mercoledì 8 novembre 2017

Maturità

Eloisa Guidarelli



Maturità
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Una maturità che si avvicinava, cinque anni in un istituto che a me era sempre parso un carcere, con compagni di cella, alcuni da seguire, altri da ignorare e quelli da evitare. E secondini i professori, secondini di opinioni , attendevamo il momento per spaccio di sentimenti di contrabbando che non c’entravano con l’ordine e l’educazione quasi mai. Portavo sempre i pantaloni, e per cinque anni non sono stata un nome, ma un cognome, presente o assente, giustificata o ingiustificata, sono stata il buon voto e il cattivo voto, la correzione a lato, il sissignore e il vaffanculo. E se c’è un posto dove si impara il pregiudizio è tra i banchi, sono gli stessi professori a farsi un’idea di te i primi giorni e giusta o sbagliata, tu sarai sempre “quello” o “quella”, capito questo nessuno cercava più di convincere nessuno, eravamo voti, profili registrati, più o meno indisciplinati, quell’ultimo anno c’erano quelli che già si vivevano la nostalgia del non essere più studenti, io li credevo sinceramente “svitati” o era la sindrome del carcerato che teme improvvisamente la libertà. Troppo ossigeno in una volta, quando ti è stato concesso solo a piccoli sorsi meritati. Può nuocere alla salute. Io contavo i giorni, ancora lo ricordo il grandissimo respiro seguito da un “FANCULO” e l’addio a quei muri interni, a quelle scale, a tutte quelle sale, ai registri, ai professori, ai libretti delle giustificazioni, alle fughe alla Montagnola, chissà perché tutti quelli che saltavano la scuola a Bologna si ritrovavano alla Montagnola, l’immenso parco dove si diserta, si spaccia e ci si bacia nell’erba, e le macchine della polizia che rallentano a ogni audace palpeggiamento, ma  tutto il resto fuori da quell’edificio era da respirare, era meglio perché era diverso, nuovo e inoltre era come cambiarsi identità, non ero più la studentessa di grafica pubblicitaria, potevo essere altro, potevo essere qualsiasi cosa daccapo. Naturalmente non avevo messo bene a fuoco che quel microcosmo carcerario era esattamente una copia del macrocosmo che con aria di sfida stavo affrontando con le ali alla schiena, con il mio cambio-scena. In pratica un Icaro pieno di fiducia e ottimismo prima del salto. Ma mai ho respirato vita come quella volta che dopo la maturità ho girato le spalle a portone e istituto. Adesso nel registro delle presenze sarò assente giustificata per sempre! “Adesso” sentivo quel tempo, lo sentivo nella saliva, negli occhi, nelle scarpe e nei nuovi passi, è adesso, è adesso, cosa c’è di più affascinante del presente, cosa sono io se non Adesso non c’è nessun altro tempo, è dilatato questo “Adesso”, sono io, solo io. Adesso.
 
Ma prima di questo c’era stato il resto, quello che eravamo, la ridicola scusa della maturità, come se ci fosse un tempo esatto per maturare e non fosse un viaggio infinito, ogni giorno un’iniziazione, quando sei giovane eppure già stanca come una scusa e ti chiedi con sguardo limpido se riuscirai per una volta a fregare “il sistema” e sei sempre fuori tema.
 
