mercoledì 4 dicembre 2013

Quello che il tuo amore mi è costato.


Artemisia - Acrilico su faesite - 2013








Quello che il tuo amore mi è costato





 


Quello che il tuo amore mi è costato, il tuo amore incondizionato, in posa, come una statua di marmo rosa, si è spaccata all’altezza del cuore, ci passo la mano, è di pasta turchese il paesaggio che attraversa le nostre offese, questo mi è costato il tuo amore speciale, un ettogrammo di sale, glielo schiaccio un poco sulla ferita? Pensavo non si vedesse, il cuore sta sotto le tette. Mi è costato il tuo amore ereditato, l’ho in fondo pagato, il tuo amore esagerato, ho pagato un prezzo diverso, quello che è giusto fare, sopravvivere o amare, pesa tonnellate quello che mi hai dato, l’anima trattenuta tra le mie dita, come una piuma, come la vita. La mia leggerezza acquisita come una vendetta, costata troppe morti interiori, come un’amazzone appena disorientata, cammino a fatica tra i cadaveri che fanno specchio di ogni bugia che detesto, e quante volte mi sono sentita dire “sei forte”, non ne capisco ancora il significato esatto, qualcosa mi sfugge, ero in difesa o in attacco o era la stessa cosa, se così fosse questa forza mi stordisce perché è una Fenice astratta risorta troppe volte che comincia a ricordare solo la disfatta, e ogni volta che si rialza a stento si domanda quanto valga la pena questa immortale altalena, dove ogni giorno che risorgi è di una parte di te che ti spogli, e mi ha invaso il tuo amore come dovessi sfondare il portone di un castello, ed è sadico il tuo amore anche se posso scegliere le armi per il duello, chiedo scusa per questa mia irruenza a sguardi, a parole, per questo trascinare altrove una calma apparecchiata, verso la mia impazienza, è che sento l’inconsistenza di questo tempo raggirato, mi manca il fiato per la corsa senza tempo che ho dentro, sono in carcere condannata nella mia mente e non ci ho capito niente, segno i giorni andati nel sognare un’evasione che forse è l’unica prigione, adesso sono quasi perfetta con questa armatura di carta disegnata stretta, la lama affilata per sogni nuovi, perché non ci provi? E siamo da sempre allo stesso processo, per stupro, per arte, per essere femmine, perché qualcuno ci ama meglio nell’anonimato del suo malcontento. Artemisia prostituta, Artemisia pittrice, Artemisia che nel tuo nome stava già la tua professione, Artemisia che vogliono fermare, l’arte fa male, può persuadere, può persino darti potere, non mettere il sedere dove è quello del padre, l’arte può giudicare, l’arte è senza sesso, è oltre il pensiero, forte come un giuramento, questo processo lei l’ha vissuto dentro, da tempo. Ma tiriamo le somme, tiriamo le corde, torturiamo le sue mani, colpiamola nella sua dignità e per tutte le sue età, quelle che ci sono sfuggite, quelle che non abbiamo capite, quelle che ci siamo perdute, puniamola questa donna per la sua notorietà, per la sua vittoria, facciamole pesare il fatto di sognare, facciamole sentire che non ci può tradire, che non gli sfugga chi comanda, chi domina, chi guadagna, chi è questa donna del passato che si permette aria di sfida e cosce strette di farsi strada nell’arte, e di farlo a modo suo, creare il presupposto che per altre ci sia posto… Che il mondo l’ha affrescato Dio sempre un uomo a modo suo…  Uccidi oggi e domani e ancora, perché così si ottiene il silenzio, perché solo così al suono della tua voce non farà mai eco un dissenso, e uccidi oggi domani e ancora perché fa male vedere nella tua dolce metà la tua nullità, e tu oggi uccidi e domani e ancora, ti feriscono a morte le sue potenzialità, ti ferisce la sua bellezza, la sua destrezza,  come una farfalla nel suo giorno di festa, come è perfetta in quello che resta, quale forza a decretarne la vita a decretarne la morte, soldatino di piombo legato alle sue caviglie, la trascini nel fondo gustandoti le sue meraviglie, si gonfiano abiti, sembrano una danza, sembrano una lotta, le sue gambe che si agitano nella tua vista dal basso, la sua trasparenza, quell’immagine sfuocata che da’ l’acqua a un’Ofelia distratta, che aveva creduto sinceramente alle tue passioni diverse, alle tue promesse perverse, e ti porti dentro l’ultimo sguardo di stupore, una Desdemona che hai creduto inferiore, una gelosia che è stata tragedia di quello che hai visto eppure non era… E Anna Karenina si è buttata sotto un treno… doveva tenere l’amore a freno, non è sano per una donna di qualsiasi tempo godersi senza colpa ogni momento, così anche la letteratura ci vuole ammazzare per la stessa paura, e brucia eroine la storia per poi farci sante nella memoria, e poi Signore delle Camelie, Madame Bovary, e Maddalene stremate, che dal suicidio alla malattia, alla redenzione, fino a un certo punto, persino nei romanzi devono scontare qualcosa di vero come l’istinto di amare, è nel romanzo, nella storia, nel vangelo, nella canzone che da’ più emozione,  la donna indipendente pagherà sempre, con la vita, con la prigione, con il processo, con l’umiliazione, con l’isolamento, con una A di adultera che occhieggia da sotto una gonna, con questa condanna che si masturba e spia dal buco della serratura  e al pari di tanta masturbazione sarà la nostra punizione. E nasciamo ancora, il retaggio del passato sta affianco al nastro rosa. E si sa poco o niente di Sonja Tolstoj vissuta all’ombra del grande scrittore, tra gli scrittori che amo di più, ma il genio si sposa sul nome maschile, si sdraia e si allunga, è sempre virile,  le sue nevrosi e le sue pazzie, le sue geniali isterie non sono mai passate a processo, era un genio e il resto non faceva difetto, di una moglie quasi impazzita, disposta a raccogliere i suoi brandelli nei tempi peggiori non c’è stata neppure la disponibilità a seppellirli vicini, il genio le ha chiuso le porte in faccia, l’ha schiacciata con la sua superiorità, le ha negato un passato comune, promesse leggere come un letto di piume, vorrei tanto un risarcimento tangibile per questi fantasmi presenti e passati di donne a cui sono state negate potenzialità, futuro e persino verità, di strade macinate sotto piedi scalzi e feriti, di sogni traditi neppure arrivati alle labbra, vorrei davvero uno spazio diverso in questo mondo perverso e maschile al quale ancora oggi aneliamo come tante Adele H, fino a perdere la percezione di noi e dei nostri vigliacchi amori trasformati in eroi, fino ad avere un’assenza nello sguardo che non è traguardo perché è solo morte apparente di quello che un giorno sentivamo e che oggi non è più presente, il cuore si è stancato, ha ceduto, ha provocato un cortocircuito mentale per cui non è più possibile sentire il male, ma neppure amare, e ci muoviamo con i polsi avanti pronti alla caduta, con uno sguardo colmo di pioggia e i capelli sporchi di vento, dentro l’eco di un silenzio e freddo che percorre le vene, catene che sono diventate leggere e inconsistenti, solo perché siamo fantasmi e i fantasmi non li fermi. Stazionare con le mani pesanti e braccia cascanti lungo il corpo su letti d’acqua, dove il peso dei polpacci, dei capelli che cercano il fondale sembra appartenere al mare come i tentacoli delle meduse che si fanno portare. C’è un esilio a cui anelo a questo punto, da tutto, dove posso sostare nuda senza paura di alcun giudizio, nessuna frattura di tempo, un circuito fluido, liquido e lento, mi serve stare con la faccia rivolta al cielo, seppure reclinata di lato, per via della carezza del vento, come uomo astratto a cui permetto un  passaggio sulla guancia, la mia mano poggiata aperta sul capo, il palmo rivolto al sole come nido caduto, il corpo sdraiato e pesante eppure neppure presente, tra le gambe che si sostengono vicendevolmente ginocchio contro ginocchio, un triangolo nero, solo geometria di un paesaggio di passaggio, neppure di rilievo, dal palmo bucato per una pugnalata mancata dove miravi al cuore, è cresciuto un soffione, per esprimere un desiderio. Fai che sia diverso. Che Eva si disfi di ogni colpa e dolore, che Maria e Maddalena puntino il dito contro Dio, anche tu sei in errore, amico mio. E disfiamoci dell’attesa del giudizio universale, di chi ci fa male, e disfiamoci dei ruoli per generazione, di ogni dannazione, e non aspettiamo di essere esiliate da alcun paradiso senza prima avere combattuto fino alla morte, senza prima averci riso. Riso sopra, certo, ancora. Rido delle tue punizioni, rido delle ingiustizie subite, rido e passo all’affondo, non voglio più sensibilizzare il mondo, voglio che il mondo capisca da sé tutte le ferite che portiamo addosso, quelle senza un umano perché, non voglio spiegare le cose, non c’è più posto per indulgenza e sorriso, per raccolte firme e campagne di scarpe rosse come cose indistinte, dove c’erano universi perfetti e inviolati oggi lasciati, mancano i cimiteri e le croci per questi infiniti atroci crimini passati a mala pena per errori, per destino, perché se l’è cercata, perché era stata avvisata, perché non siamo niente, ecco come ci si sente. Non c’è progresso, non c’è ascolto vero, perché queste grida ormai sono un sentiero che arriva da secoli fa e non è neppure finita qua. Da sempre, da oggi, domani e ancora, muoiono figlie, madri e sorelle, magari ne facciamo un evento sociale, raccogliamo un po’ di fondi, sensibilizziamo qualche voce importante, diamo persino voce all’arte, rischiamo di strumentalizzare un lutto, di fare un gioco disonesto, del resto bisogna parlarne molto, bisogna parlarne, adesso e spesso. E poi manca l’educazione, spiegare a un figlio di rispettare sempre una donna, perché se il padre picchia la madre poi cosa mai ne potrà uscire e se la madre lo perdona il figlio cosa potrà capire… parole, parole, parole, e cervelli e psichiatri e trasmissioni televisive che fanno a brandelli donne già morte nelle loro privatissime vite, e noi a mangiare a guardare a scrutare un telegiornale, che in fondo da troppo tempo da' la stessa tragedia, crea assuefazione, un nome fa numero non fa sensazione, come posso piangere per un numero indistinto, se ti dicessi invece che hanno ucciso un sogno? Che era perfetto come il tuo, colmo di attese, se ti raccontassi come si addormentava, le sue paure, in cosa credeva, se ti dicessi che è morto qualcuno che poteva arricchire dal profondo questo fetido mondo? Se ti dicessi solo questo, non è morta per malattia, non è morta per un incidente stradale, non è morta per infarto, è morta perché qualcuno l’ha deciso. Deciso. Reciso. Deciso. Ucciso. Deciso. Condannata. Sentenza. Attuata. Come al macello. Senza Appello. Se ti dicessi che aveva un odore, solo suo, come un fiore diverso, raro, che non si può più sentire… perché qualcuno che è un nessuno ha deciso. Se ti dicessi che al mondo manca, che l’universo conosce ogni più piccolo spazio d’erba acqua e vita, se ti dicessi che una donna è un essere prezioso che respira e si respira, se ti dicessi che per ogni donna che manca come per ogni albero ti mancherà l’aria? Forse nel mondo un giorno si estinguerà ogni profumo, come l’odore di qualcuno. Se penso quello che viene cancellato con una sola vita, mi devasta dentro questa strage impunita, questo rosso che avanza in numeri di scarpe e protesta, questa desolazione che resta su scale e piazze in scarpe eleganti, basse e con i tacchi di passi leggeri, di sogni sospesi, di fantasmi svaniti in tanti respiri, mi sembra di sentire le loro risate, le loro speranze, le loro scoperte, le vite più mature, quelle troppo acerbe. Le parole coniate apposta, omicidio di genere, femminicidio. Scempio totale di un mondo in declino, che si chiude in se stesso dentro una paura che non lascia una fessura di luce, un mondo maschile che sferra morte nell’atto finale, tanto non ho niente da perdere, tanto non ho  niente da dare.

