venerdì 26 luglio 2013

Salva col nome


Foto-Grafica Eloisa Guidarelli
Salva col nome



Ieri stavi bene, eri sotto il sole, il sale e il mare scandivano le ore, che non erano tempo, ma qualcosa che si respirava, qualcosa come il vapore che ti avvolgeva poro a poro, era uno scambio giusto tra l’epidermide e il resto, acqua trasparente, come ci si sente a meritarsi una giornata di pura indifferenza, di noia conquistata, di abbondanza di ossigeno, di una trasfusione di alba, di orme sulla sabbia, di scambi di risate con i gabbiani e senti che ti ami, si insinua non del tutto un senso di colpa asciutto, come un pesce che fa fuoriuscire una spina dorsale letale… per chi vuole esplorare. E dentro sei conchiglia, sei meraviglia, sei scala a chiocciola e sono serre le ciglia, che fanno filtrare la luce giusta e onesta per coccolare il tuo sguardo, per inebriarti la testa, ti annusi le spalle, sai di sale, di alghe, sei perfetta sensualità, faresti l’amore con te stessa se non ci fosse differenza di età… E il tempo dovrebbe scorrere così, come il riflesso sull’acqua, come le gambe che scendono nel mare e il freddo sale, la vita dovrebbe scorrere così, con i capezzoli duri e i brividi di ghiaccio sotto un sole implacabile che taglia ogni progetto di netto, la vita dovrebbe scorrere così, con il tuo corpo perfetto che si lascia cadere tangente alla parete trasparente che si richiude su di te come un amante dalle braccia gelate, e poi fronte bagnata al sole, posizione del morto a croce, lambita da lingue fredde di piccole onde, sponde perfette di pesci e di sale marino, restare così, guardare il cielo come un soffitto condiviso da richiami, la vita dovrebbe essere solo così, in modo che tutti gli errori possano restare sospesi nel palmo delle mani rivolte alla luce, e dita aperte, perverse, come aculei di ricci a difesa e lenta l’arresa, essere quello che si è, la cosa più complicata che c’è. Ma poi cambio scena, non era la vita, era la scusa per una vacanza finita, un tempo breve da scontare con noi stessi, fai in tempo ad amarti, a capire i tuoi difetti, che sei finita orizzontale in una giornata come tante su una barella di un pronto soccorso e cambiano i colori, cambiano gli odori… la tua pelle abbronzata è uno schiaffo ulteriore, sei fuori luogo, sei tra lenzuola bianche per errore. Comincia la sosta in spazi vuoti, in angoli diversi di reparti… accanto persone che non riescono a ripetere per una seconda volta il loro nome, per questo al polso abbiamo un braccialetto di carta con scritto nome, cognome…. un codice a barre…Un codice a barre? Entri essere umano e ti trasformano in prodotto e vorresti chiedere "ma quanto costo?" Ma attendi di essere codice giallo, verde, bianco o rosso… è un fatto di precedenza nell’urgenza. Mi sbattano accanto a una signora anziana che mi racconta delle sue nozze d’argento, d’oro… non so di cosa parli, nessuna delle mie relazioni è mai andata oltre l’anno… non c’è colore per questo… e l’ascolto come venissi da Marte, la signora ha occhi azzurri come atolli di mare e capelli di sale e un’energia invidiabile per i suoi 80 anni, mi racconta tutta la sua vita, parla del suo compagno, dei figli, di targhe per nozze record, per tempi di convivenza inverosimili, per me possibili solo tra statue in marmo scolpite abbracciate… E’ felice, e ti ritrovi ad ascoltare, negli ospedali ascolti la vita degli altri perché tu non parli, ascolti i lamenti, senti i rapporti tra parenti, senti una figlia invecchiata che tratta male la madre ancora più vecchia, stesa in barella. “Hai sentito il dottore, cosa ti ha detto? Si dice grazie! Dici grazie con la tua voce, è educazione, ce l’hai la voce? Hai sentito, no? Ti ha detto che adesso facciamo i raggi! E tu rispondi con la tua voce grazie dottore!” Mi sporgo a guardare e mi rendo conto che l’anziana signora sta già colloquiando con Caronte e che le trema la bocca e ha lo sguardo perso negli abissi, io guardo la figlia, muta e immagino di avere una rivoltella e di proiettarle il cervello alla parete e poi di sussurrare “Ecco a lei non occorrono i raggi”, poi mi dico, ma cosa ne so io, di questo loro rapporto… magari la madre è stata una madre nazista… non so nulla, però resta il fatto che mi manda il sangue al cervello chi umilia qualcuno, fare provare vergogna a qualcuno o anche solo tentare di farlo è la cattiveria e la vigliaccheria più grande a livello umano, poi cosa c’entra l’educazione in questo caso, dire: sì, grazie, prego… qui si è a colloquio con la morte più che con il medico… Un portantino chiede a una signora