martedì 31 gennaio 2012

Non ti è mai passato per la testa che...


Non ti è mai passato per la testa che la preda fossi tu, ma davvero non hai mai sentito quel pericolo infinito che stava a cuccia appena bagnato nelle mie iridi, come tra le foglie di un parco privato dove tu non sei mai stato. Non svegliare il cane che dorme ma tu seguivi le mie orme, sicuro del tuo sesso, non puoi considerare che il male a volte è fragile, che sussurrare da’ più brividi che gridare, bisogna saperci fare, che non c’è minaccia più sottile della malizia che si sdraia pigra sulle labbra, quello che vorrei dire e quel che non dico ti inganna, non ti può passare per la testa mentre ti muovi con quell’aria di conquista, mentre rispondi a gente onesta, che ti lambisce e non reagisce, che chi seduce ha già da tempo la tua testa. E’ una Salomè moderna te la lascia sulle spalle, ti racconta tante storie, ha piedi nudi sulle ortiche, unghie smaltate di rosso come pane dei serpenti, non ci sono uomini attenti, il tuo amore le porta sangue alle orecchie ma la sua lingua sputa parole benedette, il tuo nome è un colpo di fucile, ma se lo sente è lì che ti sorride. Ma tu conquistatore per generazione, tu sorriso sornione, discreto coglione, vedi occhi larghi e grandi, un corpo sottile, intenzioni che sono piccoli fiori e il veleno trasuda dai pori. Offri uno spazio già usato, un tradimento gustato, lei si muove noncurante, il sesso tuo è per tante, si spoglia e agli occhi ti lancia la schiena, ha le ginocchia raccolte al seno, ti mangia lo spazio e non ti accorgi nemmeno. E’ un gatto. E’ silenzio. E’ tatto. E’ gioco. E’ caccia. E’ di un’altra razza. E’ pelo. E’ pigrizia. Disincanto. Fedelta’ e tradimento nello stesso momento, labbra a labbra, corpo a corpo, tu ti chiedi sarò adatto, lei ha già il guinzaglio corto. E musica e natiche e musica e seni e lingua e seni, poi mani che cercano mani, il tuo il suo sapore un groviglio di ore, e 69 intenzioni nel tempo concesso, il suo cuore è un cronometro, l’amore parte da adesso. Fesso. E tu parti dal cubo Sette, testa tra le braccia, gambe flesse, piedi prensili in spinta e caduta, e tutta la rabbia che mi sono bevuta, e bracciate ampie che aggirano l’acqua, da quale parte sta la tua faccia? 50 metri di allegri saluti, tocca il bordo, guarda in alto, lei ha un fischietto che le cade dalla bocca, non lo soffia, dondola a lungo sui seni, un metronomo che batte i silenzi. Accidenti. Perché non te ne vai, sei in ritardo, non ci sei, lasciami riposare qui all’altezza delle mie ciglia come alghe sputate dal mare, legno marcio e zuppo di sale che rimane a dondolare, puoi f.a.n.t.a.s.t.i.c.a.r.e, ce lo lasciano fare…Sento le piccole onde trasparenti in cui getti