Avevo la mia borsa militare a tracolla, consumata, con sopra ogni tipo di scritta, come si usava, cuori, amori, dediche, la scritta “make love not war” e il simbolo della pace un po’ ovunque, parole
 criptate che solo io e la mia migliore amica potevamo decifrare, una borsa tatuata di vita, speranze, amore e noia, ma anche paura, rabbia, un’arma di offesa di massa, un antistress tra le dita, la sua tela grezza militare, quando sotto i polpastrelli carichi d’ansia e parole che non venivano, la potevo toccare, ero lì, portavo a tracolla me stessa ogni giorno, infilando Via Ca’ Selvatica , si cercava molto la propria identità in ciò che si indossava, non erano borse, pantaloni, non era il rossetto o la matita nera negli occhi, che un po’ colava a fine giornata e sembravi una Cristiana F, uscita da un romanzo tragico fatto di concerti Rock e droga, non erano vestiti, trucchi messi a caso, la passione per David Bowie, Doors, Guccini, Vasco Rossi, Sting,  erano messaggi, era che avevamo l’esigenza di presentarci con uno sguardo, nient’altro. Non volevamo parlare di noi, era troppo complicato, volevamo essere decodificati al volo! Noi con i nostri maglioni larghi e sformati su un paio di Jeans ci sentivamo “Farewell” di Guccini, sognavamo su quelle parole. Era lì che nascevano i fumatori, quelli che per atteggiamento… poi forse avrebbero fumato tutta la vita, perché il gesto del fumare era adulto ed era fico, e poi si amava scandalizzare, non per ferire qualcuno più per affermare “sono qualcuno, ma qualcuno che vuole vivere con le regole sue” e questo era paradossale perché per andare contro le regole ci costruivamo altre regole, ferree e forse anche più spietate. Comunque io non fumavo e per darmi un tono dicevo che mi drogavo e mi godevo immensamente lo stupore sulla faccia dell’altro, per poi scoppiare in simultanea risata. Nessuno ci credeva. Avevo una faccia pulita, che tentavo di fare diventare donna truccandomi molto,  con labbra che traboccavano di rosso, eyeliner o matita nera, il risultato era uno strano ibrido di lolita che teneva lontani i miei compagni di classe e mi attirava tutto il resto, non avevo ambizioni lì dentro, ero l’assenza di ambizioni, contavo i giorni, sapevo nuotare e mi iscrivevano a gare per tutta la scuola, “io dovrei rappresentare chi o cosa? Ma a me non me ne frega niente” ma mi ricattavano, si mi ricattavano, se non avessi partecipato mi avrebbero bocciato in educazione fisica o messo 2, è la democrazia che impari a scuola, mi allenavo seriamente e il giorno della gara facevo sempre schifo, va detto che magari mi allenavano a rana per mesi e il giorno della gara succedeva che mi dicessero “Guidarelli lei ci rappresenterà con il delfino” “Un momento ma mi avete allenato a rana, cronometrata a rana!” “Purtroppo non abbiamo chi sa nuotare a delfino, mentre abbiamo chi può fare rana” “ma io faccio schifo a delfino, lo facevo solo quando me lo imponevano per punizione!” “Beh lei faccia il delfino!” Mentre gli altri si riscaldavano i muscoli facendo ruotare braccia e spalle a bordo vasca, io bighellonavo lungo tutta la corsia, mentre gli altri avevano ansie da prestazioni e sognavano medaglie, io mi incantavo come un automa a osservare il riflesso sull’acqua della vasca, la T nera da percorrere obbligatoriamente perché ogni libertà era alla fine di un ricatto, la libertà era dopo qualcosa che andava fatto, mio padre era un insegnante di educazione fisica, e mi sentivo spacciata, lo avevo sorpreso parlare con l’insegnante di educazione fisica della scuola: “Non vede tutti sono ad allenarsi ma a lei sembra non fregargliene niente”. Una ferita mi si allargava, perché costava tanto essere dentro me con il mondo fuori costantemente rifiutato. Mio padre “sei arrivata penultima” “penultima non è ultima”, ribadivo filosofeggiando la mia immancabile figura di merda, “sei arrivata penultima perché l’ultimo è annegato, lo hanno tirato su in tre, si è sentito male”. Questo confermava la mia opinione in base alla quale lo sport agonistico fa male, in effetti il fatto che l’ultimo non mi avesse superato mi pareva strano, da metà corsia non l’avevo più visto, mi ero illusa che ci fosse almeno uno che andava più piano quel giorno. Adesso che ci rifletto deludevo mio padre in ogni cosa, mi sembrava che non gli andasse mai bene niente di me, ero troppo magra, hai il culo di un ragazzo, mi aveva detto quando avevo solo tredici anni, non è normale non ti sei ancora sviluppata, avevo sempre tredici anni, porti le tue amiche sulla cattiva strada, io una strada non l’avevo neppure trovata, figurati se potevo preoccuparmi se fosse buona o cattiva, e se mi guardavo le spalle non trovavo questo seguito, mancavo di discepoli, ero una bambina a bordo vasca indifferente alla vittoria.
 
