lunedì 4 novembre 2013

Favole Proibite

Favole proibite - Acrilico su legno - 2013
Sei senza braccia per abbracciare, hai occhi per registrare ostacoli non per guardare, hai scambiato un pianto vero, per acqua spazzata dai tergicristalli su un vetro, ma io non piangevo per vedere meglio. Attendi a un semaforo rosso da tempo, i passanti sono anni per i quali non hai avuto attenzioni particolari, solo un segnale per aspettare un via, una luce verde, per andare avanti, c’erano panorami ai lati che ti perdevi per la fretta di arrivare a fine giornata, parcheggiare la memoria all’ombra, dove cadono le foglie d’autunno, dove sotto si nascondono i gatti e aspettano i tuoi passi noti, e qui tutto è un ciclo continuo che cammina, di lumache senza guscio ad abbeverarsi in ciotole d’acqua, di nebbia, di occhi gialli e furtivi, di vampiri carichi di sogni sospesi sulle sopracciglia stupite a guardare le vite degli altri,  se non fosse necessario bere sangue per tenersi in vita potrebbero abbandonare quel pallore, quella malinconia, quella seduzione abituale come una chiave nella serratura, quella paura. Hai un monitor al posto del muscolo cardiaco e no non ti rassomiglio, il mio più pesante tabù eri tu, ma adesso non ho più giudizi, neppure pregiudizi, ho ali, non ce la fai a togliermi il sorriso dal cuore, neppure ho un’identità malleabile, si sa, è passata l’età. Ci sono favole proibite, le avete mai sentite? Ci sono favole censurate, rimaste tra i denti di risate abbozzate, nascoste subito da una severità di scorta, la tua libertà è sporca, non ti azzardare! Come posso muovermi in questa censura, strisciare con il corpo unto, guarda nella tua morsa quanto mi allungo, mi sono allenata a svincoli per le tue prese fatte di spalle, però che palle! Proprio quando stavo in cima a un monte a ossigenarmi i polmoni, a sentire la brezza sulla fronte, come un Icaro dal sogno precario, non importa se cado, me ne frego se sbaglio, è quell’attimo che precede il volo, non l’hai capito che vivo per quell’attimo solo? E tu ferisci, ferisci, che l’arte lecca e lenisce, partorisce, recide cordoni ombelicali con i denti, con il cuore assente, con gesti lenti, trasformo tutto in dipinti e parole, è così che si guarisce, solo così si guarisce. L’arte non si stupisce della cattiveria ne fa materia. Io sento questi tamburi, cosa sono i tuoi occhi fucili, i tuoi sguardi di minaccia, dentro di me c’è una festa e sono troppo ubriaca di vita per darti ancora retta. Tu hai in mano un fucile dove hanno proibito la caccia. Tu hai una minaccia portata come una giacca fuori luogo, le tue armi creano imbarazzo, non è il posto adatto. E tu hai la bacchetta in mano, forse mi sono persa la risposta esatta, tu invece maestro severo, vestito meglio di nero, come un prete, come il castigo, come la severità, dammi una lezione con la tua perversione travestita da autorità, e io a correre nuda  con le gambe allacciate nel mare e agitare seni conditi di sale, buttare parole pensate senza condizionamenti, tu sei quello che sei, tu sei ciò che pensi, “vietato vietare” la vita a priori, fai questa torre di carta con tutti gli errori, se non stai attento la butterà via il vento e ricomincia daccapo senza spavento, dove hai lasciato la tua identità? Ti sei distratto mio capitano? Il castigo, la tua mano. Ti è caduta di lato la verità, ma tu ne elenchi le proprietà, i coloranti, i conservanti e gli affari tuoi, per renderla più dolce a noi, e lievita un sentimento non autogestito, dalla dittatura buia di tutta la tua paura, ti sei gonfiato come un pesce palla, le tue ragioni non stanno a galla. Attacchi come un toro tenuto al buio ma sei tu che ti ci sei chiuso. Io sono sempre stata contro la corrida di questa vita che applaude e ride sulle atrocità, che fa della goliardia una priorità e una strategia, e livellati tutti, l’umanità a lutto, sono morti i sogni, e il nero mi slancia, mi da austerità e massificati tutti, adagiati in feste approvate, coordinati con cappellini rosa e trombette in bocca, disposti ai giudizi con denti aguzzi, privi di coscienza, bravi a risate e rutti, come una festa orribile dove sei invitato