Uccido perché non può vivere senza di me, e la uccido perché odio il fatto che lei se la caverebbe benissimo anche senza di me. Poi forse mi uccido perché non posso vivere senza di lei. Magari non mi ferisco a morte, l’importante è mostrare l’intento di farsi male… così magari riescono a salvarmi poi… Io la uccido perché lei può fare a meno di me. Io la uccido perché lei è mia, ma la uccido perché sa di essere solo sua. Io la uccido perché ho la forza dalla mia, e la uccido perché è insostenibile la forza sua. Io la uccido perché non ho altro argomento, per ottenere, per imporle il silenzio. Io la uccido perché sì, posso piegarla solo così. E la uccido, ma la colpa non è mia, è lei che voleva andarsene via, se non si fosse ribellata io l’avrei per sempre amata.
 

Foto Alessandro Taurino - Elaborazione Grafica Eloisa Guidarelli


lunedì 4 novembre 2013

Favole Proibite

Favole proibite - Acrilico su legno - 2013
Sei senza braccia per abbracciare, hai occhi per registrare ostacoli non per guardare, hai scambiato un pianto vero, per acqua spazzata dai tergicristalli su un vetro, ma io non piangevo per vedere meglio. Attendi a un semaforo rosso da tempo, i passanti sono anni per i quali non hai avuto attenzioni particolari, solo un segnale per aspettare un via, una luce verde, per andare avanti, c’erano panorami ai lati che ti perdevi per la fretta di arrivare a fine giornata, parcheggiare la memoria all’ombra, dove cadono le foglie d’autunno, dove sotto si nascondono i gatti e aspettano i tuoi passi noti, e qui tutto è un ciclo continuo che cammina, di lumache senza guscio ad abbeverarsi in ciotole d’acqua, di nebbia, di occhi gialli e furtivi, di vampiri carichi di sogni sospesi sulle sopracciglia stupite a guardare le vite degli altri,  se non fosse necessario bere sangue per tenersi in vita potrebbero abbandonare quel pallore, quella malinconia, quella seduzione abituale come una chiave nella serratura, quella paura. Hai un monitor al posto del muscolo cardiaco e no non ti rassomiglio, il mio più pesante tabù eri tu, ma adesso non ho più giudizi, neppure pregiudizi, ho ali, non ce la fai a togliermi il sorriso dal cuore, neppure ho un’identità malleabile, si sa, è passata l’età. Ci sono favole proibite, le avete mai sentite? Ci sono favole censurate, rimaste tra i denti di risate abbozzate, nascoste subito da una severità di scorta, la tua libertà è sporca, non ti azzardare! Come posso muovermi in questa censura, strisciare con il corpo unto, guarda nella tua morsa quanto mi allungo, mi sono allenata a svincoli per le tue prese fatte di spalle, però che palle! Proprio quando stavo in cima a un monte a ossigenarmi i polmoni, a sentire la brezza sulla fronte, come un Icaro dal sogno precario, non importa se cado, me ne frego se sbaglio, è quell’attimo che precede il volo, non l’hai capito che vivo per quell’attimo solo? E tu ferisci, ferisci, che l’arte lecca e lenisce, partorisce, recide cordoni ombelicali con i denti, con il cuore assente, con gesti lenti, trasformo tutto in dipinti e parole, è così che si guarisce, solo così si guarisce. L’arte non si stupisce della cattiveria ne fa materia. Io sento questi tamburi, cosa sono i tuoi occhi fucili, i tuoi sguardi di minaccia, dentro di me c’è una festa e sono troppo ubriaca di vita per darti ancora retta. Tu hai in mano un fucile dove hanno proibito la caccia. Tu hai una minaccia portata come una giacca fuori luogo, le tue armi creano imbarazzo, non è il posto adatto. E tu hai la bacchetta in mano, forse mi sono persa la risposta esatta, tu invece maestro severo, vestito meglio di nero, come un prete, come il castigo, come la severità, dammi una lezione con la tua perversione travestita da autorità, e io a correre nuda  con le gambe allacciate nel mare e agitare seni conditi di sale, buttare parole pensate senza condizionamenti, tu sei quello che sei, tu sei ciò che pensi, “vietato vietare” la vita a priori, fai questa torre di carta con tutti gli errori, se non stai attento la butterà via il vento e ricomincia daccapo senza spavento, dove hai lasciato la tua identità? Ti sei distratto mio capitano? Il castigo, la tua mano. Ti è caduta di lato la verità, ma tu ne elenchi le proprietà, i coloranti, i conservanti e gli affari tuoi, per renderla più dolce a noi, e lievita un sentimento non autogestito, dalla dittatura buia di tutta la tua paura, ti sei gonfiato come un pesce palla, le tue ragioni non stanno a galla. Attacchi come un toro tenuto al buio ma sei tu che ti ci sei chiuso. Io sono sempre stata contro la corrida di questa vita che applaude e ride sulle atrocità, che fa della goliardia una priorità e una strategia, e livellati tutti, l’umanità a lutto, sono morti i sogni, e il nero mi slancia, mi da austerità e massificati tutti, adagiati in feste approvate, coordinati con cappellini rosa e trombette in bocca, disposti ai giudizi con denti aguzzi, privi di coscienza, bravi a risate e rutti, come una festa orribile dove sei invitato se sei prevedibile, se sei adeguato, se credi in Dio, ma non ti fai problema a colpire chiunque si mostri di schiena, che l’occasione fa l’uomo ladro,  e il presente è come il passato, avete perso voi stessi da un pezzo con la possibilità di commuovervi adesso. Ma questa è la vita dei più forti, questa è la vita di ogni paese, questa è la storia di ere passate, questo è godere di identità spaesate, queste si chiamano grandi imprese! E qualcuno si sente forte a fare le regole di un gioco, dove chi ha ragione e dignità è lasciato solo ad aprire le atroci danze per gente ignorante, e il mondo non gioca ad armi pari, il mondo è quello degli affari,  e quando tu ti getti via, fai il gioco del più prepotente e ricevi medaglie, elogi a profusione, il mondo ha da sempre bisogno di chi per adeguarsi è pronto e prono a rifiutare ogni sogno, perché li accontenti? Quale comodità o quale paura vale questa follia, questa fregatura del non essere più tu…  Approva la schiavitù. Censura la verità quando è scomoda, solitaria, quando è schiva e controcorrente, quando sembra impotente, quando sente. Quando il silenzio non è più assenso ma qualcosa che implode dentro, quando il silenzio diventa piano di fuga, ribellione che rasente i muri, aggira i più furbi e stringe patti con gli insicuri, e torna a dire a un perdente, guarda questo sei tu, rimettitelo addosso e ora dimmi come ci si sente a sapere che il proprio abito è l’unico giusto. Ecco tutto, ma  Favole, ti racconti favole e vivi favole, perché la realtà migliore è quella che accontenta la persona mediocre, ti manca l’amore della vita in sé, di ogni perché, ti manca la disponibilità, tu sai prendere senza dare, e non so perché quando dai sembra una bugia, sei talmente lontano dalla trasparenza che ne percepiamo l’assenza e un tentativo di verità sembra condiscendenza. Io ci entro in questa favola proibita, a piedi nudi sul tuo moralismo asciutto, io ci entro tutta dentro e sento quello che è meglio tacere, e sono qui a optare di strategia ma il mio istinto non l’ho tradito mai, è sottopelle, gioca tra sangue e budella, quante favole per educare, quante favole per suggerire, quante favole per una notte buona che notte buona non è, quante amare storie di te, mi sono persa il lavoro, il decoro? Almeno non ho perso me, invece c’è chi mostra la sua vita esemplare, come un affare, però se poggio l’ orecchio allo sterno mi torna un vuoto eterno che fa eco, e tutto il tuo odio ritorna indietro, come uno specchio sputa in faccia a Narciso il suo stupefatto sorriso, io comunque ce la farò, lo so, ce la farò a rimanere me stessa, non ho questa fretta di gettarmi al migliore offerente, e neppure credo a qualche lieto fine a tutti i costi previsto, non devo ingozzarmi di dolci per mancanza d’ affetto scordandomi che sono io che in fondo detesto. Senti com’è dolce questa favola, buia, certo come la vita, piena di paura, tradita, senti com’è vera questa favola antica, non tramandata per generazioni, ma immaginata da milioni, milioni… da tutti quelli che volevano sapere di più, da tutti quelli a cui non bastava, da quelli che dicevano “sì, se vuoi raccontarmi una favola però che sia così”. Che non ti aspetti poi un consenso, un commento, se vuoi che mi interessi davvero dai una possibilità all’uomo nero. Perché così è dentro me, dentro te. Ma se mi vuoi vendere questa spazzatura che sa di lavanda, lambirmi, sbavarmi addosso, nascondendoti dietro sorrisi e comode e rassicuranti bugie, allora preferisco essere quella che sono sempre stata, crescere con le storie di Crepax e con l’arte di Manara, avere la polvere dei porti sotto i piedi, vestire di una maglietta rosa soltanto ma come portassi un abito lungo, adesso che la noia abbonda mi manca un serpente di gomma che portavo sempre sulle spalle, come la figlia di una zingara perbene, mi bastavano ragni che fossero di gelatina e solo vedere frutti rossi di mare attaccati agli scogli pulsare mi faceva sentire come l’unica bambina al mondo che può respirarsi fino in fondo, e patti di sangue, e ancore fatte di niente da un gommone vascello, tutto era atroce e tutto era bello, come ci si sente a tradirsi davvero? Fino in fondo, annullare il pensiero, come ci si sente a gettarsi in faccia agli altri con code di paglia, a sbattere nel vuoto poche certezze accarezzate per il momento esatto, metterle in atto, come denti di cane tenuto alla corda, come ci si sente, dimmi, quando poi ci si spoglia, con la tua crudeltà senza età. Come ci si sente nelle favole scritte apposta per te, perché… c’era solo da credere nel proprio odore, c’era solo da non lasciare crescere una parte e c’era da soffocare il cinismo, c’era da tenere il sarcasmo solo come spezia, per salvarsi da un piatto indecente, da usarlo con parsimonia ogni tanto, c’era solo da buttare quella pigrizia che di te detesto nel cesso o almeno diventare uno stronzo poeta, c’era da fingere una meta, c’era solo da credere nell’alba e sostenere il tramonto, è passato un altro giorno, c’era solo la difficoltà di fidarsi di più, e di non credere a quello che pensi di sentire solo tu, c’era da lottare, imbrattarsi la criniera di sangue, c’era da lasciare da parte quella certezza di conoscere ogni sbaglio, ogni difetto dell’altro, c’era solo da non avere argomenti per eccesso a ogni processo, c’era solo da non mandare a morte quella parte di te in  nome di una crescita futura che vera crescita non è, neppure in sapore di saggezza, c’era invece da sposare la leggerezza, c’era da amare più sbagli  e imperfezioni, c’era da invitare lo scandalo al tuo pranzo di Natale, e la bestemmia a soffiare sulle candeline di ogni tuo compleanno, c’era da fare entrare quella parte di te assente, indisposta, negata, umiliata, appassita nella tua indifferenza, ma hai pensato bene di prendere la tua arte, la tua sessualità, il tuo istinto e chiuderli dietro una porta che ora non sai, un labirinto di “come mai”. Era importante per l’esteriorità, per la società che ti appoggia e io controvoglia. Io che ho amato la mia parte di paura, io così insicura, io che non ho temuto di chiedere aiuto, e tu sferzavi vento di superiorità, eri la precisione, il ricatto, la condizione, il senso esatto del tuo ritratto. L’orologio che scandisce il tempo esatto, eri la mancanza d’arbitrio, la condizione in sé, eri la mancanza di te. Distanze infinite, come solo possono dare le ferite, spalle girate in eterno, non ce la faccio a seguirti in quell’inferno dall’estetica familiare, preferisco l’inferno banale, disfarmi con un colpo di teatro della gioia che non ti ho dato, ma si odiami e senti almeno la verità di questo sentimento, ma si disprezzami, giudicami e taglia cordoni ombelicali, restituiscimi le ali, non mi sento neppure offesa perché io conosco la favola vera. Che non ha un lieto fine ben definito, che non sa esattamente dove andare a parare, che neppure bene si ricorda, allora lì per lì ci si inventa, un’altra volta, però la favola mia è nell’attesa, è finita in quello spazio di silenzio dove sono io che invento, è finita in quella pausa di respiro dove sento quello che sono, meglio di quello che dico. E’ la favola sozza per eccellenza, quella erotica, quella per cui non c’è licenza ne’ poetica ne’ d’autore, quella scritta per un’infanzia a parte, quella detta senza dizione, metafore, senza recitazione, quella gettata come un mazzo di carte sul letto per ogni buona notte che non ti ho detto, per tutti gli auguri che non ti ho fatto dei tuoi compleanni senza anni, dei tuoi sogni senza bisogni, della tua vita in differita, del tuo amore parallelo senza un pensiero vivo davvero, questa è la favola mia, niente metafora, bandita la poesia, questa è la favola nera, questa è una favola per orfani dell’identità, questa è una favola vista da un’altra realtà, questa è una favola, come eredità pesante per chi ascolta assente a se stesso, avevo un sogno dove l’ho messo? Per chi è socialmente a posto a parte un profondo buco all’altezza del capezzolo sinistro del petto, dove portava come un oggetto, un cuore difettato da tempo ora venduto con tutto il resto. Questa è una favola di lacrime, speranze, grida, questa è una favola porno sulla volgarità della vita. E mille e una notte storie da dire che hanno le donne per non morire.

