domenica 10 aprile 2011

Confini

Aprile 2011


I tuoi occhi come biglie di vetro lanciate sulla pista di sabbia disegnata dalle mie natiche in un giorno di rabbia. E adesso che mi appresto a nuotare con gli squali in un oceano nuovo, ora che il distacco da te non l’ho solo dipinto, ma lui si è spinto dentro me fino a ricoprire il mio corpo di pareti insonorizzate a ogni tuo probabile suono, vorrei spiegare al branco di non farsi illusioni che io nuoto da sola, per evitare di essere catturata in un’unica rete, o perché mi appartenga persino la fuga, Aprile di quadri e intimi colloqui a porte chiuse, Aprile dietro le quinte di un futuro indefinibile, Aprile di proteste, di guerre altrove, di una dittatura compiacente, Aprile di niente. Aprile di sbarchi, come di sguardi, tu chiudi gli occhi, una famiglia sott’acqua, una barca di meno, un clandestino che piange come un bambino, l’assenza di futuro e qui di prospettiva i sogni alla deriva, la dignità sotto le scarpe, un confine di gesso, tu dentro tu fuori, file di uomini, di braccia su spalle, di un treno di carne, lacrime trattenute di occhi bagnati, i diritti calpestati e noi paralizzati, i nostri piedi giocano, come sandali di monelli, scalciando nelle pozze d’acqua lasciate dalle lacrime di quelli, di quelli dalla pelle scura, di quelli che hanno paura, della massa che avanza, che il problema di pelle rimanga distante su un figlio che muore, su un figlio che piange, che il problema della pelle rimanga distante su una donna che trema, su una donna che annega, che il problema del confine non ci faccia cancellare i ricordi del nostro passato che ci ha visto tutti uguali, Aprile di confusione, di idea di rivoluzione, che rimane un’idea, un fatto di condivisione, ma distante, come di condoglianze, oggi è un fatto di lutto, prendo solo il secondo. Oggi è un fatto di lutto non spenderò molto, oggi è un fatto di lutto leggo un poco, oggi è un fatto di lutto compro qualcosa di meno, rinuncio al gelato. Il mare s’è ingoiato un barcone mai arrivato, un barcone di donne e bambini, un fatto di problemi e di confini, di smistamenti e accampamenti, di numeri e igiene, un fatto di latrine e cattivo odore, Aprile di orrore. Se piangi solo per tuo figlio, se piangi solo per la tua famiglia, se vivi solo per te stesso per la gente al cospetto dell’ombra proiettata dalle tue ciglia, in uno spazio molto ristretto, sei il nulla che avanza, non sei nella danza di questo meraviglioso pianeta, se non soffri per la gente che trema, per la gente che ha fame come fai, come fai a sentire il sapore del pane? Come fai a riconoscere la bellezza dei fiori, a dissetarti dell’acqua, come puoi vivere se non muori? Così, i tuoi occhi di vetro lanciati sulla pista di sabbia disegnata dalle mie natiche per scherno in un giorno di rabbia.

Come Pioppi nella stagione degli allergici...

Febbraio 2011


Ricordi volano sparsi come Pioppi nella stagione degli allergici, come una scomoda Primavera venuta a bussare quando dovrebbe esserci la neve, c’è quel ponticciolo, quell’acqua sporca, quel fondale incerto come la memoria, c’è quel sole strano che punta alla mia faccia e il suo bacio caldo scivolato sulla guancia, distratto sulla fronte, come un saluto che si deve, ma già si guarda oltre, c’è il mio sole dentro, nascosto alle stagioni, ma girasoli interni spostano il capo giallo in incaute direzioni, sogni ingenui sbocciano ai lati dei miei e dei tuoi passi. Poi c’e quel tuo sorriso, il tuo eterno sorriso come un caffè con panna gettato in pieno viso, e poi capelli d’angelo annegati dentro l’agata sospesi nel tuo petto... E poi tutti i tuoi progetti, e poi quel mio grande silenzio, interrotto spesso solo da un sorriso un po’ più spento, stavo in fondo solo alla base dell’arcobaleno, le tue promesse vaghe scivolate sul mio seno, era facile trovarti, seguire tracce del tuo ego, era facile eccitarti, bastava “toccare” il tuo narcisismo, magari con un certo ritmo, bastava diventare specchi dove tu potessi vederti, bastava essere appena un passo dietro ai tuoi passi, era facile ingannarti, bastava buttarsi contro le tue gambe come i gatti, eri talmente pieno del tuo amore per te stesso che bastava entrare nel tuo vortice per farti credere di essere complice di queste giravolte, di essere causa e merito della tua adrenalina, e tu che tutto muovi e tu che tutto sei, che con i tuoi occhi e la tua risata promuovi e bocci vite altrui, in un epilogo folle di vite gettate a caso da atea non mi immagino un interrogatorio sul peccato, ma se in un inferno onesto, un angelo messo a pretesto mi puntasse il dito, o mi chiedesse flebile con la voce già in sorriso, con l’intenzione a ghigno, a scherno delle ali : “Quanto hai davvero vissuto, e pensi che ti sia bastato?” Risponderei: “Forse non ho abbastanza vissuto, ma sapessi quanto ho immaginato, sapessi quanto ho immaginato”, ho immaginato da avere la pancia piena, da avere esaurito lacrime, e i sorrisi riciclati, quelli preventivi, quelli provacati solo da altri sorrisi, e così il tuo pensiero era vestito di nero, ti muovevi nel tuo incedere sciolto, col senso del peccato al tuo fianco e tenevi le pagine dei libri d’arte tra le mani sopra la testa come paracadute, precipitavi, sottolineavi, succhiavi dalla cannuccia, profetizzavi, avevi labbra carnose nate sopra le mie parole, che non avevano alcuna intenzione, stavano come i lupi a fare cerchi concentrici in pensieri labirintici, annusavano teoremi, stavano poggiate sui denti come dolmen in deserti dimeticati da dio, sempre a gara, le mie stupide parole, con labbra disposte a baciare soltanto, che sarebbe stato il concetto migliore, di un taglio sul cuore che irrigava il terreno di sangue preparandolo alla raccolta del grano.