Oggi non posso fare a meno di parteggiare per chi la gara non la vuole fare, per quelli che perdono o arrivano ultimi e chissà perché hanno sempre vinto dentro di me.
 
Solo una volta in vita sua mio padre fece il padre e ci rimasi di merda, non ero preparata e fu uno shock anche per lui, mio padre era sempre stato uno che non si preoccupava di dove fossimo io e mio fratello, questo a qualsiasi età, potevo pure rientrare tardi, non si preoccupava, per lui non c’era nulla di pericoloso, “sarà stata in giro, a fare esperienza”, ecco mio padre non avrebbe mai denunciata la mia scomparsa a “Chi l’ha visto”, perché lui per primo non ci cercava, semmai ero io a chiedermi chi avesse visto mio padre. Una notte, eravamo al mare al Lago di Garda, con la nostra barca Carpe Diem, e io avevo appunto colto l’attimo ed ero stata fuori tutta la serata con un ragazzo che mi piaceva, ero rientrata silenziosa come un gatto sulla barca ormeggiata placida come una balena, il gniccare di corde, rumori ordinari, ci correvano sopra anche i topi del resto ogni tanto, non pensavo certo destassero quel buon marinaio di mio padre, invece fuoriuscì dal boccaporto come un Nettuno incazzato, mi fece una piazzata, una piazzata incredibile “Ti sembra l’ora di rientrare eccetera…” E io ero allibita, pensavo lo avessero sostituito gli alieni, quando mai si era preoccupato di orari? Ma aveva aspettato i miei 17 anni per svegliarsi e proprio quella cazzo di notte? E si arrabattava con rimproveri che sembrava cercasse in esperienze altrui ed eravamo sinceramente stupiti entrambi, alla fine decide persino di punirmi, una cosa patetica, assurda, mi dice che non posso scendere dalla barca fino a quando non lo deciderà lui, e che cazzo faccio Ulisse? – Il giorno dopo io avevo un broncio lungo una casa e le mie amiche e i miei amici facevano una triste fila davanti alla barca, sembrava il CUP, io parlavo loro dalla prua, ridevano. Io meno. Gli ho inciso sulla barca un piccolo cuore con il nome del mio amore, non se ne è mai accorto, penso l’abbia venduta anni dopo così, qualcuno si sarà chiesto chi cazzo è M?
 
Il tuo fidanzato comunque non mi piace.
 
Non gliene sarebbe mai piaciuto nessuno. Fino a quando ho semplicemente smesso di presentargliene, dichiarandomi una single a vita, una scelta di fede quasi. Ancora oggi lo preoccupa il fatto che io non abbia mai nessuno. “Perché non ti piace? Non fa niente di male” “Tiene le mani in tasca quando parla” “ E per questo lo giudichi? Uno sarà libero di tenere le mani dove vuole,  nei limiti s’intende”. Battaglie perse, tutte, inesorabilmente e dopo avere vissuto anche l’esperienza dell’esilio, passata in prua attaccata alla sartia della barca, ondeggiando insieme allo scafo nella complicità della noia, mi apprestavo come tutti i reclusi ad accettare di perdere battaglie ma a sognare di vincere la guerra. E tutta la vita ho anelato alla grande fuga.
 