Foto-grafica Eloisa Guidarelli




sabato 21 settembre 2013

La gabbia


Foto-Grafica Eloisa Guidarelli





E se la cultura sta andando nel cesso, per adesso, io non ho voglia di accompagnarla…. Avevo un quartiere piccolo quadrato, avevo un mondo d’impeto estraniato, musica fluida nelle orecchie, cascate di progetti e pubblico applauso, avevo ideali meravigliosi, pericolosi allo specchio, perché facevano un effetto seducente, si insomma sai come ci si sente, eroi pericolosi,  che esplodono in petto nel tempo esatto di una canzone e poi l’eterna dannazione di chi non cresce mai, e poi non sai chi sei, come Narciso ci si annega nel proprio viso senza dissetarsi un granché. E palcoscenici vuoti e le idee in ostaggio non ci sono più soldi per questo viaggio, la cultura è l’ultima ruota del carro. E poi gli artisti con il loro futili motivi, immaturi, di peso a questa realtà pratica, andate a lavorare, gestitevela con i rifiuti, riciclatevi gente coerente, della cultura non se ne fa niente. L’arte è ribelle, cambiano gli anni, ma non cambia pelle, l’arte buca il cemento, l’arte è un momento, poi c’è chi ce l’ha nel cuore, chi la porta perché è il suo odore, chi può viverla in apnea… diventare anfibio per un’idea, chi se la trova come sabbia nella bocca, faccia – faccia a un naufragio, di ciò che non era, eppure è stato. Rabbia. Proviamo ad adeguarci ogni giorno a una vita regolare, ma ci si vede nella faccia la minaccia, la vera natura, a qualcuno facciamo paura, sappiamo di inaffidabilità, certo la nostra identità è un po’ ammaccata, ha preso forti urti e botte, “Chi è che ti ha ferito l’anima a questo modo?” “Oh niente sono io che ho sbattuto, sono caduto, si forse mi hanno un poco stuprato l’orgoglio… ma per finta, mi sono subito ravveduto”… “Se parli ti ascolto”, “Ne sei davvero sicuro? Io continuo a sentire l’eco di te” “c’è qualcosa di insano nella tua guerriglia… per questo ti amo, ho davanti qualcosa da cambiare, ti posso umiliare?” Intanto sai che c’è… non ce la fanno a sopportare quelli che ancora oggi riescono a sognare, e hanno quella logica felicità istupidita, ce l’hanno di fronte alla vita, la ostentano, è nel loro portamento, è una collana che batte sui seni quando camminano allegri, e si muovono nell’aria, come anemoni, come le razze alate che nuotano e dentro sembra portino il vento, amano in maniera sinuosa come le onde che le sostengono, è una vista perenne davanti a quei loro occhi assenti, è intrisa di sentimenti, sono creature piene di passioni e non hanno paure… hanno tante incertezze, timori, sembrano esitanti nelle intenzioni, ma sanno chi sono dentro, anche se non hanno un lavoro, non hanno una casa, la loro stessa vita è una scusa, eppure qualcosa ti cattura di questi spiantati del lavoro, loro sanno mettersi da parte con una certa arte, la notte non sanno cosa esattamente hanno nelle mani, più vicino al niente di quello che credi, ma sanno quello che dalle loro dita non è scivolato via, il peso della fantasia, dell’eterno interrogarsi anche quando non è salutare, anche quando sembra tardi, ma si nutrono di un futuro che nessuno vede, di qualcosa che hanno preservato e non hanno tradito, neppure sotto l’eterna costante dittatura di questa indifferenza, di questo vuoto di ideali, c’è un’Italia sotto sequestro… e tu che fai arte, adesso? E trattata come un’Ipazia minore, la creatività feconda lascia un odore, ti getti alle spalle adrenalina, qualcuno vorrebbe sbranare la luna, e tu sei di intralcio, ti fiuta, difendi quell’altrove da un fuoco di bugiardi che ti faranno a pezzi il nome attraverso il cuore, che ti priveranno della vista e ti macelleranno sotto un universo che mai capiranno, non ce l’hanno neppure con te, ma con il pericolo che rappresenta, dall’eterna esistenza, la nostra cultura come la scienza, e di nuovo, la stessa demenza, stai circoscritta come donna di paglia e tieni il tuo orgoglio ferito nascosto nell’erba, stai come un animale in agguato, ci sono fiere da sempre disposte a dilaniare ciò che non possono capire,  anche gli avvoltoi possono servire, avevo i sogni esposti al sole, un pubblico abbarbicato in alto, dallo sguardo torvo, dall’applauso come artigli d’assalto, dalle grida a lacerare spazi, per nidi spogli, in attesa della tua rinuncia come nutrimento, di voli copiati a stento nella fatica di una recrudescenza sopravvivenza. Che paura la tua mente, che incanto e che oltraggio si sente ad ascoltare il tuo cuore, Eva in un paradiso sbagliato senza permesso di soggiorno aggiornato, se tu non fossi desiderabile e affatto malleabile non saresti peccato. E allora come a un’Artemisia ho usato le tue dita per una tortura nuova, per fermare quella tua sete di verità che non si può accettare, quella tua verità non utilizzabile in questa società, e non potendo limitare quella tua mente invadente e neppure la tua libertà, ho bloccato quella macchina perfetta del tuo corpo, l’ho piegato, l’ho sferzato, l’ho risolto, l’ho violato per onestà, per questa società che si turbava da sé anche a ridere di te… E ti ho coperta una volta vinta, con la censura ti ho ridipinta, un unico gesto gettato dalla premura, si è gonfiato nell’aria ciò che ti è stato proibito e poi ti è calato sul viso, in modo che il sole non ferisse le tue palpebre che ho chiuse delicatamente, la tua arte assente fa alzare un silenzio nel vento, le tue labbra tacciono pensieri che sanno di incenso e passi educati in templi perduti, cherubini sprovveduti che si confessano sconcezze, ma un committente li ha pagati per un sorriso esemplare, un sorriso ufficiale, dalla beatitudine assoluta, dalla serenità celata, tu vuoi guardare dalla fessura, ma loro ti mostrano una scena alata in perfetta sintonia con un mondo più terrestre della tua malinconia, delle tue lacrime sospese, delle tue lacrime rubate, a tutte quelle scene di vita vera mai denunciate, le bugie si fanno pagare salate. E la gente le paga, le ama, le sottoscrive, le innalza a verità assolute, perché calzano perfettamente a come ci si sente, perché c’è una verità che non possiamo permetterci ancora, neppure ora, tanto meno ora come allora… E qui eroi cadono ai lati, hanno nemici esagerati, hanno nemici invincibili, come lo sono gli stupidi e gli imbecilli, hanno nemici che trasudano ignoranza, arroganza, hanno nemici striscianti, incalzanti, riluttanti all’idea di farsi un’opinione, perché un’opinione è una condizione pericolosa, loro adorano pensare allo stesso modo la stessa cosa, avanzare come un muro duro, come una dittatura feconda, e quindi la tua arte cos’è? Un’azzardata idea di te.

