lunedì 11 aprile 2016

Maschere cadute

Eloisa Guidarelli - Foto Andrea Moretti.

 
Maschere cadute.
 
…con tutte le maschere cadute sarà come galleggiare…
 
Te ne stavi lì in un angolo, occhi squadrati scolpiti da Michelangelo, e quelle dita come pietre bianche e offese, appese. Che cosa ci stanno facendo. Attorno il mondo, una trottola ubriaca, ingannata dal lancio impresso da Dei per dispetto, non ha equilibrio questa terra nostra e come una biglia, dopo la spinta si arresta. Questo inganno, silenzio, solo una strappo nel cielo, un urlo lacerante di rapace, freddo come le risate. Sono ferme le tue ciglia, piene di sabbia, non c’è più meraviglia in quella pietra tagliata netta dell’iride perfetta, che intravedo, tra la palpebra abbassata e il solco lacrimale, ci si può nuotare in quei tuoi pensieri immobili, densi, ho lasciato polpacci controcorrente, nella caverna del tuo cuore so cosa si sente, è una grotta di arterie vene e dolore, ventricoli che sbattono come porte, restano assorte le parole. Cadono, cadono, cadono dentro, goccia a goccia, lo sento, soprusi, inerzia, tormento, rabbia e impotenza, ho bisogno che il male mi cada addosso tutto, e poi di alzarmi un’altra volta dopo questa doccia sporca, trascinare i piedi, e nelle orme lasciate creare acquari nuovi di diritti e colori, dire che se sono confini è solo perché il piede ha una forma che poi il mare che è giusto cancellerà da sé … Perché, infilo la mano verso te, è filo spinato a creare finestre di cielo. Ho bisogno di sapere che non lascio tracce, che non voglio fuggire, ho bisogno di capire, quanto posso scavare senza smettere di credere che potrò trovare il sogno, anche sul fondo, come l’acqua per il tuo castello, figlio mio, bambino bello. E sono statua di marmo percorso da vento, sabbia, insetti, sono terrazzo al sole, dove lucertole sostano estasiate, dove farfalle fanno l’amore, dove l’eterno si fa scherno. Sono labbra spaccate come terre divise da crepe, dove steli d’erba come soldati stoici spuntano con lance sopra la testa, il tuo nome che batte contro la mia scatola cranica, è l’unica anima, pretesto di lotta. Ma questa è una sosta, all’angolo del dolore, un centimetro quadrato di pensiero dove non si muore e si trattiene il fiato, resto in ascolto come sasso sotto il cielo, offro questo corpo come passaggio e assaggio, lascio che il mio umore diventi sapore, che le antenne di qualche insetto definiscano il resto, e così divento io strada, senza confini, per tutti quegli esseri di specie diversi così vicini, e sotto questo silenzio, lo so, siamo tutti assassini, omertosi assassini. L’Europa è una gola assetata con doppie file di denti, esce da una terra congelata, si ingoia passanti. Si dividono uomini in una grande partita a scacchi Europa e Turchia, ma non ci sono cavalli e regine e lo scacco matto lo fanno ai rifugiati che si portano via. Dove non è strategia, alle sfere più basse c’è la polizia. Una divisa che decreta il giusto e sbagliato, eppure il vero reato è stato troppo spesso indossato da chi arrivava a sirene spiegate, perché dire che un rifugiato ha qualche colpa è assurdo come incolpare la vita, come incolpare l’estate, come incolpare il vento di quello che accade. Non c’è colpa a fuggire da una guerra, ma non ci può essere assoluzione per chi rifiuta di aiutarli su questa terra, da qualsiasi latitudine si guardi. Non c’è confronto di colpa, è una lotta impari e crudele, da una parte gli ideali e i sogni, dall’altra armi, offese e potere. Se un diario, se questo mio diario si aprisse come bocca, davvero sincera, allora molte persone ne avrebbero paura, ed è impossibile si sa giurare tutta la verità, nient’altro