i tuoi passi assenti, lasciami sospesa come fiera che rifiuta un pasto che pur di non privarsi dell’attesa rinuncia al gusto. Ma si l’amore toglie tutto non lo sapevi? E’ crudele abbastanza, e tu apprezzi la danza, e poi lo senti nelle ossa e ti casca nella bocca, e i suoi occhi sono larghi, come gambe e poi sipari e il suo seno è anche più gonfio, non c’è senso in questo dici? L’amore ha un senso oscuro, ma forse ci prendiamo per il culo, “parli cinicamente, perché?” “E’ la vita che lo è” Niente orgoglio, si comincia a mendicare ma ci piace che sia amore e poi in un tempo senza date sei inghiottito come insetto da una piante masticante da cui avresti succhiato in eterno, digerito con un rutto su un terreno ancora acerbo, a te la scelta di diventare un fiore o un frutto, considerarlo tempo perso… Non c’è l’acqua nel deserto del tuo cuore. Occorre spostarsi altrove, via dal tuo miraggio. E certo non c’è che dire, vale la pena morire di questra strana impollinazione, in questa vela che invece è prigione. Ma dimmi, dimmi la verità, provi per te ancora pietà…Non ti è mai passato per la testa che la crudeltà a volte è perfetta, che la più spietata ha seni di panna, che l’arma letale ha il sapore del miele e che non è sulla tua lingua questo potere, al limite in chi a te si concede. Come neve. E più sarà bianca, esile e innocente, più sarà dolce, più sarà impotente, più sarà pura e più avrà paura e più sarà vera come natura, più tu scenderai, più tu perderai, più tu crollerai come testa rotta da colpo di sciabola sulle sue cosce, un salmone in salita in cascate interrotte, la tua fatica a morire, la tua determinazione di fuoco lento, si gonfia il vetro si schiude il convento. Un pomeriggio romantico il tuo cuore stretto a un pugno. Tu suoni una chitarra sulla spiaggia, ti scivolano parole dalle labbra, lei stringe questo cuore come spugna di mare, tu canti. Lei si alza e le cola sangue sul corpo prendendo le esatte distanze dal tuo sogno seccato e privato, dal tuo sguardo garbato. Tu credi nella perfezione, lei ti offre l’occasione, forse non esiste creatura perfetta che dal creato non sia maledetta, che sia morta per mano della religione. Ogni donna che muore, vive in un’altra donna, ogni donna che vive, vive con il corpo di tante donne morte, così lo sguardo di una donna è una risacca, una deriva, è qualcosa di furtivo che non puoi sempre capire, come del mare non vedi la fine, così lo sguardo di una donna è quello di tante, è sangue, protesta, è quello che resta, un eco distante, goccia a goccia, sangue a sangue ne hai davanti una ma siamo sempre tante, non ti è mai passato per la testa che la pericolosa fossi io? Che fossi anche più abile nel dirti addio. A modo mio.

