sabato 25 agosto 2012

Muse Sbagliate



Fanny e Alexander - Acrilico su faesite - 2012




Muse sbagliate.

 Avevo la giustificazione per l’assenza ingiustificata dal mondo, e te l’avrei posta sotto lo sguardo finito di mangiarti il panino, divorarti il panino, la tua leggerezza, il tuo corpo sospeso come il tuo pensiero, sorridevo, mi ha sempre fatto sorridere il tuo modo di mangiare senza alcun rispetto, lo apprezzo, mi piace persino la tua fame. Mangi nello stesso modo in cui fai sesso, d’improvviso e con appetito. La libertà di avere la casa sporca e di lasciare tutto da lavare, e fare pulire a una donna di servizio. Non ti devo aspettare è per questo che non mi puoi amare. E tu parli, e ridi, e scherzi e mangi e poi in alcuni momenti mi guardi perplesso c’è qualcosa di strano in me … sembra non ci sia con la testa, ah ecco la giustificazione … Assente causa…un imprevisto, irrefrenabile bisogno di allontanarmi dalla lezione, di religione, di ammirazione, di condizione, mi chiedevo circa te, “cosa vuole da me?” “Che tu stia zitta  e che tu sia felice”. Che tu stia zitta e che tu sia felice. Mi è passato il 68 davanti agli occhi, non potevo neppure risponderti bruciando il reggiseno, non lo avevo. Ah è così, va bene e posso tradirti quando sei via? Non rispondi… quindi acconsenti… il succo di mirtillo che mi bevo sotto i tuoi occhi è sangue tra i denti. E’ vero, ci diciamo tutto, qualsiasi cosa, quasi qualsiasi cosa, quasi, quel quasi è una porta del tempo che si apre a caso in un momento e siamo distanti anni luce, siamo a una distanza infinita quanto l’universo, e se il mondo fosse piatto non sarebbe diverso, vorrei dirti: non sai niente di me e io non so niente di te… sono anni che bleffiamo, ci adattiamo e ci conosciamo per quello che ci siamo concessi di conoscerci, ci siamo inventati uno per l’altro, potresti dimenticarti di me, potresti farlo?  Fallo ti prego, pensa che niente è vero, guardami, ora, adesso, daccapo. Chi sono, che faccio al tuo tavolo, cosa voglio da te e tu da me…? Ma no, tu mi conosci… sai quello che penso e sai che sono felice e vuoi che stia in silenzio. Il tuo mondo è facile, prevedibile come le caramelle alla menta nella casa di un vecchio, chissà perché hanno sempre caramelle alla menta i nonni, sempre, quintali… di caramelle alla menta… in vasi trasparenti. Menti. Ma è impossibile conoscere la propria musa, perché una musa è una scusa… per non conoscere nulla neppure di se’. Fanny e Alexander e il loro teatro nascosto, di un mondo sbagliato e mal predisposto, fratelli di quello che ci è caduto addosso,  mani nelle mani per le vie più oscure, chiusi in stanze bianche senza le preghiere, con l’ombra lunga di un crocifisso al muro, che come un gecko scivola sopra l’intonaco bianco, gli occhi rivolti al soffitto, censura di ogni sentimento, per te l’amore è un prete ingiusto, severo, che ti obbliga ad un credo, per me l’amore è la fuga da un prete ingiusto, severo, che mi vuole bruciare l’anima nel suo silenzio ottuso, per me l’amore è pisciare in testa all’ipocrisia, la guerra aperta al “lascia che sia”, la vendetta cieca contro ogni indifferenza e superficialità, diventare sbagliati per onestà, ti parlo dei giorni miei, non so cosa sei e qui cosa fai, cosa vuoi, vorrei dirti che t’amo per te è uno spergiuro. E forse lo direi solo per questo, mi trovo a mio agio in difetto, e poi un sentimento tiranneggiato, sporcato e giocato a dadi, un sentimento mercanteggiato a tale punto, che non so neppure se ti amo, se lo saprei dire, senza temere che tu… sguinzagli la polizia dei tuoi tabù. E siamo fratelli, amici, sento tutto ciò che dici, però questo rapporto lo trovo un po’ incestuoso, come Fanny e Alexander  che nuotano stretti per le mani, le guance gonfie d’aria, buffi come rane, usciamo per respirare, rimani. E poi oggi amici e domani fratelli e poi amanti e poi ribelli e poi artisti e poi persone tristi e poi maschere decretate nell’ora di andare, chiudiamo la porta alle spalle, e siamo da inventare. Ma