lunedì 12 marzo 2012

Dico a te...


Particolare- Foto grafica Andrea Moretti

Dico a te…


Con l’orsa maggiore nella milza, un cielo stellato sulla tua meraviglia, scarpe da tennis a respirare la nebbia, e i dubbi mi entravano nelle narici, la mia pelle ha il sapore di quello che dici, aprire l’armadio in una giornata di merda come gli scuri quando la porta è già aperta, ed essere investita con un colpo netto, di taglio, da ogni sbaglio, da ogni tuo eccesso, ma va bene com’è, va bene così, va bene perché qui si tratta di me, che ogni vestito fa bene, che ogni vestito fa male, che oggi mi accontento di questo come dell’olio col pane. E’ catrame sotto i sandali trasparenti, giochi di infanzia distanti, echi portati da venti incoerenti, lo senti il mare all’orecchio? E’ insinuante, seducente, coerente, lungimirante come quello che non ho detto. Ho un cassetto pieno di vetri rotti, consumati dalle onde, ho la mente piena di colori trasparenti che il mare ha fatto galleggiare con lunghe onde come lingue golose, dalle gole profonde. Ci danzavo con la mia impotenza, forse un fatto di coerenza, siamo di noi gli avvocati migliori, siamo di noi scaltri seduttori, perché fondamentalmente si è soli. Siamo i rifugiati, siamo i clandestini, siamo i persecutori, i fuggiaschi e gli assassini, siamo qualcosa che ancora non c’è, e siamo gli imputati di tutti i processi e siamo i giudici maledetti e siamo quelli comprati e venduti e siamo ideali di giorni passati, siamo pensieri sfusi in una macchina a gettoni su una spiaggia, una moneta ed esce il colore della mia rabbia. Siamo sabbia, duriamo meno di una fotografia, di un passaporto, di una poesia, siamo biodegradabili al 100% ma non sappiamo goderci un solo momento. Perché? Abbiamo le mani piene di sangue, di voglia di conquista, di denaro sonante, siamo pronti ad uccidere, a tradire e ingannare ma ci spaventa essere in grado di amare. Perché? Abbiamo potenzialità alle punte dei piedi, solleviamo appena i talloni, ma perdiamo velocemente l’equilibrio, i buoni propositi si allargano a terra come una macchia d’olio, una macchia di sangue, come acqua piovana, come piscio, i buoni propositi lasciano un odore, un alone distante, un ombra di cui non teniamo conto, mi è scivolata dalle spalle, ma non c’entra ora con questo discorso, i buoni propositi sono pozzanghere. E parli, parli e non sai quel che dici, e hai troppo studiato e poco vissuto, e parli e parli, le tue labbra ad imbuto, per non invecchiare mettiamo il silicone come a chiudere spifferi di tempo, forse non passerà di qua, forse ingannerò l’età, e parli e parli e non riesco a seguire questo mondo impotente che non sa più che dire, questo mondo che si perde il capitano in mare che lasciamo affondare con ciò che rimane. Carrellate di occhi di bambini, carellate a braccia tese, se non è un numero sopra l’avanbraccio, è un piede in catene, occhi grandi, immensi e tondi, lì è ferma la dignità, sembra riflettere, sostare, ruotare lenta gli aculei come riccio di mare in una grotta scura.  E  poi io e te. Il cuore sospeso, un simbolo fiero, nella teca trasparente, nelle palpebre socchiuse, quel tanto che basta per farci passare la luce, come una persiana, come un sogno che non ingombra, come una sana, scaltra, neccessità, siamo rifugiati all’angolo di un letto, scagliamo sassi piatti sul lago stupefatto… ci mancherà anche questo. Un orgasmo perfetto. Questa piattaforma di cemento posta in mezzo al mare, che a stento, a larghe bracciate abbiamo raggiunto, fendendo l’acqua nera come velluto, per un solo minuto non c’era una fine o un inizio, solo due corpi poggiati, sollevati, trattenuti e intrisi di giochi, di spazio, ideali e ossa, sangue e poesia. Viscere a parte, la nostra arte. E poi i volti felici, i tuoi occhi sereni, trasparenti, pozze d’acqua in cui potevo immergere i piedi, è così, ti vedo distante e capisco che sei importante, è così, quando sei in mezzo alla gente, la gelosia è più presente, vorrei darti senza ferire, vorrei darti senza tradire, vorrei darti senza vanità, non vorrei allargare le tue ferite con parole delicate, con parole favorite, mi basta quello che sei, mi basta quello che siamo, quello che non pretendiamo di sapere, mi basta quello che abbiamo.  