lunedì 23 gennaio 2012

Avevo ideali, un amore e un cimitero di bugie soltanto mie.




Avevo ideali, un amore e un cimitero di bugie soltanto mie.


Come Il Cielo sopra Berlino,  disoccupati camminano sul filo, hanno ventiquattrore leggere tra le dita della mano, un equilibrio precario, nient’altro. E l’altalena è nel tuo sguardo. Come una foto in bianco e nero dove ho dipinto solo il pensiero, appoggio le labbra alla tua bocca, quello che non dici mi tocca. I progetti e i sogni escono dalle labbra come boccate di fumo al posto della rabbia, come un vizio che non posso tradire e poi l’arte aiuta a digerire. Il peso del mondo. Sto con te, la panna montata sul caffè, un reggiseno colore lavanda e le nostre risate non scaldano la stanza, che dire di me. . . Non esce la voce, mi cibo dei tuoi gesti in ritardo, mordo le mie labbra, sto solo sostando un poco tra le tue coperte, che passi il vento contro e poi me ne riparto, l’odore del sesso, il tuo corpo caldo. Porto fiori secchi al cimitero delle nostre bugie, si sprecano le ragioni delle tue o delle mie, quelle dette per il bene altrui, quella lasciate cadere perché eravamo noi, sono vento, corteccia e sole. Mangiate di me la parte migliore, sono in ritardo. Ma le bugie hanno le loro ragioni, come il treno che trascina i vagoni, hanno stazioni a cui portare i loro passi, i mie desideri astratti non hanno posto resistenza, ne' presenza e poi avevo la mia maledetta curiosità, che mi tirava la manica del cappotto, non adesso. Ho chiuso un momento me stessa dietro una porta, sono saltata sul tuo letto - zattera, sento le onde sbattere all’orecchio, Non - Ti - Amo. Solo, la lingua mi fa perdere il senso di ciò che non siamo. Così siamo tranquilli e veri e sinceri e non dobbiamo dirci bugie, ne’ le tue ne’ le mie, e saltiamo le ipocrisie, quasi i preliminari, è l’unico mezzo che ho al momento per non soffrire, per rimanere… per sapere…bleffare realtà che diresti vere, cosa si è quando non si è. Tocco le labbra con le dita, scorro il colore, il taglio, la ferita, polpastrelli raccolgono il sale dagli occhi, sono pipistrelli dai voli interrotti, non fa male, li guardi, li tocchi, serata strana, serata assurda, strano gioco del destino averti tradito e averti vicino, averti amato e averti amico, un amico diverso, forse, perverso, gesti in eccesso, montava il piacere e  lacrime vere insieme al sorriso e allo stupore come la pioggia, la pioggia col sole. E seni e labbra e denti e lingua e succhi e lecca e ansima e aspetta e ancora e ora e non smettere mai, e le dita nei capelli e gesti bruschi e gesti lenti e la lotta e poi la tregua, e poi l’impeto e la carezza, e l’ora di andare e rivestirsi, pagare il futuro al banco, il viso perduto altrove, uno scontrino delle nostre ore, le chiavi fredde nel palmo della mano, un pensiero antico troppo lontano, e deglutire questioni mie, e tu a cavallo sulle mie fantasie, e non c’è Dio e non C’è babbo Natale, una befana che lavora in nero, calze bucate, sulle mie labbra nessun divieto, sulla mia rabbia sopracciglia nere come lunghe antenne di falene solcavano un cielo intatto, disegnavano un volto indignato, ali vellutate mi solleticavano la fronte, fuori era freddo, come nel mio cuore e oltre… Come i passi di piedi nudi sul ghiaccio, come quello che non dico, come la quotidianità in ciò che faccio… E le preghiere e le bestemmie andavano per mano, come i sogni sussurrati e i peccatori incensurati, quanto si può rimanere alleati e distanti, ora che posso rispettare le tue paure o le tue decisioni sono affascinata dai tuoi misteri e dai tuoi silenzi, ti osservo e ho una curiosità cinica, mi diletto a vederti camminare su un campo minato, non lo sai, e percorri tutti gli spazi che sei, non lo sai e così non si muore mai… I miei pensieri a volte sono squali che disegnano percorsi concentrici e lenti, sanno che hanno tutto il tempo per divorare idee che si muovono in superficie prive di eleganza, l’acqua scorre veloce sugli aguzzi denti, gli occhi neri che diresti inespressivi possono scandagliare abissi infiniti specchiarsi nel fondo e piroettare sulla paura, ed essere spietati, è l’unica premura per sopravvivere qui, in fondo… Gli affitti in nero, gli scontrini non battuti, i privilegi dei parlamentari e dei loro parenti, siamo tra i loro denti insieme al panettone, è finita nel loro spumante la nostra ragione, e poi il papa e la sua stola di ermellini, la pesante croce d’oro