tu te ne vai e quando ci sei io rimango da sola più che mai, stretta tra le tue braccia, stretta nel tuo silenzio. Non ho più paura. Non ho più paura senza te. Quel prete agghiacciante che ti bacchetta le dita delle mani, perché non mi ami? Quella tua paura nera fatta di una gonna ampia e bottoni fino alla gola, la colpa che cammina, il frusciare della veste, il fanatismo del “si deve”, e io come una bambina a giocare, qual’è  la parte migliore che non ti potrà turbare, io in camicia da notte ad aspettare di scappare via, noi strette le mani. Rimani. C’è un teatro per nasconderci tutta la vita, e tu lo sai e tu lo fai, e lo fai senza di me. Cosa sei, guardo l’amore che non ho avuto mai scivolarmi dalle dita, ho i piedi sporchi di catrame  e delle tue strategie, le tue paure imbrattano le ali dei gabbiani, inibiscono risate a pelo dell’acqua, si muore dentro e la pelle rimane pulita e intatta, un sorriso dipinto, come fai a non sapere che è finto. E qui te ne devi andare, perché dove c’era stima ora sento l’odio che sale. E qui te ne devi andare per sempre da me, perché sul mio dolore profondo hai cantato una canzone volgare, hai ammirato una bagascia che ubriaca mi ha vomitato sul cuore e tu eri complice e io in errore. La tua musa di uno scritto incompleto ti mostra il didietro e una scomoda verità, tu quale eroe sei, quale filosofo e profeta, che deve scavare le vite altrui perché la vita manca dentro di lui. Tu sorvoli la superficie ma ti vuoi confrontare con chi ha troppe ferite, mettere il tuo nome e cognome accanto a un buco profondo dove la storia scritta da un altro attende il sepolcro del tuo ultimo racconto, e poi svolazzi leggero, come la penna che salva, la penna della giustizia e degli ideali, perché non sali su questo treno di dolore reale e scopri davvero cosa vuole dire stare male, quando intervisterai te stesso, nel viaggio più lungo e meno divertente, forse lo dovresti a qualcuno a cui hai rubato tutte le lacrime che tu non sai piangere, vampiro del dolore, secondino dell’amore, parli da una vetta alta a chi sta in profondità, qui manca la luce per vedere chiaro, a te manca l’onestà. Hai un vestito sicuro, le spalle coperte e intervisti chi è spalle al muro, ora io intervisto te, come ci si sente e perché? A sgranare le vite degli altri come piselli maturi, e riempire un catino di fatti oscuri, un minestrone pronto di ideali da servire, con questo nessuno smette di morire, ma tu ti sei divertito, ti sei sentito giusto, a posto, perfetto… e quando c’è troppo dolore in una meta, in una dichiarazione, in un fine vero che sfugge, allora condiamo il tutto con un po’ di farsa, un po’ di teatro, di zucchero a velo, due battute da camionista, perché sono sempre un idealista ma teniamo il freno, prego. Bisogna parlare del dolore che brucia in un cielo sereno, coprire il sangue con piume d’oca e lividi neri con baci di velluto. Allora adesso te ne devi andare da me, perché tu non osi un granché, tu ti metti in battaglie che grondano sangue, ma lo fai bilanciandoti troppo, tu hai il salvagente, il paracadute, i guanti dove ci vogliono mani nude, e come fai a trovare l’arte vera se non sai cos’è l’amore se ti eviti il dolore e fuggi ogni responsabilità, e come faccio ora io che in te vedo tutto questo a celarmi dietro il sorriso , dietro un falso rispetto, come faccio a prendere l’amore che avrei voluto darti, ammassarlo per un cambio, di denaro sporco, restituito in pezzi grossi di invidia vera per la tua vita troppo facile che per me oggi è un offesa, che sapore ha, mi chiedo, sulle mie labbra una tua storia con un’altra donna, ma sì vai da lei, ho bisogno di sentirmi leggera, di sapere che non ci sei, ho desiderio che un’altra mi rubi la scena e un poco provo rabbia mista a pena, in fondo so cosa c’è dietro di te. Cosa vuoi che ti dica, avevi una musa a cui avevi dato uno specchio, ti ci potevi specchiare senza trovarci un difetto, ora cosa ci vuoi fare se anche la tua musa ti ha mandato a cagare. C’è una famiglia senza