Erano gli anni 80 ma a me sembrava di essere una creatura degli anni 70 che ha sbagliato portale, era come se io e gli anni 80 non avessimo niente da dirci, ogni mattina era lo stesso latte, lo stesso zaino, l’angoscia di interrogazioni a tappeto, espedienti, la via Nosadella fatta di corsa perché eravamo sempre in ritardo, il ragazzo che ti piaceva che prendeva ogni tuo pensiero, e il suo nome proiettato sempre davanti al tuo sguardo, su ogni pagina di diario, giornate di cultura tolte a una sana masturbazione, quindici, sedici, diciassette anni, guardati dal finestrino di un autobus, ma più spesso amavamo stare dietro dove il vetro era più grande e vedevi la strada scorrere via, e c’era quella mezz’ora per dirsi e confessarsi se si era ancora nel gruppo delle vergini o dall’altra parte, quali materie hai? Ci troviamo all’ora della ricreazione? Sai ho una novità, indovina, non so come dirtelo, ora sto dall’altra parte, e si apriva un baratro nello sguardo delle vergini rimaste, una distanza incolmabile, e ti pareva che così ora avevi preso la tua vita in mano e sapevi cose che altre non sapevano, ti pareva che si leggesse sul tuo viso, che tutti potessero capirlo dal tuo sguardo nuovo, diverso, pensavo sempre che chiunque osservandomi potesse capire che avevo appena fatto sesso, era un qualcosa che si poteva intuire, un qualcosa che ci legava tutti, come se gli altri potessero fiutarti, non cambiava se eri vestita, truccata, lavata, e neppure se era stato il giorno prima, perché ti si leggeva in faccia, forse gli altri non lo sanno mi dicevo, non possono saperlo, ma lo sanno a livello inconscio, qualcosa tipo feromoni, qualcosa. Hai qualcosa dopo. Qualcosa di diverso da prima. E quindi mi pareva di varcare la classe nuda, con la mia borsa militare tracolla ma con un’altra storia.
 
Chi è giovane ama gli estremi,  “Suora” era più offensivo che “Troia” e le vie di mezzo sembravano non essere degne di terminologie… Chi è giovane ama le categorie quindi dovevi appartenere a qualcosa, c’erano i Dark, i Metallari, i Paninari, un altro gruppo che ora non ricordo ma riguardava l’appartenenza dei più fighetti, gli snob di Bologna, quelli che vestivano certe marche e solo in certi negozi, come mi collocavo io? Il mio primo trauma è stato quando il mio primo ragazzo di cui ero molto innamorata mi ha definita “Freak” ma con un certo disprezzo… “ Tu sei una freak , usi quelle scarpe, quei pantaloni, sei così” Il termine mi piaceva avevo sedici anni, solo che capivo che lui evidentemente non amava il genere, un altro innamorato un anno dopo, (un anno al  massimo duravano le mie relazioni, nove mesi per l’esattezza, il tempo di una gestazione mancata, e poi cambiavo compagno, ero metodica) mi avrebbe detto: “ Dovresti depilarti le gambe” “Perché? Sono peli biondi.” “Sono biondi ma sono lunghi tre metri”.
 
Gli uomini sembravano nati apposta per venire a creare complessi a ragazze libere e fiere dei propri peli.
 
E ancora: “ Insomma ma tu, tu sei così perfetta con quel maglione dal collo alto bianco, hai mai spaccato una vetrina? Ti sei mai fatta una canna, hai mai osato qualcosa?”
 
Cazzo, questo era il mio maglione preferito, e questo stronzo per me era pure orientato a diventare un fascio, “Senti no, non ho mai spaccato vetrine, mi dispiace immensamente di darti questa delusione, e questo mio maglione è il mio preferito e sai qual è il problema che un altro potrebbe trovare molto bello come vesto! Vaffanculo!
 