se sei prevedibile, se sei adeguato, se credi in Dio, ma non ti fai problema a colpire chiunque si mostri di schiena, che l’occasione fa l’uomo ladro,  e il presente è come il passato, avete perso voi stessi da un pezzo con la possibilità di commuovervi adesso. Ma questa è la vita dei più forti, questa è la vita di ogni paese, questa è la storia di ere passate, questo è godere di identità spaesate, queste si chiamano grandi imprese! E qualcuno si sente forte a fare le regole di un gioco, dove chi ha ragione e dignità è lasciato solo ad aprire le atroci danze per gente ignorante, e il mondo non gioca ad armi pari, il mondo è quello degli affari,  e quando tu ti getti via, fai il gioco del più prepotente e ricevi medaglie, elogi a profusione, il mondo ha da sempre bisogno di chi per adeguarsi è pronto e prono a rifiutare ogni sogno, perché li accontenti? Quale comodità o quale paura vale questa follia, questa fregatura del non essere più tu…  Approva la schiavitù. Censura la verità quando è scomoda, solitaria, quando è schiva e controcorrente, quando sembra impotente, quando sente. Quando il silenzio non è più assenso ma qualcosa che implode dentro, quando il silenzio diventa piano di fuga, ribellione che rasente i muri, aggira i più furbi e stringe patti con gli insicuri, e torna a dire a un perdente, guarda questo sei tu, rimettitelo addosso e ora dimmi come ci si sente a sapere che il proprio abito è l’unico giusto. Ecco tutto, ma  Favole, ti racconti favole e vivi favole, perché la realtà migliore è quella che accontenta la persona mediocre, ti manca l’amore della vita in sé, di ogni perché, ti manca la disponibilità, tu sai prendere senza dare, e non so perché quando dai sembra una bugia, sei talmente lontano dalla trasparenza che ne percepiamo l’assenza e un tentativo di verità sembra condiscendenza. Io ci entro in questa favola proibita, a piedi nudi sul tuo moralismo asciutto, io ci entro tutta dentro e sento quello che è meglio tacere, e sono qui a optare di strategia ma il mio istinto non l’ho tradito mai, è sottopelle, gioca tra sangue e budella, quante favole per educare, quante favole per suggerire, quante favole per una notte buona che notte buona non è, quante amare storie di te, mi sono persa il lavoro, il decoro? Almeno non ho perso me, invece c’è chi mostra la sua vita esemplare, come un affare, però se poggio l’ orecchio allo sterno mi torna un vuoto eterno che fa eco, e tutto il tuo odio ritorna indietro, come uno specchio sputa in faccia a Narciso il suo stupefatto sorriso, io comunque ce la farò, lo so, ce la farò a rimanere me stessa, non ho questa fretta di gettarmi al migliore offerente, e neppure credo a qualche lieto fine a tutti i costi previsto, non devo ingozzarmi di dolci per mancanza d’ affetto scordandomi che sono io che in fondo detesto. Senti com’è dolce questa favola, buia, certo come la vita, piena di paura, tradita, senti com’è vera questa favola antica, non tramandata per generazioni, ma immaginata da milioni, milioni… da tutti quelli che volevano sapere di più, da tutti quelli a cui non bastava, da quelli che dicevano “sì, se vuoi raccontarmi una favola però che sia così”. Che non ti aspetti poi un consenso, un commento, se vuoi che mi interessi davvero dai una possibilità all’uomo nero. Perché così è dentro me, dentro te. Ma se mi vuoi vendere questa spazzatura che sa di lavanda, lambirmi, sbavarmi addosso, nascondendoti dietro sorrisi e comode e rassicuranti bugie, allora preferisco essere quella che sono sempre stata, crescere con le storie di Crepax e con l’arte di Manara, avere la polvere dei porti sotto i piedi, vestire di una maglietta rosa soltanto ma come portassi un abito lungo, adesso che la noia abbonda mi manca un serpente di gomma che portavo sempre sulle spalle, come la figlia di una zingara perbene, mi bastavano ragni che fossero di gelatina e solo vedere frutti rossi di mare attaccati agli scogli pulsare mi faceva sentire come l’unica bambina al mondo che può respirarsi fino in fondo, e patti di sangue, e ancore fatte di niente da un gommone vascello, tutto era atroce e tutto era bello, come ci si sente a