braccia, ideali che lottano con la risacca, piedi sporchi sotto lenzuola pulite, di corse notturne e paesaggi segreti che tu non vedi, c’è sulla mia fronte pallida un buco della serratura posato dalle tue labbra come un bacio di premura, non hai la chiave per sapere tutto quello che sta dietro un volto, e dietro quella fessura scura che ho appena sopra lo sguardo c’è una lotta che dura anni, c’è il tuo ritardo, e tu ti inganni nella pace finta degli sguardi addestrati come fortini, ci sono intenzioni che sono ponti levatoi,  tu cammini piano verso me, sotto si agitano coccodrilli, c’è una finestra sulla mia nuca con sbarre di ferro e quattro angoli di cielo, e ho fossette sopra le natiche dove donne passano un filo, è l’abito migliore il nudo che ti do… però, ci sono Madonne violentate e questo è un peccato mortale e poi c’è una Madonna crocefissa nella mia chiesa e ci vorrebbe un Dio scemo a trovarlo blasfemo, perché le donne sono messe in croce da un eternità ma nessuno che dipinga questa verità. E poi c’è un dolore profondo, un pozzo di sangue mio, puoi toccare con le dita, la tua convenienza e la tua prudenza ti allontaneranno, il disagio ti salverà, dalla mia impudenza, dalla mia realtà, ho tagliato i ponti anche con chi non dovevo e cosa credevo… che il mondo avrebbe apprezzato, applaudito, che mi avrebbe salvato, ma sì… che sia… la sicurezza dell’ipocrisia, la convenienza all’occorrenza, salviamo l’apparenza, brindiamo alla superficialità e moriamo ad ogni età, ho scelto da sempre la curiosità, e spiare il dolore pensando di non essere vista è stata una mia svista lo ammetto, così ci sono finita dentro, addirittura sotto, fino a dovere uscire da un’apnea, dove il fiato interrotto ha preso lo spazio di ogni concetto, ma poi ho scoperto quello che già sapevo, se tocchi il fondo del tuo dolore quando è immenso e ti martella le tempie, come campane costanti in giorni di festa solo per gli altri, e lo senti nello sterno e devi quasi compensare, salire veloce e poi ansimare, dopo la risalita galleggi sulla gioia infinita, e poi la serenità e poi la felicità che ti lava i piedi, e labbra fresche sopra i seni, i tuoi capelli si allargano sull’acqua come mani aperte, come stelle marine, costellazioni vicine, piccoli branchi di pesci mordono il tuo corpo, è la stessa sensazione di una febbre alta, … quando senti che se ne va, una leggerezza estrema, sudore sul cuscino, che diventa ghiaccio sulle guance e sulla tua pelle, un soffio di aria fredda nel corpo che è stato bollente, riesci a sentirti tutta, fino alla punta delle dita, un cane che lecca la tua ferita, sei nella corteccia degli alberi, nell’aria  e nella terra, e la tua solitudine con l’umanità è il baratto che ti serviva per entrare nella vita che ti circonda e che abbonda di cortesia e amore, solo parla un linguaggio diverso, di certo migliore, di immagini e di odori, di sensazioni e colori, e di malinconia e da questa compagnia non me ne andrei più via… Ti sei scelto una musa ribelle che ti ha amato fin dentro la pelle ma poi non è che ti puoi stupire se ora vai a farti benedire, se avevi una musa più accomodante …una musa come tante, si sarebbe accontentata della poesia e di un ritratto perfetto e di tutto rispetto e ti avrebbe ricambiato con successo, non lo so, io di muse non ne ho, non mi fido tanto, metti che, siano tutte come me… allora un capolavoro rimarrebbe a metà, un artista schiacciato nella sua viltà, non è cosa di tutti i giorni che una musa ti tratteggi i contorni, che ti consideri un lavoro sbagliato e poco interessante, su cui ci si annoia in maniera elegante, ci sono donne idealizzate che vorrebbero solo essere amate, spogliarsi del tutto e gettare alle ortiche quell’abito che non si sono mai scelte, fatto di centimetri di bava costante dove dovrebbero solo esserci mutande, magari cellulite sulle cosce e mani a cercare e a salire verso ciò che vorresti proibire, e tutte le voglie interrotte perché potessi mettere in rima bugie come fossero scelte mie.