specchia volti di assassini, un operaio muore in fretta prima delle feste, una parola benedetta copre il nostro disinteresse, ho le scarpe strette, o forse mi fa male camminare in questo mondo che non mi appartiene, c’è un brindisi di troppo, pance gonfie in eccesso e clandestini muoiono adesso, se li mangia il mare, e parlamentari a ruttare, a fare regali ai loro bambini, che hanno l’istruzione, la sanità, raccomandazioni in quantità, e su loro non passa la crisi e noi come morti derisi. Vite di serie B, vite di serie A, qualcuno al posto di Dio questo deciderà, morti di serie B, morti di serie A, ecco il calcio scommesse della squallida quotidianità… Babbo Natale vi porta i doni, è pieno di sangue grassi coglioni! Non gli è riuscito di salvare un clandestino, non è riuscito a salvare un marocchino, ha visto seppellire un bambino in una buca di terra e la madre pelle e ossa senza risposta, ma è solo L'Africa e non vi tocca, ha visto violentare una donna in un vicolo scuro, un operaio morire con una scossa elettrica, un altro per un’impalcatura in testa, ha visto tutti i pensionati depressi e ragazzi senza futuro, con i sogni ridotti a singhiozzi, con i diritti fermati negli occhi, con gli sguardi sconcertati e tristi, perciò scusate se vi esce dal camino, con un ghigno quasi assassino, ha ricevuto lettere incazzate, a volte erano persino armate, è imbrattato di sangue e grida di aiuto e di tutti vi porta il saluto, le sue renne stanno pisciando sulle vostre promesse, è rosso, vestito a festa, ma ha nei capelli bianchi come la neve una vera protesta e fa quello che tutti vorremmo ora fare, un’improvvisata a Natale, a qualche parlamentare, che sia di destra o sinistra non fa più differenza, si nota solo l’assenza di questa politica, ribalta il tavolo imbandito a festa, vi strappa i doni da sotto l’albero vero, che avete rubato alla terra senza porvi il pensiero, perché se c’è una cosa che vi riesce fare è arraffare, arraffare e arraffare, strappare le vite altrui insieme alle sue radici e questo vi rende felici, brindare all’ultimo anno, avete sudato un po’ freddo con tutte quelle raccolte firme, sull’idea vaga di ridurvi lo stipendio. E Sacco e Vanzetti e gli ideali stanno stretti, si fermano come un groppo alla gola, Guevara muore a ogni ora, c’è chi prende la nostra cultura e la butta in una buca profonda e scura, ci rovescia palate di terra e bugie, che non occorrono anche le tue e neppure le mie… sulle mie labbra poggia una questione personale, credo faccia male, esitare, bleffare, avere persino strategie, la ricerca della mia verità, vedi, non è neppure un fatto di lealtà, è soltanto che sento essere l’unico modo per essere libera dentro, per questo amarti è un fatto normale non potertelo dire qualcosa di letale, in tutta questa merda che ci tocca le dita dei piedi, in quest’aria di polvere bruciata, salviamo la nostra risata, le tue mani sul mio seno, un istante sereno, non dimentichiamo il sangue degli altri ci muoviamo attraverso, e il gioco rischia di farsi perverso, ho incurvato la schiena per una capriola all’indietro, la punta dei capelli toccava quasi quella dei piedi in un cerchio antico, mossa dalle correnti che non vedi e non senti. Sbatteva la tua lingua contro il mio orecchio, come le onde sullo scafo della nave, come  il rumore della lingua al palato, Ti - amo - di certo, ho pensato, non ti amo di certo ho pensato, appoggiare le mani al tuo petto, baciare le tue labbra, il tuo collo, sentire l’assenza del tempo e dello spazio, lasciare tutto intatto, la violenza un eco lontana, l’assenza di gravità e di età, lasciamo scendere parole sulla pelle come fiocchi di neve che si restano a guardare, che cadono fredde sui tagli aperti delle ferite mai guarite quelle di oggi e quelle di ieri, sul sangue e sulle cicatrici come dolci danzatrici attente solo a uno spartito ostinato, freghiamocene del finto sorriso beato, non ricordo quello che ho mangiato, cosa pensavo un attimo prima, vorrei solo poggiare il dorso della mia mano sul tuo palmo, farlo per sbaglio, lasciami cadere serena, tieni aperte le mani, le tue poche parole all’occorrenza, i tuoi occhi che raccolgono tutta la pioggia, come per  un tuffo gettarmi di schiena sulla censura che ora mi imponi, sulla censura senza ragioni.  E come acqua gettata via raccogli la mia fantasia. Sono morti gli ideali, non c’è stata eutanasia, c’era un dolore condiviso nel lasciarli andare via.