molto anziana conferma del suo nome e cognome, la signora sbuffa un labilissimo “sì”, il portantino fa l’errore di richiederglielo per eccessivo zelo, la signora non se lo ricorda più. E’ un fatto di energie… in ospedale si deve chiedere una volta sola e sentire bene la risposta… è un fatto di riserve, si risparmiano anche i ricordi… si mette sotto risparmio energetico la memoria. Gli anziani ne sanno a pacchi. Provo a mettere sotto risparmio energetico la mia, osservo il mio codice a barre, mi sento un prodotto Coop. Mi fanno una lastra e mi mettono nel reparto di osservazione, chiedo che cazzo ci sia da osservare, hanno già i risultati della lastra? “No, non ho visto nulla e anche se li conoscessi non potrei dirle niente, neppure se mi guarda con quegli occhi bellissimi, sono incorruttibile” Mah… non ho visto e se lo sapessi non glielo direi, ma cos’è un gioco? Un indovinello? Hai sei anni? La sala di osservazione è composta da spazi ricavati da quattro tende, come tanti vagoni disposti parallelamente… si attende. Si attende. Si attende. Ti passa la vita davanti… pensi … al peggio… ti chiedi se hai fatto qualcosa di male, fosse un fatto di colpe da espiare, ma poi ti compare l’immagine ridente dell’ex presidente del Consiglio, e del fatto che lui in ospedale ha un’intera ala riservata, qui al pronto soccorso ci sono due medici in tutto che sbraitano su un codice rosso, un codice rosso che non viene portato via d’urgenza come dovrebbe, e perché? Perché non ci sono abbastanza portantini, non ci sono gli addetti a spingere carrozzelle e barelle… e quindi si attende, se lui gode di ottima salute, l’ex presidente del Consiglio che va a prostitute e minorenni, allora non è un fatto di giustizia sociale o morale finire all’ospedale, meglio così… l’idea che me lo potessi anche meritare peggiorava le cose… ma no, se ne vanno i migliori, speriamo di non essere neppure tra questi… Poi come a una tombola un medico agita una cartella “E’ rimasto un solo codice rosso” “Non sarò mica io cazzo!” No, non sono da codice rosso ma mi chiedono di rimanere per la notte “Ma sì rimanga con noi, lei ha sette giorni di febbre che non accenna a calare, dobbiamo farle degli esami, non è normale… ma sì resti con noi!” Me lo diceva come si trattasse di fare una notte a Mirabilandia… “resti con noi”… ci mancava ci stappassimo tutti la Coca Cola e facessimo un coro Hippy,  quindi attendo ancora perché i portantini non ci sono… sono pochi in tutto l’ospedale, dopo qualche giro nei reparti li conosci tutti… quei tre o quattro… devo prendere un antibiotico che sembra il Nautilus e faccio la cosa più assurda che posso fare, chiedo a un medico che stava sbraitando al telefono con la cooperativa dei portantini che ancora non si venivano a prendere questo codice rosso che forse stava già giocando a scacchi con la morte, un budino. Lui rimane talmente esterrefatto che gli escono dalla bocca frasi mozzate, incompiute, sbotti, gesti inconsulti, l’infermiera alle sue spalle aveva gli occhi pallati di chi sta fissando la fine del mondo… o un treno in corsa verso di lei, nessuna possibilità d’uscita dalla domanda posta. Avevo la febbre da troppe ore e stavo delirando e chiedendo un budino. Poi cambio scena e prendo velocità assoluta, chi spinge le barelle un po’ ci gioca, come i bimbi con i carrelli della spesa, ti sembra di avere gli occhi attaccati ai piedi e la mia prospettiva aerea partiva dai miei piedi abbronzati e dalle infradito da piscina che fendevano l’aria, poi si schivano tra portantini, inchiodano, virano, la barella quasi di bolina, sono equilibristi e fanno saltellare sui lettini come omelette dei quasi cadaveri, eccomi al mio reparto, la numero quattro, reparto misto, uomini, donne, tanto cosa conta il sesso quando si sta male, un solo bagno, scende la notte piena di luce, di corsie, di mani che ti infilano termometri, passano diversi dottori e ripeti cento volte i sintomi, un Aerosol prima di mezzanotte e penso che a digiuno e insonne da giorni a causa della febbre avrei confessato ogni cosa, tradito gli amici migliori, con l’ultimo banale Aerosol … Supplico l’infermiera che devo chiudere gli occhi, che continuino a banchettarmi domani. Che incredibile notte di merda… a fianco una con il naso rotto… che mangiava di notte e si lamentava e si rigirava, io non dormivo per la febbre e i brividi, finisco per chiedere una coperta di lana in luglio con 40 gradi all’ombra in esterno, arriva la mattina e i medici passano, avverto che parlano con il mio vicino lato sinistro, mi sembra che un medico segni quattro