venerdì 10 agosto 2012

Maya


Non guardare - Acrilico su faesite - 2012





Non guardare


Per i clandestini che muoiono in mare,
Per tutte le donne di ogni colore che sono come Madonne
Per Maya e la mia battaglia.

E’ sempre una questione di soldi, di giustizia appesa a un gancio da macello, di protesta nella pistola puntata alla testa, di supplica, della mie dita verso la tua zampa che cerca, è sempre una questione antica, è S. Francesco  che si allontana da questo mondo con il corpo d’agnello sulle spalle che non sacrificherà per le vostre balle… E’ un mondo minore il mio, è un mondo in esilio Dio, ho due rivoluzionari appesi al collo e parole d’orgoglio sostituite alle lingue veloci di condoglianze gettate dal vostro palato in questo giorno che a me manca il fiato, sto all’angolo di un’umanità insana, che è morta dove la vita chiama, ama gli ideali di Guevara e L’amore di Assisi ho giorni macinati dei peccati peggiori, l’indifferenza con cui piantate le croci. E giocano tutti a fare dio… nessuno che dica allora muoio anch’io… a modo mio… lascio il vostro senso dei miracoli sprecato, e persino tutto quello che ho creduto, ho gettato tutto alle spalle nell’attesa della battaglia giusta come dell’onda perfetta per un surfista, mi manca la magia e l’ingenuità che avevo per vedere il cielo con gli occhi di un bambino, mi pesa enormemente questa guerra che ho nel cuore ma se non la faccio adesso potrei anche morire.


