceno, ha raccontato la storia di Emmanuel Chidi Namdi, 36enne nigeriano morto dopo una violenta colluttazione con un italiano avvenuta a Fermo, nelle Marche il 5 luglio . Il responsabile dell’attacco, identificato Amedeo Mancin”i  
Il Corriere della Sera.
 
 
 
Anpi provinciale di Fermo-
 
Era intervenuta anche l’Anpi provinciale di Fermo, per ricordare come Emmanuel e Chinyery, “nostri fratelli e compagni, vittime delle persecuzioni e delle guerre civili nel loro Paese” sono anche “vittime della violenza fascista e razzista in Italia”. Perché, sottolinea l’Anpi, i “due cosiddetti cittadini italiani” coinvolti nella brutta vicenda sono “noti da tempo alle forze dell’ordine come ultras ed elementi della destra fascista”, “stupidi pericolosi sicari generati da un clima di intolleranza, di paura e d’odio innescato volutamente da quanti pensano di far leva sulle angosce e i timori della gente in difficoltà per avvantaggiarsene politicamente ed economicamente”.
 
Da Il Fatto Quotidiano
 
 
Sappiamo poi che quella scelta di donare gli organi Chinyere l’ha fatta, in quelle condizioni, con quel dolore e in quel poco tempo che si ha quando succedono queste tragedie e si deve anche rispondere con lucidità, magari allo stesso tempo cercando di non svenire, di non farsi venire un colpo al cuore, eppure lei lo ha fatto questo gesto di grande umanità, e donare gli organi significa salvare vite, a prescindere da razza, sesso, nazionalità, significa salvare vite. Lei l’ha fatta questa scelta, questa donna che abbiamo visto straziata al funerale del suo compagno, si erano scambiati da poco la promessa di matrimonio, avevano sogni e vita davanti, sogni e vita! E avevano diritti, diritti umani che sono stati calpestati, ignorati. Erano stati accolti dalla fondazione Caritas per richiedenti asilo, perché provenivano da una dittatura che già aveva segnato pesantemente quelle due vite. Era stato lo stesso don Vinicio Albanesi a unirli in matrimonio, in maniera «non regolare» vista la mancanza di documenti dei due giovani. E purtroppo per queste dinamiche burocratiche, non essendo ancora regolarmente sposati, il desiderio di Chinyere e il suo gesto importante di consenso all’espianto d’organi non si è potuto attuare. Ma per noi rimane un gesto, un gesto incredibilmente importante e vorremmo non dimenticarcene. Forse quel gesto è ancora più forte proprio perché reso impotente, dalla burocrazia, dalla legge stessa che regola la donazione degli organi. E ricordiamo che neppure la famiglia di Emmanuel avrebbe potuto dare il consenso, perché Emmanuel e Chinyere se ne erano andati dalla Nigeria dopo l’assalto di Boko Haram ad una delle chiese cristiane del posto: nell’esplosione erano morti i genitori della coppia e una figlioletta. Quindi non c’erano parenti che potessero dare consenso all’espianto venendo incontro al gesto di Chinyere. Dolore che si aggiunge al dolore, impotenza che si aggiunge a impotenza, ha una lapide provvisoria Emmanuel, altre questioni burocratiche, la burocrazia non si ferma, dovrebbe ritornare in Nigeria, sembra dalle informazioni raccolte che anche Chyniere abbia difficoltà a visitare quella tomba perché per essere tutelata è stata trasferita a Pescara, in un centro dove nessuno può raggiungerla e insultarla.
E certo il resto è sui giornali, il resto di cosa? Tutto quello che ancora senza conoscere esattamente i fatti, senza aspettare l’evolvere delle indagini o i risultati dei Ris, giornalisti con solo lo scopo di vendere la notizia e di istigare odio, di dividere, hanno buttato in pasto a tutti, presunte ritrattazioni di Chinyere, su chi brandiva o meno un cartello stradale. L’assassino è così diventato vittima, nel breve tempo di dichiarazioni e testimonianze, così attendibili, che oggi gli stessi Ris stanno smentendo basandosi sulle indagini, perché i Ris non sono di parte, indagano, è il loro lavoro, i giornali, spesso invece lo sono, e si dovrebbe aprire un capitolo persino su cosa è legittimo che i giornali possano pubblicare se guidati solo da orientamenti politici. Quando penso a persone che soffrono, non penso, come si è espressa certa stampa, all’aggressore di Emmanuel che sta dimagrendo in carcere, penso a Chinyere, penso al suo dolore, al fatto che non possa neppure visitare la tomba del compagno, non è sicura, è esposta a insulti, è un rischio. Lei l’ha fatta la scelta di donare gli organi, un gesto di umanità in questa disumanità, una verità in questo scenario volgare di bugie e strumentalizzazioni politiche e istigazioni al razzismo da più parti, dove la vittima diventa il carnefice in base a sommarie indagini, in base a notizie raffazzonate, perché bisogna mettere tutti contro tutti, alzare muri, e allora diventa un orientamento politico contro l’altro. Emmanuel e Chinyere?
E la verità? Perché io da cittadina che voglio essere informata sui fatti a seconda del giornale che leggo devo farmi un’idea diametralmente opposta in base all’orientamento politico della testata, dov’è il giornalismo vero che riporta la notizia dei fatti? Ho letto tutto e il contrario di tutto su questa vicenda, ma ci sono fatti chiari, molto chiari al di là delle indagini, gli insulti razzisti, la difesa da parte di Emmanuel della propria compagna e poi di se stesso.  Certo, si sarà difeso. Si sarà anche difeso, ma non si è difeso abbastanza da sopravvivere: è morto Emmanuel. Due fatti sono inconfutabili: la morte di Emmanuel e il test del DNA realizzato dal Ris sul cartello stradale che non ha riscontrato tracce biologiche di Emmanuel, mentre ha rilevato tracce biologiche del suo aggressore. E’ stato fermato per strada, insultato e ucciso, sarà il processo a stabilire la successione dei fatti, possiamo solo attendere le prossime indagini, ma da cittadini credo che dovremmo comunque indignarci, indignarci del fatto che qualcuno possa offendere gratuitamente, gravemente una donna che passa per strada, strattonarla, una persona che dovrebbe essere rispettata, una persona più debole, fragile, che ha diritto a essere accolta e anche protetta, un diritto inalienabile che ha una donna di qualsiasi provenienza a non dovere subire insulti per strada, offese, in questo caso aggravate dal razzismo.