Voglio danzare con ogni mio sbaglio, voglio una danza con il tempo sprecato, come ballassi sul corpo insepolto di tutto quello a cui ho rinunciato, voglio guardarlo questo reato, nello specchio che di noi mai riflette, come vampiri dalle gole interotte, come vampiri dalle ali represse, voglio ammirare ogni mio errore, toccare quel corpo nel suo orrore, vedere come persino il colore si assorba dal viso e non porti rancore, voglio scusare questo pallore e tutti i giorni della mia vita assente, tutti quei giorni che non sono stata presente, ne’ scaltra, ne’ astuta, ne’ brava o efficiente, e poi la pigrizia mia, guardala, posta in un angolo per cortesia, guardala leccarsi le labbra, additata eresia, adultera, satira, nullafacente, portata in manette al processo veloce nella mia mente, adossata la colpa in un filo di voce, le usciva la parola incoerente, labbra carnose a sussurare “innocente”, ma neppure lei ci credeva, la pigrizia lesa e offesa, la pigrizia pretesa e spogliata, la pigrizia lasciva e vogliosa. Sua! La Colpa! Suo ogni  sbaglio, e se nella vita mi trovo in ritardo, sua  la colpa di tutto! Era con gli occhi grandi rivolti al cielo a sognare, quando nulla di concreto si poteva mettere sotto i denti, si poteva mangiare! Sua la colpa, di questa puttana e un pugno sulla tavola, una bestemmia disumana, sua la colpa dei pensieri perversi, sua la colpa per carità se non mi piego alla società. Un dito puntato dritto tra i seni, testimoni muti e blasfemi, un dito puntato senza pietà, spinto alle spalle da un vento di moralità. Facile eh? Dare la colpa a una parte di se’… dividere il mondo in buoni e cattivi, dividersi il corpo e le intenzioni separando le lische, succhiando bene, porgere a lato del piatto quello che non ho detto, quello che non ho fatto, e si torna puliti… Fatelo con amore, mangiate di me la parte migliore. Parlo a te… fai la pace con me, fai la pace con la parte nera, con gli occhi pesti, con un viso che oggi ha una brutta cera, fai la pace con me. Così ho preso la mia pigrizia, la mia parte d’astuzia, la mia cattiveria, la mia parte assassina, la mia parte vigliacca, la mia parte sbagliata e quella bloccata e poi quella infangata e quella avvolta dai sensi di colpa, come colla, come una polpa rossa che le imbrattava le spalle, perché? Perché non esisto senza di te. Allora ho preso quella donna terrena, quella da me resa blasfema, quella che era alibi e scusa, e ballando con il suo corpo bianco e molle, ho baciato il suo delicato collo, lavato la sua schiena, sentito la sua pelle sotto le mie dita, il suo cuore ribelle, ogni sua dipartita, pettinato i suoi capelli, fatto la pace con quegli occhi gemelli, aprezzato i suoi sguardi perversi, ammirato le sue dita delicate, come quelle delle fate, come quelle delle streghe, come quelle raccontate. Leccato tutte le sue dita. Ci sono mani, tante mani, mani nelle mani, mani abbracciate ai fianchi, mani appoggiate alle spalle, dita intrecciate a dita calde, mani che sfiorano filo spinato, mani che fanno godere, che toccano per darti piacere, mani per uccidere e salvare, mani per creare e incendiare, ci sono tante parti di te, ci sono tanti occhi tuoi, ci sono occhi bassi e ci sono occhi furenti, ci sono occhi attenti e ci sono occhi assenti, ci sono occhi perduti, ci sono occhi che sono dolore, ci sono occhi larghi per il piacere, ci sono occhi per vedere, per guardare, per osservare, per capire, per raccontare, per testimoniare, per odiare, per dirti: qui ti devi fermare, oltre non puoi guardare. Abbracciavo le gemelle di me, tutte quelle gemelle perverse, chi ai fianchi, chi alle spalle, e c’era poesia dentro la follia e c’era la vita e la morte, l’inizio e la fine, un sentiero sublime, si poteva mangiare, ogni passo aveva un sapore nella gola, correvano per la strada queste parti di me, consapevoli che l’una senza l’altra non avrebbero compreso la vita misteriosa che avevano, forse tutte potevano, forse tutte occorrevano, erano come sorelle giovani e allegre appena scappate alla ghigliottina, che non avevano sul capo alcun giudizio che si affidavano al vento, che vivevano il loro momento, come streghe fuggite all’impiccagione, come donne fuggite alla flagellazione, erano l’unico sospiro del mondo, un polmone verde immenso, erano al passo con la foresta, con la notte, con il mistero, avevano un corpo fiero e sospeso, un cuore leggero, un filo di voce, erano scampate alla tortura, alla paura, alla congiura, corpi bianchi sdraiati sull’acqua, seni turgidi schiaffeggiati da piccole onde, echi di risate profonde, risate che fanno paura, risate di varia natura, risate di bocche diverse, risate disperse, e si chiude sotto un tetto di foglie, questo appuntamento mio, questo incontro con l’inconscio, con te che sei il mio io, sfumando i corpi nudi e impuri, i denti bianchi di quelle ninfee assenti, sfumando le condanne, dalle donne distanti che non sanno tornare a se’. Perché? Quando non  devo fuggire il mondo devo fuggire da me.

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