orizzontale… sette verticale… affondato, lui dice con un filo di voce: “Ho ingoiato la protesi e sono anche stitico” Sento il medico fare telefonate e informarsi sul rischio di una protesi ingoiata… da uno stitico…. chissà… sembra rassicurarsi, passa oltre e ognuno fa il suo bollettino di guerra, la vita ci ha dato questo, 50 flessioni e faccia  a terra. Poi parto per il mio viaggio astrale fatto di lastre… perché la medicina è così… è rimasta un po’ così, ti fai le lastre necessarie per vedere cos’ hai e queste lastre magari ti preparano a un futuro tumore, prendi un antibiotico molto forte ma hai una serie di effetti collaterali mica male… insomma la medicina è un po’ così : “Hai male allo stomaco? Allora adesso ti assestiamo un bel colpo in testa così poi con il trauma cranico vedrai che non senti più male allo stomaco”. Comunque la diagnosi non interessa, sono viva e mi riprenderò, sono uscita non senza prima assaggiare la fatidica minestra da ospedale, una pasta al brodo talmente scotta che ti scivolava in gola come un’ostrica, come un mollusco, ma senza gusto. Non importa cos’ hai, certo importa come ne uscirai, ma la cosa che ti rimane dentro anche quando hai i tuoi fogli e le ricette da seguire… è quel fatto che ci dimentichiamo… che possiamo morire, il fatto che lo abbiamo immaginato, l’abbiamo vissuto, l’esito negativo e assoluto e anche fosse solo stato nella nostra testa per un’intera notte, basta.  Basta a cambiare idea, a sentirsi ancora con un piede in quel mondo parallelo e oscuro dove non riesci a ripetere il tuo nome, a dire grazie e a pensare che abbia un senso l’educazione,  ammetto che ho pensato che se la mia vita fosse finita qui… mi sarebbe pesata meno questa mia disoccupazione, la vita era stata clemente e non mi aveva fatto lavorare solo perché presto me ne sarei dovuta andare e invece ora che senso ha… siamo codici a barre, cartelle cliniche, codici gialli, rossi e verdi o bianchi, sono codici gli anni, esci dall’ospedale e non esiste più, eppure un momento fa c’eri tu… e piuttosto che stare così supplicavi di finirla lì, di avere la fortuna di una morte nel sonno senza bisogno. Anche la nostra vita è come quella delle farfalle, una ricca, intera, gustosa giornata di balle, che il tuo volo sia il più allegro di questa vita perché è l’unica bella consolazione quando sarà finita, la vita dovrebbe essere così, fatta passare tra le dita come l’acqua, morti a croce ma solo tra le onde, cascate sul fondo le gambe, e piccoli schiaffi rotondi dati dall’acqua salata, finire nella risata di un gabbiano, sapere che siamo un tutt’uno. E poi ricordo della notte in ospedale… mi chiedevo, quale è stata l’ultima cazzata che ho scritto su facebook, la’ c’è la mia faccia profilo, la salute eterna, l’eterna condivisione e ristoro, di un mondo che condivide gusti e opinioni, di persone che puoi cancellare senza per questo farli morire, di “mi piace” e “non mi piace” , di statistiche di giornate, nessuno sapeva che ero in ospedale e come potevano … una faccia profilo è virtuale, poi io non amo comunicare queste cose, distinguo il privato… ma mi nasceva spontaneo un parallelo, il primo grande social network è stato il cimitero, certo non c’è questa facilità di cambiare le foto profilo… ma per il resto… direi che ci siamo, se potessimo come “File” salvarci in una chiavetta, in modo che da un giorno all’altro  non si possa sparire così in fretta, non so un “salva col nome” e mi assicuro un clone… un copia e incolla e mi vado a ripescare un’altra volta, in caso di disgrazia… E se per l’Alzheimer bastasse un innesto di memoria, come per i computer, potessi aumentare la capacità di… un fatto di Giga e di promozioni al momento giusto e nella mente di questa persona improvvisamente potrei trovare la sua storia, tutta d’un fiato, tutta daccapo. Non so se un giorno sarà anche così, una cosa è certa, basta un giorno, una notte in ospedale per cambiare il valore alle cose, persino ai minuti, anche se poi da esseri umani risoluti ce ne dimentichiamo presto, forse questo non è neppure un difetto, è sempre stato così, teniamo a dovuta distanza ciò che ci spaventa, quando sei lì… cominci ad allontanarti dagli affetti, avviene in modo semplice e naturale, ti avvicini all’idea di un ignoto capovolto col quale ti potresti incontrare e come per i viaggi a sola andata ti procuri la tua scarsa valigia, cerchi dentro te stesso oggetti e strati di storia, abiti di memoria, senti che ti lasciano un sorriso distaccato, senti che il tuo corpo è un vestito che hai indossato e che forse adesso non importa.