Dobbiamo indignarci per la morte di Emmanuel, perché un uomo che è scampato miracolosamente a condizioni di vita insostenibili nel suo paese viene a morire qui, per mano di un altro uomo accecato dall’odio razzista. E se pensiamo di vivere in un paese civile questo non possiamo accettarlo, perché nel momento in cui lo accettiamo, soprassediamo, pensiamo che non sia più importante certo di altre tragedie da cui siamo colpiti ogni giorno, che è un fatto tragico in mezzo a fatti tragici, allora siamo responsabili, allora uccidiamo anche noi. Uccide oggi il silenzio. E si alzano muri oggi molto facilmente, è facile quando ci sono persone che hanno già alzato quei muri dentro di loro. Dopo questi fatti le persone si sono schierate, responsabile anche un pessimo giornalismo che non dovrebbe esistere, e anche solo verso chi prendeva le difese di Emmanuel, ci sono stati attacchi a dire poco vergognosi e razzisti sui social network. Ci sono invece persone che umanamente, non si sono poste tanto davanti a fatti processuali, ma hanno provato indignazione davanti alla morte di un uomo che non aveva cominciato alcuna lite, che stava passeggiando liberamente, era certamente lontano da lui il pensiero che quello era il suo ultimo giorno di vita, perché avrebbe dovuto pensarlo? Aveva i sogni e la vita davanti, come tutti noi. Si può morire per malattia, si può morire per incidente, ed è già atroce così la vita, ma se questo vuole essere un paese civile non si può morire per omicidio, per la rabbia del primo che passa, perché qualcuno ha deciso che oggi sfogherà tutto il suo odio su di te e sulla tua compagna: non è accettabile, non intendiamo accettarlo. Non intendiamo dimenticarci di Emmanuel, perché oggi dimenticarci di Emmanuel costituirebbe un precedente molto pericoloso, un messaggio subdolo troppo rischioso da fare passare, ovvero che “un nero” si può uccidere per strada perché tanto non si finisce neppure in carcere, perché tanto ci saranno le condizioni, un sistema compiacente, che farà in modo che chi è l’assassino diventi la vittima, e chiameremo “Ultrà” un razzista, perché sembrerà meno grave, chiameremo “ultrà” un assassino, perché sembrerà un “peccato minore” . Saremo abili con le parole. Su questo fatto grave, pesa una responsabilità di tutti, il non dimenticare, non lasciare correre e volere la verità, nient’altro che la verità dei fatti e pretendere una giustizia per un omicidio.
Non so se siamo una minoranza che desidera l’accoglienza, che prova dolore forte e indignazione verso questi fatti di una brutalità agghiacciante. Me lo chiedo spesso, in quanti siamo, in quanti siamo per l’accoglienza, per i diritti umani, per la giustizia, per la verità, in quanti siamo? Non ho risposte ma sapremo tenere viva la Memoria di Emmanuel e pretendiamo la verità processuale non dai giornali di parte, ma dalla giustizia. Pretendiamo diritti umani per tutti, pretendiamo che le persone che vengono qui, da noi in Italia, siano protette, non uccise per la strada, desidero cominciare a parlare di “persone”, non di bianchi e neri, migranti, profughi, quelle sono condizioni, tristi condizioni, che se avessimo “memoria” di un passato, dovremmo ricordarci di avere vissuto. Ma io oggi desidero parlare di persone, con la bellezza e il senso che ha questa parola, perché per me Emmanuel era una bella persona, con un futuro davanti e voleva solo vivere sereno con sua moglie Chyniere. E questo mondo senza lui e senza altri come lui, è un mondo peggiore. Ogni atto di ingiustizia, ogni omicidio, ogni abuso del più forte sul più debole, rende questo un mondo peggiore. E a chi pensa è solo uno, ce ne sono tanti, tanti morti, perché lui? Perché l’attenzione su di lui, io rispondo cominciamo da lui. Cominciamo da Emmanuel, e finiamo di non sentirci parte in causa di nulla, se abbiamo una coscienza allora abbiamo responsabilità, forse sarà più doloroso il mondo così, ma ci apparterrà di più, perché ne faremo parte.
Oggi, dopo essere stati “bloccati” dai giornali che avevano orientamenti politici da difendere, più di Emmanuel e della verità, oggi, chiediamo ancora di sostenerci per una importante petizione, nata per ricordarci di Emmanuel, e per abbracciare come possiamo Chinyere, perché l’Italia non la lasci sola, perché il mondo intero non la lasci sola, tutti possono sostenerci per la richiesta di una Sala di Medicina a Bologna, creata su change.org, alla Memoria di Emmanuel Chidi Nnamdi. Facciamo diventare realtà il gesto che Chyniere aveva fatto, quel gesto così importante, che è stato un esempio di grande umanità partito da lei, facciamolo noi. Un gesto che nessuna verità processuale potrà cambiare, un gesto umano sulla disumanità che non va dimenticato, possiamo farlo, possiamo fare questo, ricordare Emmanuel per sempre. Perché non dimenticare significa anche non ripetere. Non occorre essere da una parte o dall’altra politicamente, non è questo, occorre essere umani. Ricordo che il nostro non è un discorso politico, quello lo lasciamo ai politici e ai giornali, il nostro è un discorso umano e di pretesa giustizia e verità e questa è una petizione al di là di ogni presa di posizione politica.
 