 E adesso parliamo noi e ci rialziamo ondulando, reggendoci a stento da morti premature, da processi corrotti e da sacre scritture, e adesso parliamo noi di questi sogni in grembo, trascinati nei secoli, reincarnati a stento, e adesso parliamo noi senza occhi e senza mani del domani, perché anche se non faceva parte del vostro disegno solo  l’arte lascia il segno, questa energia è una Fenice che batte le ali sulla cenere predisposta nei vostri altari, tralasciamo il vostro impegno in sacrifici sbagliati per ingraziarvi un dio in errore a cui per primi avete fermato il cuore, e terra alla terra cenere alla cenere, piega gli occhi sotto lo sguardo di una Venere sporca di lotta, ma non corrotta. Adesso parliamo noi, volevi comprarci i passi, venderci scatole d’ossigeno perché respirassimo a ore concesse, che ti pagassimo le promesse per minuti di sosta in oasi parchimetri nel deserto di ogni tua risposta, che concedessimo sesso per un discorso onesto in nostro favore, che cercassimo protezione, hai pensato che l’arte potesse essere dominata con la frusta, sempre e tutta, hai pensato che l’arte se la mangiasse questa disoccupazione, questa disillusione, persino questo progresso a regresso, hai pensato che la cultura era giusto buttarla nel cesso, per adesso. Concesso. Buffo, se c’è una cosa che ti vorresti scopare è il sogno di un altro che ti fa male, e tu passi le tue notti in bianco fiducioso nel patto che da sempre hai stipulato attento, io sto dalla parte del più forte e del più ricco e sostengo il malcontento, e li guardo contorcersi e vomitare quelli che dell’arte fanno un ideale, quelli che con la cultura ci vogliono mettere paura, sai che c’è la dittatura dura di bombe e armi ma anche di sorrisi, la dittatura lucida, quella diplomatica… non mi veniva la parola, era incastrata in gola, ha potuto straziare corpi, seppellire di buon grado i propri morti, ma poi i sogni sono diventati qualcosa che avanzava nonostante tutto, persino sopra il lutto di un paese, perché i sogni sono cresciuti con le offese, sono stati a tutti i funerali, erano stretti nelle condoglianze sudate di una mano, nella stretta di un patto tra capitano e capitano, i sogni sanno stare sotto lo stivale, i sogni fanno sempre troppo male a chi sa portarli, allora oggi ho eroi diversi, sono pieni di paura, non sono guerriglieri esperti, sono fuori luogo, ai margini spesso, sono quelli che adesso in questo momento esatto, dicono, un momento forse io sono altro, forse mi devo una possibilità, non mi sento parte di questo coro, non ce la faccio, non le voglio le spalle coperte, perché ho paura che un domani chi oggi mi copre le spalle possa avere diritto di dirmi chi sono, e non lo voglio questo embargo, non mi interessa questo ricatto dove o faccio parte di tutto o sarò per sempre isolato. Non mi interessa perché non mi sono mai sentita sola con me, non mi interessa perché se c’è una solitudine molto peggiore è quella della massificazione, del livellamento, di quel vuoto che avete dentro. Clap clap… batteva le mani, il cinismo seducente sussurrava “dai rimani” “C’è solo da guadagnarci a non credere a niente, o vuoi masochisticamente soffrire… la devi finire…” “Che vuoi da me?” Il cinico è fortemente attratto dal suo opposto, ma anche chi ha i sogni in superficie, così chiari e limpidi, come branchi di piccoli pesci è attratto dal cinismo come dal sole che fa specchio sull’acqua, perché chi ha fatto una scelta vuole sapere come ci si sente dalla parte opposta, perché chi ha fatto una scelta ne ha esclusa un’altra, Perché una scelta ha dentro di sé comunque una morte, c’è quello che lasci, quello che non hai scelto, e questo continuerà a chiamarti, a incuriosirti, a volerti trattenere, sedurre, avere, che cosa si gusta, di che sapore sa la sua realtà, quella parte che di me ho rifiutato, cosa ne è stato e come si sta? E’ un’attrazione sessuale, una curiosità, che non finiamo di bere, bicchiere dopo bicchiere, vorrei farmi i suoi sogni adesso, vorrei bermi la sua onestà, la sua irrazionale presa diretta sulla vita, vorrei succhiarmela tutta la sua parte giusta, vorrei farle la cresima e la comunione in un solo boccone, vorrei farle ballare un tango della mia indifferenza, farle sentire l’assenza di disciplina, vorrei spostare il suo senso d’orientamento per un momento di pura follia, “vorrei un ettogrammo  di sogni, uno scarto di te, ti potresti incartare per me?” Vorrei il suo pudore per ore, la sua insicurezza e poi il suo rancore, vorrei sfruttare la sua energia pulita e pisciare a pioggia sulla sua idea di vita, rapire il suo sogno, sequestrare le sue passioni, poi chiederle un riscatto, quanto mi dai per me…Stesso? Potessi spalancare la sua cieca determinazione, violare le sue certezze come cimiteri sacri, sporcare con orme di fango pavimenti lucidati, urlare fino a sgolarmi in quella casa castello dai soffitti ampi, dove i suoi desideri come pipistrelli sfiorano affreschi, le sussurrano tangenti i rischi, ridere dei suoi riti, rubare i suoi misteri, “saresti per finta mia?” La mia crescita si è bloccata allo zucchero filato, la tua fervida mente geniale lo trova un peccato? La tua esteriorità mi attrae, la tua interiorità mi offende, perfetti come ci si sente? Ora tu pensi sul più bello, che sia una strategia la mia, che solo perché la mia mano era nella tua… “fantasia”…. Io sono sinceramente attratto dal tuo cervello, chiuso in bagno non mi balbetto che quello… è il cervello più prosperoso che ci sia… amica mia, e poi devo passare di lì per averti qui, il tuo candore è già abbastanza ingombrante, per la mia tendenza a eccedere quando sento odore di censura e la tua paura troppo accogliente, la tua condanna prematura mi indica l’uscita di sicurezza dalla tua certezza inappellabile, ora che mi hai dichiarato colpevole di cinismo esibizionista, tendente al qualunquista… orientato al nichilismo… balleresti con me in questo dualismo che tu sei, vorresti uno scambio di tutto quello che non sai, ti porterei a cospetto del ribrezzo che provi per il mio scetticismo e brinderesti al mio raggiro, che poi lentamente con voce da ubriaco, sosterrei con te la parte tutta d’un fiato di quello che sono stato prima di ridurmi a cinico… frustrato. Ho molto sofferto, è un mondo perverso, ho un sangue pratico, ha globuli arrivisti, li hai visti? Ho spermatozoi in pentagramma per la tua ninna – nanna, cosa vuoi di più. Perché non mi baci solo le ferite, come una mamma, come un’attrice, non vedi che compaio a lato dei tuoi sogni, perdo la strada del ritorno, tu hai una mente trafficata, è un delirio verso te l’andata quanto il ritorno. Ti faresti una promessa di fede in una chiesa sconsacrata ma non di minore atmosfera, staresti con me al di la’ del bene e del male, in malattia e goliardia… che so io, così tanto per… finché morte non ci separi e non ci renda in pace, uguali. E se qualcuno ha qualcosa da dire, taccia e ci faccia finire, queste nozze tra pagliacci, ma se al posto delle fedi usassimo… ... lacci? E dai che c’è, solo perché mi sono perso i sogni prima di te? Solo perché ho preso due ideali e li ho lanciati nell’acqua e non hanno neppure saltato tre volte per me? Abbi pietà della realtà che abbonda e ti circonda, goditi il peccato anche tu, suda di più… Facciamo come il principe e il povero, scambiamoci gli abiti, buttiamoli… e per un giorno io divento un sognatore e tu … e tu…il cinismo in questione, e tu l’uomo che non deve chiedere mai… perché è morto ormai… ma i suoi fantasmi si divertono più di te! E tu sai perché.