Fine di una relazione, la cosa che mi aveva offeso più di tutte non era la storia delle canne e delle vetrine, ma ci avevo messo un casino davanti allo specchio a scegliere quel maglione, che per altro trovavo così sexi con il collo alto e quelle due trecce sottili che passavano sul seno.
 
A trent’anni compiuti avrei sconvolto una compagnia teatrale durante quei flussi di autocoscienza e di libere confessioni, rompendo il silenzio e dicendo “No io non ho mai visto un film porno, in realtà non mi sono mai fatta una canna,  ma per il resto ho fatto tutto”.
Chiaramente tutti scoppiarono a ridere e io capii quello che passava loro per la testa, non ebbi mai tante proposte per un eventuale passaggio a casa. Era stato un salto temporale, ero sempre quella ragazza eppure c’era stata in mezzo una vita da adulta.
 
Appurato che alle scuole superiori il mio orientamento era freak, c’era nella nostra classe una ragazza bellissima, che aveva un viso incredibilmente perfetto e che sembrava anche meno bambina di me, era Dark e aveva poche amiche che si sceglieva, io andavo d’accordo con lei, in fondo neppure io facevo parte della massa, aveva una cresta incredibile, era magrissima, vestiva di nero, più buchi nelle orecchie, un orecchino nel naso, solo a volte metteva un maglione giallo, diceva che il giallo era consentito, ero affascinata, anche se mi sembrava una gabbia, ma in fondo era l’età in cui per contestare gabbie te ne costruivi di tue, per contrastare divieti ti creavi divieti, era l’età che per odio della corrente non capivi che il tuo andare contro-corrente era sempre una corrente, solo imposta da te. Si faceva croci sui polsi con le lamette, molto spesso, non sapevamo come trovare le parole giuste per non fargliele fare, e infatti non le trovavamo, perché quello che lei si faceva sulla pelle era quello che in altri modi noi facevamo sulla nostra anima, tutti ci creavamo ferite, e se nelle nostre il sangue non si vedeva, lei portava al polso in quella croce di sangue raggrumato, il tribale tatuaggio delle parole che a noi non uscivano, di dolorose censure, e di tutte quelle paure. C’era intorno a lei un rispetto sacro, qualcosa che non oltrepassavi, il fatto è che era comunque più grande di noi, in quella chiusura in se stessa, c’era un mondo che celava qualcosa per il quale noi apparivamo solo matricole della vita. Ascoltava i Cure e rimase incinta a vent’anni, smise di essere Dark , divenne ragazza madre e la sua fu una vita ordinaria. Spero felice.
 
E poi venne la gita a Parigi, Amsterdam e varie entusiasmanti tappe di crescita.
 