Non guardare,
Nell’agonia mi manca il tuo sorriso, che l’onda non me lo porti via, nell’agonia questo mare ribelle mi impedisce di sentire l’odore, l’odore della tua pelle, tu piangi e chiami e io non ho un domani, ne’ per me, ne’ per te, non ho un perché, a stento una canzone, e le parole mi tremano, passano a fatica come il vento da un portone a cui sto appoggiata come gettata e strappata perché non voglio che entri quell’aria sciagurata che ti porti via, si può perdere un lavoro, si può perdere una casa, persino l’idea di patria e non avere nazionalità, si può perdere la serietà, la dignità, la libertà, la sincerità, la purezza, la verità, la fede, l’educazione, si può perdere la ragione ma non si può perdere la vita di un figlio, la morte non da’ precedenze per età, questo una madre non lo sa, non lo può accettare, non lo può davvero sostenere, inciampano le preghiere e la fede diventa bugia, e il senso di colpa ti lambisce, ti ferisce, consuma la tua pelle, è come l’erosione dell’acqua, il senso di colpa ti sputa in faccia, e una madre si sente in colpa se un figlio muore, perché non l’ha potuto salvare, perché gli ha donato insieme alla vita il dolore, puoi non guardare. Eppure fa male. E poi un processo mai avvenuto, sospiri i nomi di chi ti ha tradito, sono un soffio del tuo respiro e hanno un forte vento  contro e al tuo perché io non rispondo.
La madre stringeva la testa del bambino sul seno,
il bambino succhiava sale,
Non guardare … sussurrate parole straniere cadevano da labbra segnate dal sole, dal vento, dal freddo, dalla notte senza tempo e in passato dalle botte. E dire che mi basterebbe l’odore del rosmarino, raccontarti favole, averti vicino. Non guardare, una madre aveva riccioli neri tra le dita affusolate, teneva la testa di suo figlio come fosse in un dipinto. E dire che mi basterebbe il frinire delle cicale per essere felice, per lasciarci andare, Non guardare.
Non guardare le onde, non guardare il fratello che muore, quanti soldi è costato questo viaggio all’inferno solo andata, hai una madre snaturata, volevo per te un futuro diverso, ma non c’è verso… se si parla di noi, se si tratta di noi. Non guardare e dire che mi basterebbe l’odore di pesce marcio portato dal mare, se fossimo a riva a sorridere e gridare, se fossimo … altri... come si fa ad avere paura per la tua pelle scura, e copriva il bambino con ogni premura, come può il mondo lasciarci morire senza intervenire, e guardava il volto del bambino che pareva dormire, non guardare, non guardare, sussurrava e cullava la madre, cantava e cullava la madre, una nenia africana, una nenia lontana, non guardare… puoi non guardare… Occhi clandestini, occhi stranieri, occhi sgranati, sguardi fieri, occhi di bolina sul mondo, non guardare andiamo affondo, e la Dea nera come una Madonna distante reggeva un bambino in fasce, niente parole benedette e niente latte, e la Dea nera sorreggeva la testa del bambino come fosse leggero sorreggere il destino, il bambino aveva la bocca sul suo seno, succhiava sale, non guardare. Succhio sale, succhiamo sale, abbiamo i piedi nell’acqua e l’acqua sale, abbiamo sale sulle ferite, indifferenti come le nostre vite, abbiamo sale dappertutto, diritti sotto sale, beviamo sale per la sete, ma graffia la gola e la sete non passa, la sete aumenta e dovunque guardiamo, moriamo, moriamo, moriamo, quanto costa un sogno, costa come un viaggio, come perdere un figlio strappato dall’onda, un male dentro che sale. Sale. Scongiuri la morte ma lei vuole guardare e tu non guardare, c’è una madre, è una Madonna nera, non è sospesa dentro una chiesa, non merita parole, non ispira preghiera, eppure è l’unica Madonna vera, ha gli occhi svuotati dai sogni, tanto costa avere bisogni… ha una supplica dentro il petto fa male più di qualsiasi progetto, se potesse passare suo figlio dalle sue mani alle altre mani… non le importerebbe di morire, se potesse dargli le ali, poi abbassa lo sguardo sulla testa piccolina, sta in una sua mano, lei è come una regina, sembra che neppure la morte, la fame, la sete e il freddo abbiano scalfito quel viso così bello, l’estetica della vita che ti fa bella quando dentro si allarga la ferita e di sangue ti senti traboccare, scosta i capelli del figlio zuppi di sale, lo vede sfuocato per via dello sguardo colmo di lacrime, solo sale per esprimere il dolore, per bere, per morire, succhiamo sale, succhiamo sale, non guardare, non guardare, la madonna nera sorride e la morte sembra leggera, sorride nel guardare il suo bambino, la sua pelle, le sue dita, le sue labbra, la sua vita, quegli occhi che ancora non sanno, ma su quegli occhi tutto il peso del mondo, immondo, mentre si spengono anime belle, come candele tutte attorno, senza rumore, senza clamore, senza neppure un filo di voce, come uccelli fieri di volare che d’improvviso vedi precipitare, puoi non