Avremmo anche voluto rispondere da cittadini su un giornale, esprimere il nostro punto di vista, presentare questa petizione, ma anche la morte ha una sua attualità, come il pesce fresco sul bancone e c’erano morti più recenti, del resto si muore sempre, c’erano atti terroristici, foto di bambini morti anch’essi strumentalizzati per la vendita dei giornali, foto di cadaveri, e allora ti fanno capire che c’è morte e morte: c’è una morte da prima pagina e una che non vende più. C’è la macchina bene oliata della notizia che ha supremazia sulle altre, c’è la gara a colpi di tragedie, tragedie che fanno incrementare vendite, c’è un’attenzione breve, anche sui social network, siamo tutti “tutto” ma per pochi giorni, non è colpa nostra, ci sono troppi morti, ci stiamo abituando, sono numeri. Forse quando la morte non avrà una scadenza come la carne e il pesce, e al di là di ogni atrocità, dalle guerre, ai desaparecidos, agli atti terroristici, ai morti per tortura, ai terremotati, ai femminicidi, agli omicidi, forse quando ogni persona sarà riconosciuta come persona e non per la vendita di una notizia, allora potremmo scoprirci come “umanità” e potremmo dare a ogni persona il giusto valore e la giusta importanza. E allora non avremo problemi di precedenza, attualità, perché riusciremo a ricordarli tutti, a non dimenticare proprio nessuno, forse per questo oggi possiamo cominciare da qualcuno. Se a noi passasse il concetto fondamentale che “l’altro sono io” non potremmo mai dimenticarci di nessuna morte per ingiustizia, semplicemente perché significherebbe dimenticarci di Noi.
 