A Parigi con i professori di Video, avevamo questa materia, si imparavano montaggi video e i segreti di un mixer, di una messa in onda, ce ne fregava quasi come della materia di religione, nessuno ascoltava, nessuno studiava. Dove ci hanno portato a mangiare a Parigi? In un ristorante cinese, il peggiore ristorante cinese di Parigi, dopo sono stata male, ero piegata in due, ed ero stata trascinata letteralmente in spalla dalle mie compagne di classe, ero anche vagamente brilla, ricordo ancora di essermi bloccata sulla scala a chiocciola dell’albergo, chissà perché mi hanno sempre inquietata, provocato una sorta di panico, non riuscivo né a salire, né a scendere, le mie compagne di classe non sapevano se ridere o preoccuparsi, poi come al solito mi hanno aiutato vedendo che si rischiava di passare la notte sulla scala a chiocciola, in albergo mi riprendo, suona il telefono, eravamo in 4 in camera, 4 ragazze, tutte molto legate, e ci chiediamo chi può chiamare in camera di notte, rispondo io, e dall’altra parte del telefono sento una voce, quella del mio professore, io non credo sia possibile e mando a fanculo quello che penso essere l’artefice dello scherzo, ma subito dopo, sentendo risata e imbarazzo dall’altra parte, capisco che ho appena mandato affanculo il mio professore, aggiungo “prof, mi scusi pensavo fosse,  si è sbagliato allora…” “No, non mi sono sbagliato volevo sentire proprio te” . Durante quella gita a Parigi mi aveva poi dato tra le mani un bigliettino, una specie di dedica d’amore, lo avevo fatto leggere alle mie amiche che avevano già sentenziato all’unanimità “porco” e non mi mollavano mai sola, era imbarazzante, il professore che ci accompagnava tutti in gita  e ci provava con me. Naturalmente a me non piaceva, anzi mi disgustava proprio, era viscido, mellifluo, e tornati dalla gita per facilitare tutti quanti alla maturità, ricordo che era una materia in cui tutti o quasi avevamo pessimi voti, perché eravamo disinteressati, nessuno si applicava particolarmente, ma neppure i professori devo dire, si applicavano di più a notare le allieve, bene per venirci incontro, lui diede il sei politico a tutti, a tutti anche quelli ben lontani dalla sufficienza, ma non a me. Era chiaro che mi puniva perché non avevo ricambiato a Parigi, e le mie amiche lo sapevano tutte. Con una di loro andai a parlargli personalmente, in due gli chiedemmo ragione di questo accanimento verso di me, la mia amica aggiunse “non è giusto che lei non abbia il sei politico che ha promesso a tutti per facilitarci, così le rovinerà la media, a lei cosa cambia, è l’ultimo anno, ha la maturità” E lui, disgustoso, disse “Eloisa non ti danneggerei mai, ma proprio non posso farci nulla” Tagliai corto “Io e lei sappiamo bene il motivo, mi risparmi questa recita e faccia come vuole, non mi interessa più, però le volevo dire soltanto che io so perché, io so perchè”
 
 E non so invece  perché non lo denunciai, avevo i testimoni, avevo il suo bigliettino, ha telefonato in camera dove eravamo in 4, aveva già una storia con una minorenne conosciuta da tutti nell’istituto, ed era chiaro che se avessi risposto al suo corteggiamento avrei avuto altri voti, ma avevo solo la nausea, era l’inizio di una serie di ricatti più o meno sessuali che mi sarebbero capitati anche in futuro, ma ne avevo fatto la prima conoscenza in quel momento.
 
E si cresceva.
 
 
Crescere a scuola.
 
I miei genitori mi avevano consigliato la scuola di Grafica Pubblicitaria, perché all’Istituto D’Arte girava voce si facessero le canne. Nella nostra scuola se le facevano sui tetti.
 
L’insegnante di educazione fisica dei maschi, si era divisi in maschi e femmine, mi corteggiava, soprattutto da bambina, uno strano modo, velato, sessuale, era bello, tutte noi lo trovavamo bello, era il Figo della scuola, vestiva sempre elegante, ma aveva chiaramente molti più anni di noi e il suo corteggiamento è cominciato quando avevo sui quindici, sedici anni, mi diceva che assomigliavo a Nastassja Kinski e mi chiamava sempre così, ciao Kinski, ciao Nastassja,  e mentre faceva l’appello con i ragazzi davanti, “tu , ti puoi spostare che non la vedo.”
 
Ma siamo sicuri che dovevamo prenderla noi la maturità? Al di là di queste battutine era innocuo, va detto che quella era l’età in cui le ragazze, tutte noi scoprivamo il nostro corpo, ma ancora ci muovevamo come bambine, ovvero ti metti una gonna, ma stravacchi le gambe, ti metti una maglia senza reggiseno e ti chini a quattro zampe e tutti ti vedono fino all’ombelico, quando il tuo corpo cresce ma tu non hai ancora quei comportamenti per celare questa crescita, perché lui è in anticipo rispetto a te. Lui è in anticipo rispetto a te, è così.
 