Mi sono innamorata della tua parte nera, della mia parte rifiutata, ho bisogno di un cinismo di velluto a ricordarmi che non ho perduto, che non ho tradito, che sono viva e presente e adesso non mi importa niente, schermaglie di sguardi a non finire, stoccate di quello che non si deve dire, se siamo la stessa parte della medaglia portiamoci a una distanza infinita in mondi paralleli ed equidistanti e chiamiamola sopravvivenza piuttosto che vita,  perché tu sei quello che io non ho e sei il contrario di ciò che dico, sei la parte da me rifiutata, e quella che maledico, tu sei allettante per me, perché non c’è nulla di più affascinante di un pazzo incosciente che non crede più a niente finche non implora il sogno di un altro, e siamo tutto questo, la scelta e il suo opposto e siamo solo questo la scelta e il suo opposto, e siamo di sicuro, quello che abbiamo scelto e quello che abbiamo perduto…

Fino a che non cade nel suo sguardo la sua stessa vita come quella di un altro, quando hai scelto di lasciare la tua identità e ti hanno fucilato al muro avevi meno paura di sicuro che farti un’idea della verità. E sia, l’ignoto mi spaventa perché non conoscendo cos’è, non posso raccontarmi una rassicurante bugia.


venerdì 26 luglio 2013

Salva col nome







Salva col nome
 
 
 
Ieri stavi bene, eri sotto il sole, il sale e il mare scandivano le ore, che non erano tempo, ma qualcosa che si respirava, qualcosa come il vapore che ti avvolgeva poro a poro, era uno scambio giusto tra l’epidermide e il resto, acqua trasparente, come ci si sente a meritarsi una giornata di pura indifferenza, di noia conquistata, di abbondanza di ossigeno, di una trasfusione di alba, di orme sulla sabbia, di scambi di risate con i gabbiani e senti che ti ami, si insinua non del tutto un senso di colpa asciutto, come un pesce che fa fuoriuscire una spina dorsale letale… per chi vuole esplorare. E dentro sei conchiglia, sei meraviglia, sei scala a chiocciola e sono serre le ciglia, che fanno filtrare la luce giusta e onesta per coccolare il tuo sguardo, per inebriarti la testa, ti annusi le spalle, sai di sale, di alghe, sei perfetta sensualità, faresti l’amore con te stessa se non ci fosse differenza di età… E il tempo dovrebbe scorrere così, come il riflesso sull’acqua, come le gambe che scendono nel mare e il freddo sale, la vita dovrebbe scorrere così, con i capezzoli duri e i brividi di ghiaccio sotto un sole implacabile che taglia ogni progetto di netto, la vita dovrebbe scorrere così, con il tuo corpo perfetto che si lascia cadere tangente alla parete trasparente che si richiude su di te come un amante dalle braccia gelate, e poi fronte bagnata al sole, posizione del morto a croce, lambita da lingue fredde di piccole onde, sponde perfette di pesci e di sale marino, restare così, guardare il cielo come un soffitto condiviso da richiami, la vita dovrebbe essere solo così, in modo che tutti gli errori possano restare sospesi nel palmo delle mani rivolte alla luce, e dita aperte, perverse, come aculei di ricci a difesa e lenta l’arresa, essere quello che si è, la cosa più complicata che c’è. Ma poi cambio scena, non era la vita, era la scusa per una vacanza finita, un tempo breve da scontare con noi stessi, fai in tempo ad amarti, a capire i tuoi difetti, che sei finita orizzontale in una giornata come tante su una barella di un pronto soccorso e cambiano i colori, cambiano gli odori… la tua pelle abbronzata è uno schiaffo ulteriore, sei fuori luogo, sei tra lenzuola bianche per errore. Comincia la sosta in spazi vuoti, in angoli diversi di reparti… accanto persone che non riescono a ripetere per una seconda volta il loro nome, per questo al polso abbiamo un braccialetto di carta con scritto nome, cognome…. un codice a barre…Un codice a barre? Entri essere umano e ti trasformano in prodotto e vorresti chiedere ma quanto costo? Ma attendi di essere codice giallo, verde, bianco o rosso… è un fatto di precedenza nell’urgenza. Mi sbattano accanto a una signora anziana che mi racconta delle sue nozze d’argento, d’oro… non so di cosa parli, nessuna delle mie relazioni è mai andata oltre l’anno… non c’è colore per questo… e l’ascolto come venissi da Marte, la signora ha occhi azzurri come atolli di mare e capelli di sale e un’energia invidiabile per i suoi 80 anni, mi racconta tutta la sua vita, parla del suo compagno, dei figli, di targhe per nozze record, per tempi di convivenza inverosimili, per me possibili solo tra statue in marmo scolpite abbracciate… E’ felice, e ti ritrovi ad ascoltare, negli ospedali ascolti la vita degli altri perché tu non parli, ascolti i lamenti, senti i rapporti tra parenti, senti una figlia invecchiata che tratta male la madre ancora più vecchia, stesa in barella. “Hai sentito il dottore, cosa ti ha detto? Si dice grazie! Dici grazie con la tua voce, è educazione, ce l’hai la voce? Hai sentito, no? Ti ha detto che adesso facciamo i raggi! E tu rispondi con la tua voce grazie dottore!” Mi sporgo a guardare e mi rendo conto che l’anziana signora sta già colloquiando con Caronte e che le trema la bocca e ha lo sguardo perso negli abissi, io guardo la figlia, muta e immagino di avere una rivoltella e di proiettarle il cervello alla parete e poi di sussurrare “Ecco a lei non occorrono i raggi”, poi mi dico, ma cosa ne so io, di questo loro rapporto… magari la madre è stata una madre nazista… non so nulla, però resta il fatto che mi manda il sangue al cervello chi umilia qualcuno, fare provare vergogna a qualcuno o anche solo tentare di farlo è la cattiveria e la vigliaccheria più grande a livello umano, poi cosa c’entra l’educazione in questo caso, dire: sì, grazie, prego… qui si è a colloquio con la morte più che con il medico… Un portantino chiede a una signora molto anziana conferma del suo nome e cognome, la signora sbuffa un labilissimo “sì”, il portantino fa l’errore di richiederglielo per eccessivo zelo, la signora non se lo ricorda più. E’ un fatto di energie… in ospedale si deve chiedere una volta sola e sentire bene la risposta… è un fatto di riserve, si risparmiano anche i ricordi… si mette sotto risparmio energetico la memoria. Gli anziani ne sanno a pacchi. Provo a mettere sotto risparmio energetico la mia, osservo il mio codice a barre, mi sento un prodotto Coop. Mi fanno una lastra e mi mettono nel reparto di osservazione, chiedo che cazzo ci sia da osservare, hanno già i risultati della lastra? “No, non ho visto nulla e anche se li conoscessi non potrei dirle niente, neppure se mi guarda con quegli occhi bellissimi, sono incorruttibile” Mah… non ho visto e se lo sapessi non glielo direi, ma cos’è un gioco? Un indovinello? Hai sei anni? La sala di osservazione è composta da spazi ricavati da quattro tende, come tanti vagoni disposti parallelamente… si attende. Si attende. Si attende. Ti passa la vita davanti… pensi … al peggio… ti chiedi se hai fatto qualcosa di male, fosse un fatto di colpe da espiare, ma poi ti compare l’immagine ridente dell’ex presidente del Consiglio, e del fatto che lui in ospedale ha un’intera ala riservata, qui al pronto soccorso ci sono due medici in tutto che sbraitano su un codice rosso, un codice rosso che non viene portato via d’urgenza come dovrebbe, e perché? Perché non ci sono abbastanza portantini, non ci sono gli addetti a spingere carrozzelle e barelle… e quindi si attende, se lui gode di ottima salute, l’ex presidente del Consiglio che va a prostitute e minorenni