Stiamo rendendo questo mondo un labirinto di muri e frontiere dove siamo e saremo i primi a perderci del tutto, stiamo subendo una divisione che ci è imposta, senza renderci conto che prendere le distanze dalla sofferenza, non significherà non essere i primi a esserne prigionieri. Stiamo limitando la libertà altrui, non rendendoci conto che così ce la stiamo noi stessi negando, vogliamo essere liberi, liberi davvero? Allora non abbiamo altra scelta che decidere di essere i più forti, ma per fare questo ci si unisce contro i poteri forti, non si lascia che questi ci dividano, forse chi fugge da dittature potrebbe farci scorgere dittature che i nostri occhi non sono più abituati a scorgere. Forse potremmo scoprire dittature compiacenti e sorridenti, tranquillizzate dal fatto che le nostre battaglie nascono e muoiono sui social network.
 
Quando gli uomini permettono che si alzino muri per dividere, significa che quei muri erano già dentro di loro, quando gli uomini alzano muri fanno prigionieri da entrambe le parti.
 
Eloisa Guidarelli
 
 
 
E qui il link  all’appello apparso dapprima ne lamacchinasognante.com per una Sala di Medicina alla Memoria di Emmanuel, che abbiamo poi  portato sul sito delle petizioni Change. Anche su Change l’appello  ha  purtroppo subito una battuta d’ arresto, possibilmente da collegare alle notizie false e tendenziose riportate da alcuni giornali. Proponiamo i link agli articoli apparsi su “Il Giornale” qui e  qui    “Libero” qui  sia a luglio, subito dopo l’omicidio, sia nelle settimane successive, in cui sono state diffuse notizie prive di fondamento, come quella della presunta ritrattazione di Chinyere rispetto alla dinamica e sequenza dei fatti. Tale notizia  è stata smentita dal Procuratore della Repubblica di Fermo  che si è premurato di comunicare che Chinyere non era stata sentita una seconda volta dopo il primo interrogatorio e non poteva quindi aver  dato una diversa versione dei fatti., vedi qui    – Ma inutile aspettarsi da certi media la ritrattazione di una notizia falsa: come ci insegnano molti politici, qui e a livello internazionale, l’importante è creare consenso attorno a un’idea, che sia errata o meno non importa, tanto anche se costretti a smentire (cosa che non si sentono minimamente in dovere di fare, contravvenendo a  una pur minima etica di giornalismo), quello che rimane impresso nella mente delle persone è la prima notizia acquisita.  .
 
Pina Piccolo
 
 

 
Eloisa Guidarelli è nata e vive a Bologna, diplomata in grafica pubblicitaria, lavora e si afferma come pittrice, attrice e drammaturga. “Come artista sfioro sempre il sociale, in quanto la mia pittura nasce dai miei stessi ideali, da un’idea di rivoluzione che possa partire dalla pittura per arrivare a colpire nel profondo dell’animo umano, scelgo di privilegiare l’universo femminile, perché ne desidero il riscatto sociale, le mie tematiche non vogliono mai essere accuse ma fotografie sui fatti del mondo”.
Foto  in evidenza, quadro di Eloisa Guidarelli.
Foto dell’autrice a cura di Eloisa Guidarelli.