 
 
 
 
 
 
 
Poi è arrivato il fatidico quinto anno, quello della Maturità, ma ci fu una mattinata a scuola, in un giorno di ordinaria follia, che rischiò di pregiudicare il mio ultimo fondamentale esame.
 
Avevo attraversato Via Ca’ Selvatica occhi a terra, come sempre, tenevo un basso profilo,  mi guardavo le scarpe come se fossero loro a muovere i passi perché io mai li avrei mossi in quella direzione, ero entrata come per automatismo dalla porta a vetri dell’istituto e mi ero messa lì come ogni mattina, in tutti quegli anni ad aspettare le amiche, per fare gruppo, chiacchierare. Ma mi rendevo conto che tutti mi guardavano come se venissi da Marte e che c’erano sorrisini maliziosi, bisbigli alle orecchie, occhiate in tralice, fino a quando una mia amica, mi viene incontro con altre, mi prende per un braccio, mi scuote dalla mia apatia: “Ma tu non ti sei accorta di niente? Perché non è possibile non accorgersene” le altre ridevano, io non capivo, cominciavano a spaventarmi “No, di cosa dovevo accorgermi?” , questa mi guarda allibita e mi trascina fuori dalla scuola fino al portone gigante, dove a vernice rossa su tutta la grandezza della porta è scritto il mio nome seguito da un TI AMO, mi si mozza il respiro, la mia amica mi trascina ancora fuori e mi dice “e quello non è niente!” Facciamo tutta via Ca’ Selvatica, la strada della scuola, sopra i vetri di tutte le macchine parcheggiate è scritto a vernice il mio nome seguito dalle parole “TI AMO” , è scritto persino su una statua della Madonna in fondo alla via, quelle saranno tutte le macchine dei professori, del preside, non respiro più, sono pallida, comincio a balbettare “Beh potrei non essere io” , ma la mia amica mi riconduce alla realtà “Sei ELOISA, ti chiami così soltanto tu, in tutto l’istituto” Cazzo!! Questa creatività nei nomi, se mi chiamavo Barbara ero a posto, era pieno di Barbara… Era tutto così, la via, il portone enorme, le macchine, dovunque il mio sguardo si posava ELO TI AMO, ELOISA TI AMO, sui vetri delle auto ci stava solo Elo ma per sicurezza, non fosse chiaro, le scritte erano su tutti i lati, parabrezza compreso, ero spacciata. Non volevo entrare, da parte delle donne ero diventata una specie di leader dell’amore, i ragazzi erano stupiti, una mia amica, la stessa che mi aveva accompagnata dal professore di video cercava di farmi passare la rabbia, “Ma dai è romanticissimo, ti ama” “ Ma ti rendi conto? Le macchine dei professori? E se mi chiedono chi è? E se mi obbligano a parlare? E se non è vernice lavabile? Questo stronzo lo ha fatto stanotte, può averlo fatto solo questa notte, merda sono nella merda!” Le amiche : “Telefonagli” Gli telefono, telefono a gettoni della scuola, la moneta che scende, quel rumore che precede la comunione dei respiri, quel tuffo nel pozzo che concede la parola, quel filo attorcigliato nelle mie dita e la gola deglutire ansia e rabbia, risponde, lo aggredisco “Ma che cazzo ti è venuto in testa?” “Cosa?” “Non fare il coglione!” Ride, è orgogliosissimo “Senza il palo non avrei potuto riuscirci, abbiamo corso un grande rischio, l’abbiamo fatto di notte, poi all’alba abbiamo… in alcuni punti ci serviva la scala, e allora…” “Ma sulle macchine e ovunque, io ho la maturità in questo posto, ti rendi conto?” “Ma tu digli che non sai niente! Oh mi raccomando mica fare il mio nome! ” “Mi chiamo così solo io qui dentro, solo io!” “Ma ti piace?” “NO!”
 