allora non è un fatto di giustizia sociale o morale finire all’ospedale, meglio così… l’idea che me lo potessi anche meritare peggiorava le cose… ma no, se ne vanno i migliori, speriamo di non essere neppure tra questi… Poi come a una tombola un medico agita una cartella “E’ rimasto un solo codice rosso” “Non sarò mica io cazzo!” No, non sono da codice rosso ma mi chiedono di rimanere per la notte “Ma sì rimanga con noi, lei ha sette giorni di febbre che non accenna a calare, dobbiamo farle degli esami, non è normale… ma sì resti con noi!” Me lo diceva come si trattasse di fare una notte a Mirabilandia… “resti con noi”… ci mancava ci stappassimo tutti la Coca Cola e facessimo un coro Hippy,  quindi attendo ancora perché i portantini non ci sono… sono pochi in tutto l’ospedale, dopo qualche giro nei reparti li conosci tutti… quei tre o quattro… devo prendere un antibiotico che sembra il Nautilus e faccio la cosa più assurda che posso fare, chiedo a un medico che stava sbraitando al telefono con la cooperativa dei portantini che ancora non si venivano a prendere questo codice rosso che forse stava già giocando a scacchi con la morte, un budino. Lui rimane talmente esterrefatto che gli escono dalla bocca frasi mozzate, incompiute, sbotti, gesti inconsulti, l’infermiera alle sue spalle aveva gli occhi pallati di chi sta fissando la fine del mondo… o un treno in corsa verso di lei, nessuna possibilità d’uscita dalla domanda posta. Avevo la febbre da troppe ore e stavo delirando e chiedendo un budino. Poi cambio scena e prendo velocità assoluta, chi spinge le barelle un po’ ci gioca, come i bimbi con i carrelli della spesa, ti sembra di avere gli occhi attaccati ai piedi e la mia prospettiva aerea partiva dai miei piedi abbronzati e dalle infradito da piscina che fendevano l’aria, poi si schivano tra portantini, inchiodano, virano, la barella quasi di bolina, sono equilibristi e fanno saltellare sui lettini come omelette dei quasi cadaveri, eccomi al mio reparto, la numero quattro, reparto misto, uomini, donne, tanto cosa conta il sesso quando si sta male, un solo bagno, scende la notte piena di luce, di corsie, di mani che ti infilano termometri, passano diversi dottori e ripeti cento volte i sintomi, un Aerosol prima di mezzanotte e penso che a digiuno e insonne da giorni a causa della febbre avrei confessato ogni cosa, tradito gli amici migliori, con l’ultimo banale Aerosol … Supplico l’infermiera che devo chiudere gli occhi, che continuino a banchettarmi domani. Che incredibile notte di merda… a fianco una con il naso rotto…che mangiava di notte e si lamentava e si rigirava, io non dormivo per la febbre e i brividi, finisco per chiedere una coperta di lana in luglio con 40 gradi all’ombra in esterno, arriva la mattina e i medici passano, avverto che parlano con il mio vicino lato sinistro, mi sembra che un medico segni quattro orizzontale… sette verticale… affondato, lui dice con un filo di voce: “Ho ingoiato la protesi e sono anche stitico” Sento il medico fare telefonate e informarsi sul rischio di una protesi ingoiata… da uno stitico…. chissà… sembra rassicurarsi, passa oltre e ognuno fa il suo bollettino di guerra, la vita ci ha dato questo, 50 flessioni e faccia  a terra. Poi parto per il mio viaggio astrale fatto di lastre… perché la medicina è così… è rimasta un po’ così, ti fai le lastre necessarie per vedere cos’ hai e queste lastre magari ti preparano a un futuro tumore, prendi un antibiotico molto forte ma hai una serie di effetti collaterali mica male… insomma la medicina è un po’ così : “Hai male allo stomaco? Allora adesso ti assestiamo un bel colpo in testa così poi con il trauma cranico vedrai che non senti più male allo stomaco”. Comunque la diagnosi non interessa, sono viva e mi riprenderò, sono uscita non senza prima assaggiare la fatidica minestra da ospedale, una pasta al brodo talmente scotta che ti scivolava in gola come un’ostrica, come un mollusco, ma senza gusto. Non importa cos’ hai, certo importa come ne uscirai, ma la cosa che ti rimane dentro anche quando hai i tuoi fogli e le ricette da seguire… è quel fatto che ci dimentichiamo… che possiamo morire, il fatto che lo abbiamo immaginato, l’abbiamo vissuto, l’esito negativo e assoluto e anche fosse solo stato nella nostra testa per un’intera notte, basta.  Basta a cambiare idea, a sentirsi ancora con un piede in quel mondo parallelo e oscuro dove non riesci a ripetere il tuo nome, a dire grazie e a pensare che abbia un senso l’educazione,  ammetto che ho pensato che se la mia vita fosse finita qui… mi sarebbe pesata meno questa mia disoccupazione, la vita era stata clemente e non mi aveva fatto lavorare solo perché presto me ne sarei dovuta andare e invece ora che senso ha… siamo codici a barre, cartelle cliniche, codici gialli, rossi e verdi o bianchi, sono codici gli anni, esci dall’ospedale e non esiste più, eppure un momento fa c’eri tu… e piuttosto che stare così supplicavi di finirla lì, di avere la fortuna di una morte nel sonno senza bisogno. Anche la nostra vita è come quella delle farfalle, una ricca, intera, gustosa giornata di balle, che il tuo volo sia il più allegro di questa vita perché è l’unica bella consolazione quando sarà finita, la vita dovrebbe essere così, fatta passare tra le dita come l’acqua, morti a croce ma solo tra le onde, cascate sul fondo le gambe, e piccoli schiaffi rotondi dati dall’acqua salata, finire nella risata di un gabbiano, sapere che siamo un tutt’uno. E poi ricordo della notte in ospedale… mi chiedevo, quale è stata l’ultima cazzata che ho scritto su facebook, là c’è la mia faccia profilo, la salute eterna, l’eterna condivisione e ristoro, di un mondo che condivide gusti e opinioni, di persone che puoi cancellare senza per questo farli morire, di “mi piace” e “non mi piace” , di statistiche di giornate, nessuno sapeva che ero in ospedale e come potevano … una faccia profilo è virtuale, poi io non amo comunicare queste cose, distinguo il privato… ma mi nasceva spontaneo un parallelo, il primo grande social network è stato il cimitero, certo non c’è questa facilità di cambiare le foto profilo… ma per il resto… direi che ci siamo, se potessimo come “File” salvarci in una chiavetta, in modo che da un giorno all’altro  non si possa sparire così in fretta, non so un “salva col nome” e mi assicuro un clone… un copia e incolla e mi vado a ripescare un’altra volta, in caso di disgrazia… E se per l’Alzheimer bastasse un innesto di memoria, come per i computer, potessi aumentare la capacità di… un fatto di Giga e di promozioni al momento giusto e nella mente di questa persona improvvisamente potrei trovare la sua storia, tutta d’un fiato, tutta daccapo. Non so se un giorno sarà anche così, una cosa è certa, basta un giorno, una notte in ospedale per cambiare il valore alle cose, persino ai minuti, anche se poi da esseri umani risoluti ce ne dimentichiamo presto, forse questo non è neppure un difetto, è sempre stato così, teniamo a dovuta distanza ciò che ci spaventa, quando sei lì… cominci ad allontanarti dagli affetti, avviene in modo semplice e naturale, ti avvicini all’idea di un ignoto capovolto col quale ti potresti incontrare e come per i viaggi a solo andata ti procuri la tua scarsa valigia, cerchi dentro te stesso oggetti e strati di storia, abiti di memoria, senti che ti lasciano un sorriso distaccato, senti che il tuo corpo è un vestito che hai indossato e che forse adesso non importa.