sabato 14 gennaio 2012

Matite colorate


Matite colorate

La voce razionale di uno psicologo mi mostrò matite colorate, le poggiò davanti ai miei occhi, e io volevo quasi non ascoltare, quando preceduto da un sospiro disse:
“Cos’è l’amore?”, volevo dirgli: “Me lo dica lei, sono io che pago”, ma lo fissai triste, senza fiatare. “Questo è amore?” ; una matita era sostenuta e l’altra gli si appoggiava, come un uomo che appoggia il capo alla spalla di un altro. Mosse la matita che stava dritta e fece cadere l’altra. “Non è amore”. “Questo è amore?”; mostrò due matite a capanna, una sosteneva l’altra, ne mosse una, caddero tutte e due, “Direi di no…”, poi mostrò due matite in piedi, perfetto equilibrio, in effetti sembrava una coppia con scope in culo, un po’ rigida, ma la psicoanalisi approvava. Ora cercai di vedere tutte le coppie che conoscevo bene o appena, vederle come matite, mi crollarono quasi tutte miseramente, ma allora l’amore era un bisogno e basta? Nasceva sempre da un disagio o da una paura? Che fregatura immensa per tutti! Possibile che ci avessero rimbecillito con film e romanzi e innumerevoli atti di prodezze, quando invece rappresentavamo, ognuno di noi, una specie di droga, di antidoto, una sorta di viaggio o di canna per tentare di sorreggerci a turno? Ma poi pensai, chi è quest’uomo che mi parla dell’amore tirando fuori persone da un astuccio, e volevo davvero fargli domande personali, aveva trovato la sua matita? Una paziente raddrizzata? Che idiota, non mi riguardava, ero io la caduta, la caduta miseramente, e lui era caduto con me, noi eravamo la coppia a capanna, solo che poi lui si era rifugiato nella sua stessa prigione, quella da cui era evaso, sentendosi troppo bene da spaventarsi e volere rientrare. Un animale restato chiuso a lungo che teme ogni rumore, anche se la curiosità è tale da spingerlo sempre altrove, ma poi fugge veloce, torna alla tranquillità familiare! L’emozione non vale il rischio. Io, invece, non avevo una vita a cui tornare, e se l’avevo non ci volevo tornare, come mi avessero sbattuto la porta in faccia più volte: “Per te nessuna famiglia, sei nomade e lo devi restare, per te nessun figlio, per te nessun amore”. Il fatto è che mi tolse, lui mi tolse la voglia di cercare. E persi anche me stessa e adesso quest’uomo, ancora, mi aiutava a piccoli passi, a ritrovarmi, a camminare, non aveva soluzioni magiche, ma voleva farmi vivere una vita migliore, diceva. Avevo il diritto a una vita migliore. Lo pago. Esco. Lui ha una fetta di me, ogni quindici giorni, ogni quindici giorni si chiude in una stanza qualcosa che solo lì resta, e a me manca, mi sento liberata e usurpata al tempo stesso, non so cos’è l’amore, ma l’idea delle matite mi rattrista, comincio a sapere cos’è l’uomo in genere, un debole, sussurro, un debole…Che fugge i sentimenti, tanto alla fine in cura ci finiamo noi, noi che vogliamo guardarci dentro. Noi che tiriamo fuori tutta la merda, che ammettiamo tutta la nostra merda, perché non c’è fiore senza merda. Merda. Merda. Merda. Quando sto per chiudermi la porta alle spalle lui, il dottore, mi dice: “ Lei mi sembra anche molto triste…”, rispondo: “Si, infatti”. La porta si chiude. Ma nella mia mente se ne aprono mille, si aprono e si chiudono così velocemente, sbattono facendo un rumore infernale, dietro ogni porta c’è qualcuno che mi può ferire o uccidere, devo correre, correre, correre, fuggire, fuggire, fuggire…


mercoledì 11 gennaio 2012

So tutto di te



- Grazie, arrivederci.