tradirsi davvero? Fino in fondo, annullare il pensiero, come ci si sente a gettarsi in faccia agli altri con code di paglia, a sbattere nel vuoto poche certezze accarezzate per il momento esatto, metterle in atto, come denti di cane tenuto alla corda, come ci si sente, dimmi, quando poi ci si spoglia, con la tua crudeltà senza età. Come ci si sente nelle favole scritte apposta per te, perché… c’era solo da credere nel proprio odore, c’era solo da non lasciare crescere una parte e c’era da soffocare il cinismo, c’era da tenere il sarcasmo solo come spezia, per salvarsi da un piatto indecente, da usarlo con parsimonia ogni tanto, c’era solo da buttare quella pigrizia che di te detesto nel cesso o almeno diventare uno stronzo poeta, c’era da fingere una meta, c’era solo da credere nell’alba e sostenere il tramonto, è passato un altro giorno, c’era solo la difficoltà di fidarsi di più, e di non credere a quello che pensi di sentire solo tu, c’era da lottare, imbrattarsi la criniera di sangue, c’era da lasciare da parte quella certezza di conoscere ogni sbaglio, ogni difetto dell’altro, c’era solo da non avere argomenti per eccesso a ogni processo, c’era solo da non mandare a morte quella parte di te in  nome di una crescita futura che vera crescita non è, neppure in sapore di saggezza, c’era invece da sposare la leggerezza, c’era da amare più sbagli  e imperfezioni, c’era da invitare lo scandalo al tuo pranzo di Natale, e la bestemmia a soffiare sulle candeline di ogni tuo compleanno, c’era da fare entrare quella parte di te assente, indisposta, negata, umiliata, appassita nella tua indifferenza, ma hai pensato bene di prendere la tua arte, la tua sessualità, il tuo istinto e chiuderli dietro una porta che ora non sai, un labirinto di “come mai”. Era importante per l’esteriorità, per la società che ti appoggia e io controvoglia. Io che ho amato la mia parte di paura, io così insicura, io che non ho temuto di chiedere aiuto, e tu sferzavi vento di superiorità, eri la precisione, il ricatto, la condizione, il senso esatto del tuo ritratto. L’orologio che scandisce il tempo esatto, eri la mancanza d’arbitrio, la condizione in sé, eri la mancanza di te. Distanze infinite, come solo possono dare le ferite, spalle girate in eterno, non ce la faccio a seguirti in quell’inferno dall’estetica familiare, preferisco l’inferno banale, disfarmi con un colpo di teatro della gioia che non ti ho dato, ma si odiami e senti almeno la verità di questo sentimento, ma si disprezzami, giudicami e taglia cordoni ombelicali, restituiscimi le ali, non mi sento neppure offesa perché io conosco la favola vera. Che non ha un lieto fine ben definito, che non sa esattamente dove andare a parare, che neppure bene si ricorda, allora lì per lì ci si inventa, un’altra volta, però la favola mia è nell’attesa, è finita in quello spazio di silenzio dove sono io che invento, è finita in quella pausa di respiro dove sento quello che sono, meglio di quello che dico. E’ la favola sozza per eccellenza, quella erotica, quella per cui non c’è licenza ne’ poetica ne’ d’autore, quella scritta per un’infanzia a parte, quella detta senza dizione, metafore, senza recitazione, quella gettata come un mazzo di carte sul letto per ogni buona notte che non ti ho detto, per tutti gli auguri che non ti ho fatto dei tuoi compleanni senza anni, dei tuoi sogni senza bisogni, della tua vita in differita, del tuo amore parallelo senza un pensiero vivo davvero, questa è la favola mia, niente metafora, bandita la poesia, questa è la favola nera, questa è una favola per orfani dell’identità, questa è una favola vista da un’altra realtà, questa è una favola, come eredità pesante per chi ascolta assente a se stesso, avevo un sogno dove l’ho messo? Per chi è socialmente a posto a parte un profondo buco all’altezza del capezzolo sinistro del petto, dove portava come un oggetto, un cuore difettato da tempo ora venduto con tutto il resto. Questa è una favola di lacrime, speranze, grida, questa è una favola porno sulla volgarità della vita. E mille e una notte storie da dire che hanno le donne per non morire.

Foto-grafica Eloisa Guidarelli