domenica 23 giugno 2013

Un momento di verità

Foto-grafica Eloisa Guidarelli

"Oltre" Acrilico su Osb - 2013 Eloisa Guidarelli



Un momento di verità

Se un momento di morte dev’essere un momento di verità pregherei questi sorrisi pieni di paura e falsa premura, queste maschere a cappella dalla sconveniente postura su un letto di morte come su una culla, di uscire di la’, non c’è eredità peggiore della fine dell’amore, se un momento in cui appena distingui le ombre è un momento di verità, vorrei tornare a non conoscere il sapore aspro di questa realtà, lasciate queste giostre di api e orsetti sopra gli occhi innocenti di questi neonati benedetti a cui da subito cominciamo a falsare il girotondo di un soffitto  in movimento, “guarda non fa male… è un andamento regolare di sapori e odori, ti ci puoi abituare, è un vento in senso orario di sorrisi e ammiccamenti, ci vedi, ci senti? E’ anche musicale” E sia… una crescita d’adolescente irregolare a ciondolare senza ragione per un portico lungo e dalla prospettiva sbagliata come questa serata, con il rock più forte nelle orecchie, ali nei talloni, la vita è un salto in alto in senso contrario, avevo ragioni e collezionavo perdoni, ma nessun interesse a bussare alle porte con scuse a testa bassa, tutto passa, anche la maleducazione, l’ostentazione relative a un’età, un mix di adrenalina, di paura, di coraggio e remissione, di oltraggio e educazione quando è già strategia, intanto ero soltanto mia, e avevo Bukowski come confessore,  con l’ultimo coltello arrugginito piantato con  la destrezza di una gara di lancio ma prima soppesato tra le dita, la lama come i piedi di un tuffatore che si molleggia per minuti intensi che sono ore, poi il tuffo e la tua storia sospesa nell’aorta come meraviglia, sono finita dal cielo all’asfalto. La definiscono maturità, quando ti senti un insetto schiacciato di netto mentre ti stavi destreggiando in un volo perfetto, provato ogni giorno, ogni minuto della tua vita, “guarda come volo, guarda scendo in picchiata, posso volare creando anelli intorno al vino come un moscerino”. Seccata. Qualcuno prova anche un po’ schifo perché come insetto non sei un granché, ma io che vedo da quaggiù… “Sarai bello tu!” E le ultime parole, finite sotto le tue ali, spiaccicata in un tavolo d’osteria… “Pensavo d’essere solo mia” Sei stanca di giocare con il tuo entusiasmo a palla quando non rimbalza, stanca di allacciarsi la censura come una cintura, come quotidianità… Non sono guarita con l’età da un malcontento che mi avvolge le ossa come fasce muscolari, e non ho ristretto il campo all’entusiasmo, che mi prende di spalle come una doccia d’acqua gelata nell’estate afosa di un calendario qualunque, sarei disposta a ballare con il secondino di turno nell’ultimo corridoio che conduce all’esatta sentenza di un piano-sequenza che permetterà ai miei occhi, alle mie labbra e ai miei passi, in definitiva di avere la prospettiva esatta dell’evasione, e mentre la gioia mi assale, la vita si assenta per deliberare. E tutto tace. Mi aderisce alla pelle, mi cuce le labbra e mi restituisce colore e fantasia, roba mia, mi spetta di diritto, gioca con questo soffitto di palpabili e soffici emozioni, e per il resto che sia silenzio il tuo momento di lealtà. Nietzsche a proposito della ricerca della verità sosteneva che fondamentalmente il punto è “quanto” siamo in grado di sopportare la verità e “quale” verità, c’è un equilibrio leggero e discreto in queste bugie strette d’assedio nella quotidianità, “oltre” cosa perciò? La verità migliore è quella che si adegua alla comunità, al mostro grasso della società, madre eterna che pensa e detta legge per te, siamo trasportati, siamo amati, vestiti sempre per l’occasione e con una spinta alla schiena ogni mattina ci accordiamo come strumenti musicali e parole in rima, fluiamo. “Hai fatto merenda?” “Non nuotare hai appena mangiato”, “Non ti toccare è peccato”, se vai molto indietro con questa registrazione di vita incasellata come un alveare, dove sei disposto e alternato con il miele, modellato a cera d’api, dove pensavi di sostare ma non puoi scappare, hai un cuccio dato di traverso, uno scappellotto secco e duro perché hai le dita nel naso, non è bello, ne’ educato, “Saluta”… e se non voglio salutare… questo bambino cresce male! Ma se nello spazio di memoria vai improvvisamente avanti e salti trastulli e spazi pubblicitari, ti trovi davanti a una realtà nuova, a quel giorno di prova, in cui starà soltanto a te dire si, dire no e saperti spiegare il perché, viene il giorno in cui una scelta sarà già un fatto di identità, e forse sarai la persona più furba e leggera di questo mondo o magari sarai in quel fumo irrisolto di lacrimogeni e paura, di rabbia come unica cosa sicura, di ideali finiti nelle tue braccia cascanti, striscianti, dove le riserve delle tue ultime energie spazzate via saranno disposte nel tuo corpo a croce, di un cristo moderno ma sempre preso di scherno, perché un ideale è a volte un reato, un sorriso può diventare offensivo, e se tiravi sampietrini con l’entusiasmo di un figlio che sventola in alto un tema giusto e ben scritto, ora sei stato portato da due poliziotti, uno per lato, che sicuri e certi di stipendio, penseranno a correggere il tuo malcontento. Siamo violini, suonati dalla dittatura, dall’ordine e dalla paura, siamo dietro le righe, siamo “Sissignore”, siamo tanti “devo” siamo tanti “prego”, siamo “Vuoto”… siamo confini e filo spinato, siamo passaporti e carte d’identità, siamo permessi concessi, del resto essere schiavi è qualcosa di noto, di costante, di intimo come le mutande, è persino consolante, è deresponsabilizzante, corroborante, conveniente, il rapporto tra schiavo e padrone masochisticamente seducente. Amiamo il nostro cattivo odore e ci piace andare a dormire in lenzuola pulite con i talloni neri di polvere di strade contorte ma piene di storie. E non ci sono impronte digitali su queste vite tradite, non c’è identificazione di chi le ha colpite. E sappiamo incassare pugni e ferite. Siamo camaleonti, cambiamo colore e ci adeguiamo al sapore, abbiamo la vista a 360 gradi si tratta di affari, ma è un concetto di sopravvivenza, di resistenza, cosa c’è di sbagliato a nascondersi tra gli scogli quando non è astuto trattare con un mare forza 8, è al di sotto delle possibilità, nascondiamoci e attendiamo tempi migliori e poi mi arrivano odori rassicuranti di cucina, tutto torna sempre come prima. Il movimento lento delle tue chele che pranzano nella tovaglia apparecchiata di sale è teatrale. La società ingrassa e ti presenta il delitto perfetto, senza un difetto. L’anima non mostra lividi e contusioni, anche quando cova ribellioni, poi i ribelli sono pochi e finiscono male, hanno quel fascino letale che trascina, ma muoiono giovani e tutto rientra nella norma, torna come prima. Allora attendo questo livellamento come alta marea non basta farsi un’idea, bisogna avere vie di fuga necessarie, e intanto pensieri all’arsenico danno espressioni alle mie sopracciglia, i tuoi sentimento yo-yo, salgono e scendono, deglutisco, obbedisco, mi ferisco, striscio tra i muri, nello spazio angusto di due ruote, percepisco l’assenza, la frequenza dei pettegolezzi delle foglie, il soffio del vento per un momento ha dato brividi al mio collo, si è piegato lento come un ramo sottile sotto le zampe leggere di un passero. Mi sono trovata un rifugio sul mare ho diviso cibo con gatti del porto e gabbiani, stavo dentro uno scafo rotondo, avevo le onde a sbattermi contro le orecchie e la culla naturale, acqua che scende che sale, vivevo di quell’odore di marcio  e di pianto che senti al mattino, “aveva piovuto, aveva goduto della giornata senza timone, senza ragione”, le bandierine segnavento degli alberi del porto tintinnavano di continuo all’unisono, il direttore d’orchestra era il vento, il sangue scorreva allo stesso ritmo, ero sola al momento e non avevo neppure esattamente un sesso perché faceva lo stesso, sfogliavo la rabbia di Henry Miller, e finivo col portarmi quell’erotismo aggressivo all’altezza di ombelico, nei passi sciolti e indipendenti di tutti i miei momenti spesi nel tragitto del ricordo tra la città e il porto. Se sentissi le viole del pensiero nero nella gola e capissi il bisogno della parola ancora, o un camion di “non ti scordar di me” diretti al mattatoio, facessero in tempo a imprimerti il colore turchese della meraviglia che mi rimane nelle ciglia, come un collirio vischioso che appanna lo sguardo… avevo diritti, dove adesso ci sono persone in colonne con il capo basso sotto il vapore acqueo che non mi fa vedere chiaro, se sentissi la mia voglia di vita, se sentissi quello che sentono i miei giorni privi di rinuncia, se sentissi il suono dei nomi, se dietro ci vedessi sorrisi di bambini, se potessimo avere anche solo divergenti opinioni al posto di umiliazioni, ho ossa cave come gli uccelli per volare leggera sopra i momenti più belli, tu hai reti per catturare, il cinismo si è appoggiato sul tuo volto, la mancanza di sorpresa, la tua pretesa convinzione lo hanno stravolto, la tua scelta di Sophie… la mia scelta di Sophie… una mano al seno che non allatta, una mano alla ferita intatta, alla beffa… della morte dentro e della tua pelle senza tracce delle guerre, del volo delle cornacchie che devastano nidi in gridi, e angeli stupiti, quanto stupore questo dolore, quanta poesia nell’incredulità, c’era una musica classica alata nella colonna sonora portante della tua vita, ho baciato sulle labbra e sfiorato con la lingua il tabù profondo dell’irrisolto dentro me, era un volatile spoglio del volo colava petrolio, aveva il collo ciondolante e sporco, e mentre il catrame mi avvolgeva lo sguardo avvertivo il ricordo del mare in ritardo, questa morte del Cigno, questo confine puerile tra l’atroce e il sublime, quanto caduto amore dalle dita, quanto disincanto e il futuro sono spaventapasseri… stanno abbarbicati come severi proprietari terrieri impiccati nel vento che sorridono a stento nel tentativo di spaventare fuggitivi di un’altra scaltra verità, attento a dove metti i piedi straniero, straniero nella tua terra, straniero nella tua pelle, straniero nel concetto fresco del sorbetto al limone che si succhia un coglione per la sua digestione, di una filosofia difficile da digerire… che il tuo grande peccato dipende soprattutto da dove sei nato, è questa matrioska del destino del più grande che contiene il più piccino, di questa scala verso l’abisso e il suo fondale ti guarda fisso, striscio a lato della discussione, ho troppa fame per avere un’opinione all’altezza delle tavole rotonde immonde, evito anche per tatto re e regine votati in parlamento all’unanimità del nostro malcontento, diplomati alla scuola della volgarità, con un master nei valori perduti, madri senza braccia, come abbattere questo muro di Berlino, come starti vicino, come abbracciare le spine, come toccare con le dita dei piedi rovine e farne un souvenir , come fare dei pesanti segreti amuleti da portare sulla pelle, mentre si corre, mentre si balla, si fa l’amore, ci si ammala, ci si addormenta, mentre ci si inventa, giorno dopo giorno nell’eterno ritorno di una ricerca di sé  che si smonta da sé, c’è un bisogno sacrosanto di bugie, ci sono foto di famiglia nella posa migliore poi senti l’odore di vite andate a male, di segreti custoditi dove sogni inascoltati sono stati gettati insieme a tante ragioni nelle intenzioni da riciclare sotto l’albero di Natale, da domani ti capirò, da domani cambierò, da domani cerco me stesso, da domani salterò con ballerine rosse di vernice nelle pozzanghere di fango, da domani la mia vita sarà d’oltraggio all’estetica del falso, da domani cambio l’armadio, perché adesso non ti sai gestire un momento? Perché adesso non senti quello che ho dentro, perché non capisci che adesso è tanto tempo, è tutto il tempo più certo che c’è, cosa sai del domani? Di cassetti che apri e ti restituiscono lingue di lavanda, sapore di casa, di lenzuola e biancheria, cosa c’è… che ti crea dipendenza da questa bugia, non sei neanche mai tua, sei un innesto, ben riuscito… sei una capacità di memoria che contiene una storia… Cosa sai delle immagini alate che come rondini a pelo d’acqua mi invadono la mente in sorrisi di festa. D’amore non si muore, d’amore non c’è umiliazione, d’amore non c’è senso di colpa, d’amore non ci sono scuse… Perciò se siamo tutte figlie di favole sbagliate e narrativa d’eroine che ci vuole vicine al sacrificio per amore, vorrei che oggi Ofelia alzasse il capo e dicesse “Non morirò d’amore per te perché sono innamorata di me”, vorrei che Desdemona anzitutto avesse realmente tradito e che Otello da uomo avesse capito… Vorrei che Romeo e Giulietta si fossero scelti un’altra eternità… Vorrei che la caccia alle streghe fosse distante, che non bastasse un dito qualunque, un inquisitore nel mucchio a manipolare il destino, a glorificare l’assassino,  ma soprattutto non vorrei occhi di cerbiatto dietro il fucile, perché quello stupore un attimo prima di morire… mi uccide.