So tutto di te. Me ne vado, perché non c’è altro da fare, mi trovo davanti alla moglie è da lui poco distante. Sospendo il respiro e li guardo. Lei, capelli castani e lisci, occhi caldi, rassegnati, esitanti, in cerca di risposte. Testa bassa, passi incerti e frettolosi, camicia leggera, poco trucco, quanto basta per ricordargli che persino lei può essere desiderabile. Da altri. Un piede nel vuoto, una fede d’oro, labbra sottili. Già… sta dalla parte della Bibbia come dell’impeccabilità, lui è nel peccato ma in qualche modo il serpente che seduce sei tu! Tu piccola amante, il mondo in questo non è cambiato, non cambierà. Tu che saresti disposta a urlargli in faccia il tuo amore… Guarda il tuo eroe, guardalo! Non ha altro che te, ma non riesce a dire basta alla sua vita, non riesce a raccontarsi la verità, non vedi piccola creatura come è lontano dalla verità, non vedi come fugge da te, da lei, da se stesso? Non legare il tuo passo esitante al suo passo così incerto, non legare il tuo amore al suo tormento. Salvati ti prego, perché io non lo posso fare. Ma sembra di vederti, sui tuoi occhi è caduto un velo, ma sembra di sorprenderti rincorrervi nei sogni. Ecco che la moglie se ne va, le cammino accanto e ascolto il suo pensiero, è come lava che finalmente scorre lungo i fianchi del cratere, come fuoco che implodeva dentro, è rovente, distrugge tutto ciò che è, lo trasforma in cenere, avanza, senza chiedere, investe, scivolando, veloce. Scappa non farti travolgere, io le cavalco a fianco, ma sono solo vento, raccolgo ciò che sento, lo porto lontano. Sai che dice? Sai che pensa? Il suo passo nervoso ha stillato questa frase, malcostruita, ma che importa non c’è grammatica nel pensare, nel riversare sentimenti più che umani senza logica, dice che sei la classica donna nata per sedurre, che ce l’hai nel sangue, che lo fai ovunque, fosse solo, nello scambiare la più banale frase con chi capita per caso nel tuo spazio, che come muovi le labbra, come schiudi le ciglia, hai perle da offrire e porci a raccogliere, hai una camminata che provoca, un modo di vestire che provoca, un modo di svestire che provoca, come usi le mani,come sorridi e rimandi, e convinci o commuovi, un gioco sleale, continuo, come il mare allo scoglio, non importa in quanto tempo, ma prima o poi sei tu a dare la forma a ciò che desideri. Forse non riesce a darti tutta la colpa di questo, ma se ne convince, perché fa meno male di certo, pensarti puttana e lui solo fesso. Pensarti una trappola seducente e lui solo ghiotto. Sono colpi di pistola i suoi pensieri e sai? Sai tu cosa sei? Un continuo, eterno, malato, raffronto con lei. Cerca di capire cosa l’ha allontanato da se’, cosa di te. Cosa di te? Lascio che continui a sferrare colpi e consumare il marciapiede nei passi veloci e nervosi. Lascio che continui la pioggia e lascio che continui a pensare che persino se piove c’entra con te.