guardare, puoi non guardare, o puoi adorare una Madonna bianca, pensare che il diritto alla vita sia un passaporto, che un morto sia diverso da un altro morto, che un figlio sia diverso da tuo figlio, ci sono scuse surgelate, vanno solo un po’ riscaldate, c’è una notizia a un telegiornale, passa veloce e puoi non guardare, non ci possiamo fare niente. E’ vero c’è chi oggi muore, e chi è morto da sempre. Porta una corona di fiori ma non per loro, posala sopra i tuoi confini, che dove lasci morire i diritti lì trovi gli assassini, i diritti appesi a fili da stendere, dove corvi hanno chiuso le ali, il vento passa tra le loro piume nere, e si dimenticano le parole vere, quelle da dire al momento giusto, nel lutto, profondo, dell’uomo che ha dimenticato, come si protesta, come si alza il capo, il dolore che chiude le ali e la voce, il dolore che trova per rifugio la croce, e dire che mi basterebbe sentire la risata dei gabbiani per arrivare con un sorriso incerto a domani, se è più facile dire che sono morti per burocrazia, vorrei lasciare il mio nome se sono battezzata, vorrei lasciare il mio passaporto e la mia carta d’identità, vorrei non avere nazionalità, vorrei avere diritto di vita, vorrei essere figlia del mondo, vorrei non avere una famiglia di sangue, vorrei essere orfana di un’identità che mi pone al di la’ dei loro occhi, della loro pelle, degli stessi sogni, della stessa voglia, degli stessi diritti, della stessa storia, vorrei piangere e bestemmiare per ogni uomo perso in mare come fosse mio padre, mio fratello, per ogni bambino come fosse figlio mio, posso non guardare, ho la nazionalità, la mia famiglia, la mia carta di identità, sono battezzata, sono salva, posso non guardare, essere il mio codice fiscale, ma per ogni morto in mare io sono più sola, siamo tutti soli, tutti beviamo sale, la morte ha fantasia, a volte abita le persone gli dona l’indifferenza… le consuma lentamente lasciandole in vita, tanto sono morte per sempre, di questa immortalità, di questa verità, puoi non guardare, ma un giorno non guardare farà altrettanto male, persino più male, non conosco alternativa o si muore nel dolore altrui o non si morirà mai e non per buona sorte, è che la morte non visita due volte. E tu abbandonavi la vita e io che avevo la tua testa tra le dita mi sforzavo di raccontarti del nostro incontro e di come avesse cambiato questo mondo e trattenevo le lacrime e volevo che le parole avessero mani di velluto sul tuo bel viso conosciuto, era il mio accompagnarti, era il mio saluto, ho parlato alla morte, “se proprio la vuoi, fai in modo che non senta dolore, dagli forza per questo viaggio migliore, dove non occorre carta d’identità o passaporto” e tu ascoltavi bambina mia, la favola che ti raccontavo lenta di noi e dei giorni nostri, adesso io ho la mancanza di te, adesso sono una madre che si chiede perché, muoio ogni giorno, mi hanno strappato il cuore insieme alla tua vita, mi hanno lasciato una battaglia da esprimere con le dita, mi hanno gettato una lotta da fare, e dei diritti che ho visto marcire, mi hanno cacciato in un tribunale con un lutto masticato che lascia in bocca un sapore amaro che non posso deglutire senza morire, senza morire. A costo di attraversare l’oceano delle cattive intenzioni, a costo di farmi nemici e vestirmi  di giudizi pesanti e infelici, a costo di raccogliere gli sputi del mondo, le minacce,  cercherò un esilio che disseta come acqua da bere nel deserto, un esilio e un’oasi di pace e incredulità eppure di spade e lealtà, a costo di perdere, a costo della bestemmia per la preghiera, a costo di non lasciarti per sempre, a costo di non dimenticarti mai, a costo di portare un’emorragia di sangue importante dentro me dove eri te, dove eri te. A costo di sentire tutto il male della parola rivoluzione, a costo di cambiare alla verità il nome, a costo di fare i partigiani di una pace finta, a costo di tutta la convenienza, per la tua assenza, per la tua assenza, per la malinconia che mi strappa gli occhi, per i sogni che ci hanno interrotti, per i diritti, per la giustizia, per l’amore, per tutte le ore che non passo con te, per i perché traditi prima che i tuoi occhi si chiudessero, per adesso, per sempre, per il passato, per quello che sarà e per quello che è stato, per l’indifferenza della tua morte, per l’inconsistenza dei valori, per quello che senza forze solo con il tuo sguardo imploravi e non c’erano risposte, per le mie colpe, per non poterti salvare, per il male che sento che respiro con il vento, per te, per te, comincio una lotta che avrà vita dentro la mia vita, decido adesso che la ferita rimanga aperta non cerco la cicatrice, non cerco il tempo che passa e aggiusta le cose e neppure “che tanto si muore”, non cerco scuse, per la lotta dei diritti non si è mai veramente sconfitti, per la lotta di oggi e domani tu rimani. Tu rimani.