venerdì 17 maggio 2013

"Per sempre"

Foto-Grafica Eloisa Guidarelli



Le sorelle “per sempre”




Tutta questa vita incustodita, piena di rabbia, tutta questa vita come strascico di sposa fuggita e di mancate promesse per l’eternità, e poi tutta questa vita passata dagli occhi e finita su gocce d’acqua rotonde che strisciano sul vetro di un magnifico paesaggio che rimane rappreso tra le labbra e il vapore di un respiro, questa vita di timore, di ore, di acqua calda come l’aria. Questa vita di bestemmie sussurrate e di poesie dove si inciampa, questa danza di scimmie che hanno imparato la matematica ma hanno perso l’eleganza. Mangiare le voglie come le foglie dell’albero di una vita tradita e stare sotto l’arcobaleno, china, tenere il freno con le dita dei piedi, non vedi…

Camposanto di errori portati con vanto, profilo sinistro, un mazzo di fiori secchi, li getto come un colpo di frusta distratto nel vento intatto, talmente fermo che potresti tagliarlo con un filo, come polenta, la vita è in ritardo e gli anni vicini, appesi come biancheria da stendere al sole, come i nostri corpi, le nostre parole che cadono come monete distratte rovesciate le tasche. Mani alle orecchie, il volto distrutto, ho sbagliato tutto, mi ha mangiato il sarcasmo, mi ha sedotta il cinismo, ogni sbaglio mi avvolgeva i talloni come pozzanghere che fanno specchio ai temporali passati e ne imprimono i volti, sfuggenti, fatati. Ho osato per noia e depravazione, ho osato persino per confusione, ho osato per istinto e per narcisismo, ho osato cantare quando era fuori luogo, come a un funerale, come a un terremoto, ho osato per inquietudine, ho osato per curiosità, forse per sentire il male che fa e il piacere che da’ogni età. E poi ho osato sempre, perché non lo so, avevo l’acqua nelle orecchie, a volte devi compensare, la vita fa male se vai troppo in profondità, può mancare l’ossigeno. E’ così, a volte sono arrivata anche lì. Come faccio, come posso, questa società ci sta addosso, premuti, come in un autobus affollato, ti invade il fetore, sente quello che dici, ha sguardi in tralice sui tuoi vestiti, fermata prenotata, fammi scendere, è una vita sudata, ho ideali sicuri, ma intanto siamo tutti fianchi contro culi e si ondeggia e basta una frenata, per cambiare sponda, per amarsi, per uccidersi o farsi una risata, è una vita di massa dove c’è chi conduce, chi conduce si è sniffato la coca, ma ciò che conta è che ci si riproduce, e c’è chi scende e chi sale e chi si sospende per evitare, per attendere l’onda lunga, per tentare di galleggiare al di sopra. Al di sopra delle tue sopracciglia dove si estende la meraviglia di gesti incantevoli che non hai mai avuto ma che io ti ho inventato. Al di sopra delle tue labbra che custodiscono parole mai nate, in quel solco di velluto che porta alle narici degli odori condivisi di paesaggi immaginati, e sapori inventati all’occorrenza nati dall’incoscienza, al di sopra delle giornate condannate mai avute, al di sopra di ogni aspettativa, la vita nelle tua pelle soltanto, nell’odore, nel tatto, strisciando con la guancia, le labbra, i seni e il cuore, giochi fatti nel tempo che passa, registrati nell’immortalità interiore, nell’anima che non muore, e si rinnova, come quando tiri un sasso nell’acqua e lei ti restituisce la faccia, “per sempre”, parole che vanno oltre i migliori auspici che puoi fare, parole che da morti ci verranno a trovare e porteranno fiori alle nostre tombe, e sfioreranno le ceneri, ci solleveranno le gonne come lingue di vento che sento, parole che sopravviveranno, ad ogni costo al nostro posto, a costo di essere impollinazione, a costo di essere fuoco, a costo di farsi intravedere per poco dagli esseri viventi, parole assenti sulla nostra pelle, mani delicate e sottili, a sfiorare le tue spalle rotonde e i tuoi sogni infantili, parole che sono state opere d’arte, “per sempre”, sono due parole che fanno tacere tutto, bloccare una risata sospendere un rutto, senti che silenzio, non c’è altro da dire, se le vuoi sentire, le porta sulle labbra l’amore, le puoi bere e non le puoi restituire, non converrebbe neppure un granché sarebbe l’ultima cosa che potrebbe sopravvivere in te. Queste parole come sorelle ubriache allacciate le mani in un giorno d’estate, mai invitate alla fine della sua vita, perché non avevo previsto la sua fine e neppure che l’avrei mai digerita, infatti mi pesa sullo stomaco e la gola e sono metà anestetizzata non sento parte della vita, non sento questa giornata, a questo mi ha portato la sua dipartita e non mi è bastata neppure la mia arte, io mi mangio il cuore a parte e non sento neppure male, e come fa? Erano cuori nati per battere vicini, era oltre l’amore, erano destini.
C'è una ripetizione nel testo la parola "Vita" è usata spesso, ma non ne ho un'altra che abbia lo stesso significato, peccato...che non sia peccato, ed Eva si gira di schiena, il culo tondo come una mela, credevi di avere in tasca la verità, digerisco il senso del peccato, un torsolo nel palmo della mano, il corpo dentro un vestito usato, fantasmi di ore perfette, di fronti benedette rubate al sole, conosci il sorriso di chi muore? E' il sorriso migliore.

Ma le ho buttate le parole “per sempre”, le ho lacerate nella mia mente, gliele ho infilate giù per la gola insieme al suo ultimo respiro.

L’ho cercata l’eternità,  affondava in sabbie mobili il mio terrore,  mi mancava il tuo odore, avrei cercato l’ultimo tuo respiro sul muro per metterlo al sicuro, per poterlo ascoltare, per tirarmi per il culo, ho creduto nella magia, in tutto quello che mi avrebbe portato via, ti creo uno spazio d’aria ogni notte tra le mie coperte, tra le nostre bocche, perché tu possa dormirmi accanto, soltanto traboccare di sangue e d’amore e diventare anemica, bianca e sottile per raggiungere un sole sferico altrettanto distante che non scalda, ho tralasciato la cortesia, ho indossato un’armatura che fa paura, ho rivestito il cuore di un’impermeabilità, così sai non si bagnerà, ho lacrime che cercano te e sono mani, sono lacrime che affondano e spingono e assalgono, con violenza, con urgenza e non ascoltano, non accettano. Sono arrivate così violente le sorelle “per sempre” per sempre dentro te, le sorelle “per sempre” ti devono bastare, sono l’immortalità, sono la poesia e poi sono l’eccellenza di questa vita che ha scadenza, e anch’io le ho fatte mie, perché non potevo sopravvivere altrimenti, rimane il fatto che sei sempre dentro me, però sento la mancanza terrestre, vitale, quella fatta di respiro e di odore, quella fatta di sguardi e d’amore, quella fatta per me e per te e di un mondo che poteva anche durare tanto così, perché non finiva lì. E io potevo toccarti, toccarti, allora spiegami dov’è l’infinito e se in qualche modo lo abbiamo tradito, posso vivere di un momento dilatato, le parole “per sempre” mi hanno varcato il ventre hanno tirato lembi da lato a lato e si sono infilate dentro come sorelle diverse, come noi sotto le coperte, io le ho fatte entrare, come si fa entrare la notte, persino come si incassano le botte, mi hanno fatto talmente male, mi sentivo stritolare, le ossa, le budella, com’eri bella, come una giornata perfetta e io sono quella che resta ma non basta. Come faccio a portarmi i fiori, non sento neppure gli odori, chi porta i fiori alle persone morte dentro e quanti fiori ci vogliono per chi muore ogni momento, ci sono vivi che ballano danze con chi non c’è più, e lo vedi nelle iridi diverse, in un incanto che le coglie oblique, in sorrisi quasi di scherno alla vita, come se sorridere di per sé significasse averla tradita, ci sono persone come me che danzano con parti oscure senza paure ma con tanta malinconia, che a volte abbonda e diventa gioia profonda, gioia che ingombra e deve sfociare a parte forse attraverso l’arte, come troppa felicità mal digerita che deve essere vomitata, perché non la si sa trattenere e stai a vedere che è perché nelle persone come me c’è un momento in cui, non lo diresti mai, i troppi guai e il tanto dolore, fosse in uno scarto di cielo, in una leggera distrazione portata dalla giornata, in un angolo di minuto sospeso in un perché senza tempo, beh in quel preciso momento, si percepisce con netta chiarezza che la vita e la  morte sono la stessa parola guardata alla luce o letta nell’ombra, la paura allora si allontana, si distende, non importa quello che finisce o quello che comincia ma quello che si sente, e in questa immortalità veloce altrimenti sarebbe letale, in questa immortalità avvertita e già sparita, in questa immortalità minuta e finita ci dev’essere l’unico senso della vita, non so dove si va a finire, non è religione la mia, forse più magia, forse anche la dovuta follia, forse è un ideale che è bestemmia, un sogno che sgomenta, forse in altri tempi sarei bruciata, l’immortalità è  in una risata. E’ in un’idea perversa di una vita diversa che raramente assaporiamo, perché corriamo e non viviamo, perché collezioniamo e non amiamo, perché siamo ma non sentiamo, perché uccidiamo subito il bambino che è dentro di noi, l’unico che aveva avuto le idee chiare sul presente e su come ci si sente a calzare le scarpe per gli istanti.

A calzare scarpe per gli istanti e a sapere di questa necessità, la vera immortalità.