mercoledì 4 gennaio 2012

Dipendeva



Dipendeva


Posso smettere quando voglio, se l’amore da’ dipendenza. Così si risponde con qualsiasi droga, ma poi bisogna ammettere di essere drogati marci e disintossicarsi, per l’astinenza, il dolore, i compleanni senza alcol da festeggiare, i giorni che senza di lui hai vissuto quasi in pace, ma sì, da tutto si può guarire quando si vuole! Ma forse io sono alla fase in cui ho ammesso di drogarmi e ho ammesso che mi piace, che è esattamente questo il modo migliore per morire… Stronzate, l’amore, l’amore in un parcheggio, in fretta, prendendo io ogni iniziativa, impugnando il suo sesso come ciò che mi spetta, assomigliava, davvero, a chi esausto, dopo avere troppo riflettuto, si lega un laccio al braccio e si fa in vena, con il capo indietro. Esultando quasi: “si, mi sono arresa e mi è piaciuto”; c’erano tutte le facce di amici e amiche, tutte! Nel fermo immagine migliore. Io ero impegnata a godere, scusate, a capire quale onesta differenza d’opinione corresse tra, masturbarsi pensando a lui, o darsi davvero, e a letto sognare d’altro. La libertà di dire ho fallito! Guardandovi tutti, ma non verso il mio istinto. Se la testa scandisce le vostre opinioni, i vostri consigli e i vostri umori nei miei confronti, il mio sesso  dotato solo di bisogni ed ormoni si è gestito un momento. C’ero anch’io a guardare di me. Ho anche, prima, fatto la pipì dietro il parcheggio. Mi sono liberata, mi sono liberata perché non c’è niente di romantico e non c’è mai stato in chi guarda, ma per me, l’avessi fatto in un cesso pubblico della stazione, a porta aperta o senza porta, sarebbe stato sempre quel momento. Quel momento d’amore vero, perché? Perché nel fondersi di due corpi che si amano mai ci sono state porte, mai ambienti migliori o peggiori, forse neanche persone o pensieri, forse la semplicità del fiore che galleggia nell’acqua, nessuno cerca di darvi spiegazione. Si accoppiavano cimici verdi sul muro, e tortore restavano insieme tutta la vita e balene si lasciavano morire a riva nella ricerca estenuante del compagno e… Lo psicologo mi aveva chiesto di capire se si trattava di dipendenza o amore. La domanda era da oltre un milione di…La domanda era depravazione, io non lo so! Io non lo so ancora, io non lo saprò mai se lo amavo o dipendevo da lui ma, se ami e ami davvero, come fai a non dipendere da un sogno, non ti ci muovi forse attraverso? Non dipende da me, dunque, dipendere da lui. E lui? E la moglie e, tutti, dipendono da qualcuno ma, cosa significa allora? Che in realtà è tutto merda e bisogno, che non esiste un vero sentimento, ma solo un rifugio, e dovrei vivere felice di questo, di non avere bisogno alcuno d’amare, perche io sono! Io sono, si dottore io sono, ma con tutto il fiato che ho in gola io chiedo ora, a lei, chi cazzo sono? E la pago per questo. La pago per dirmelo, allora rifletto sulla dipendenza e rifletto che, dipendo da lei e lei da noi, da tutti noi. E lei, lei ama nel modo giusto? C’è un modo onesto di amare? C’è davvero, qualcosa che finalmente non si nasconda dietro qualcuno? Perché tremo? Si può davvero decifrare l’urlo muto, quando le corde vocali che ti hanno appena tagliato sono sparse sul pavimento, sotto il tuo naso? Tutti dipendiamo, lei vive delle dipendenze di tutti, lei le sa spiegare! Non la voglio sapere la sua vita sentimentale da manuale; la libertà? Godere in quel parcheggio. L’addio? Godere in quel parcheggio; la dipendenza? Godere in quel parcheggio. L’indipendenza? Godere in quel parcheggio. Mi ha accompagnata a casa poi è andato via, non mi sono chiesta nulla, era uno schermo freddo e pratico il mio volto, era la chiave nella serratura e di conseguenza il buio attorno. La notte è calata e mi sono alzata di giorno. La ruota che lenta per tutti gira non si è fermata, non c’è davvero possibilità di dire basta, tutta questa paura di diventare niente, non eravamo forse niente prima di essere noi? E in fondo, chi mai di noi l’ha chiesto di essere qualcuno, di avere un ciclo vitale, di essere tirati come biglie, di condurre piste che ci hanno segnate, solcate sulla sabbia, allagate dalle onde. Persi per sempre, inciampare sulle nostre ombre, lottare, tradire, stare al gioco, senza avere mai chiesto: “posso giocare anch’io?”. Forse sta funzionando la terapia, perché sono molto nervosa, perché ho una rabbia nuova che non contengo, perché imploro da sempre di uscire dalla palla di Natale, dalla stella in cima all’albero finto, di cui faccio parte. Cerco di capire di cosa sa ora il suo bacio sulla porta, prego sappia di nulla, invece mi ricorda di me.