Ora so che è stata una delle cose in effetti più romantiche che abbiano fatto per me, illegale e romantica, ora so che tutte le donne mi invidiavano, che le mie compagne erano folli per questo principe azzurro della bomboletta, ma allora non potevo esserne felice, ero paralizzata dai professori e da quello che poteva succedere. Immagino anche in quanti abbiano pulito la macchina mandandomi accidenti.
 
Il professore di fotografia era un tipo strano con l’aria da tossico, una sigaretta incollata sulle labbra, arrivava sempre con una decappottabile verde bottiglia sportiva che parcheggiava all’interno della scuola. Appello, un silenzio agghiacciante. “Bene – picchietta sulla scrivania – Guidarelli, non per farmi gli affari suoi – sorrisino malizioso – deglutisco, mi sento come di fronte a un plotone e spero solo mi uccidano subito  ma che cosa fa lei agli uomini?
 
Balbetto un -  “Io, niente, niente, non saprei” Intuisco però che la sua macchina non era tra queste, altrimenti non l’avrebbe presa così.
 
La lezione continua, qualcuno fa una battuta che lui non gradisce e vedo volare il registro a un millimetro dalla mia tempia e colpire in pieno il compagno dietro.
 
Professore di religione, al quale fin dai primi giorni avevo confessato di essere atea e gli avevo chiesto tentando di non offenderlo se potevo cortesemente disertare, e andarmene in giro a trovare la mia fede un po’ dove mi pareva, aveva acconsentito. Aveva persino acconsentito che mi facessi fogliettini per i compiti in classe, così da copiare meglio, era la mia ora di carboneria. C’era un rispetto reciproco.
 
-         Guidarelli? Va bene l’amore ma… anche sulla Madonna…!
 
Tutti a ridere.
 
Non ce la facevo più.
 
E ancora, il professore di italiano:
 
- Guidarelli lei sa chi è stato?
 
-         A fare cosa?
 
Risate
 
“ A scrivere il suo nome a vernice ovunque”.
 
“Ma non sono io, insomma sarà una che si chiama come me.”
 
Risate
 
“In questa scuola c’è solo lei”
 
“Magari sarà una non di questa scuola, magari non sono la sola ad avere questo nome”
 
“Non sa chi è quindi?”
 
“No”
 
pensavo chissà se passeranno  alle torture
 
“Non conosce nessuno che potrebbe fare una cosa di questo tipo?”
 
“No”
 
Ogni professore le stesse domande, archiviavano di fronte alla mia ostinazione e quando lui passava a trovarmi a scuola tutte le mie amiche lo guardavano dalla finestra e cominciavano a truccarsi, “Elo c’è il tuo ragazzo, lo salutiamo noi mentre tu ti prepari” un cicaleggio continuo, un chiocciare infinito, seni schiacciati contro la finestra aperta, incavo di gallerie morbide e vellutate sotto le ampie scollature,  lui sotto con il suo sorriso da schiaffi, immerso in quel soffitto di tette a urlarmi “Elo perché non ti affacci, stai facendo religione, preghi?” E il professore di religione mi guardava con una pazienza che era arresa disarmante nei miei confronti, “non è neppure colpa tua è la tua età” sembrava dirmi quello sguardo,  e lui faceva il ruffiano con tutte le mie amiche e loro: “Elo c’è il tuo ragazzo, che simpatico” “Niente male, Elo”  e io : “Prego, prego!”
 
Capivo che era arrivato a scuola e mi aspettava quando vedevo le mie amiche rifarsi il trucco e mettersi il rossetto.
 
 
E penso che forse ti amo solo per come hai detto “andiamo”
e sul serio sento tutta la pressione espressa dal tuo desiderio,
devo tornare dentro me ma non conosco più la strada,
ci sono le tue labbra,
le tue mani davanti,
come porte chiuse,
come scuse,
ho capelli nuvole di neve e labbra cotte al vapore.
 
 
 
Eloisa Guidarelli