che la verità… perché la verità non si dice neppure a noi stessi, e con un atto di giuramento io già mento. Così le tue parole sporche che scivolano mute, composte per non disturbare, come l’educazione potesse nascondere, ovviare, eppure le sento ronzare, persino sotto la melma della tua ingenua censura, le sento vibrare, le vedo, le tue parole, fissarmi come api immobili, dal movimento incessante di ali, per trattenerle all’altezza del mio pensiero, per contrastare altre visuali, i tuoi baci scivolano via, in un silenzio denso, e tu a tentare di coprire vuoti lasciati dalla tua morale, come falle in una barca, che affonderà comunque, puoi buttare via secchi di noi, tentare di avere un equilibrio precario, necessario con il mare, ma l’acqua sale. Il tuo ordine fa male, da tempo, mi percuote da dentro e lo sento. Le tue parole sonde degli abissi, a quale profondità troverai quello che eravamo, e quando potrai misurare in metri la distanza, ti rassicurerà, il fatto matematico di quello che siamo, di ciò che è stato. Le tue parole di circostanza, sceme, fuori luogo, le tue parole di imbarazzo, le tue parole da liceali, le tue parole attaccate al soffitto come preservativi dopo una festa, quello che resta di atti goliardici, stupefatti. Le tue parole sparate come fionda da un letto sponda, l’abisso  tra noi e il mondo, da rimanere a guardare, nell’assenza di gravità, rimbalzeranno le tue parole, rimbalzeranno almeno tre volte su questo lago che ho pianto, prima di sparire soltanto? Le tue parole galleggianti colorati, che vedo affondare di poco, quando ci credo. Sono seduta su un porto sporco, l’acqua è densa di olio di motore, una scia traslucida che galleggia di colore iridescente, un salto temporale, e mi trovo bambina, con le labbra sospese, come lievemente appese a domande che non si possono fare, restano lì, nello stupore. Come insetti danzanti catturati da piante masticanti, vorrebbero distendersi, riprendere a volare, partecipare a questa primavera, ma rimangono attaccate a qualcosa di vischioso che non le fa uscire, avevo parole meraviglia, si allungavano con le mani tra le ciglia serrate di piante carnivore, ora inefficienti per i voli. Eravamo vivi, prima della censura, ricordi? Sandali sporchi di petrolio, olio di motore, acqua priva di ogni trasparenza, bolle misteriose che vengono a galla dal fondo, e ci si interroga, i minuti hanno odori, e sono mescolati a strati e strati di perplessità e segreti, avvolti in sensi di colpa, presi in prestito da adulti, senza nessuna ragione, solo per imitazione. Accovacciata, nel tempo. Un fiore che sboccerà in un altro momento, per ora rimane parte del molo, per sosta, per gioco. Per tutto quello che ci sarà mai da capire, tutto deve finire. Hanno due cavalli e mezzo i tuoi espedienti per circumnavigare il mio cuore, non vedi io sono altrove. I sogni qui sanno di pesce fritto, le tue parole sono vele, le guardo spiegate, dove saranno dirette, e comunque le ho già perdute. Sono immagini spietate, solo che non le ho capite. L’odio attraversa con rombo di tuono il corridoio uguale di una conchiglia a spirale, ho camminato su quella scala a chiocciola, poi ho corso, quasi fino a precipitare, più gradini in un solo balzo, rischio, sbaglio, non so fare altro, ma è tutto soltanto per arrivare ad ascoltare il mare. Da tempo hanno condannato sirene e streghe, hanno tutti bisogno di scuse sensuali con cui stringere affari, capro espiatorio di ogni desiderio immorale, ti prendo in prestito, solo un poco, come scusa, come destino, come stagione, come colpa e cammino, per espiare il male mi hanno concesso te per punizione, e l’uomo innocente e pieno di orgoglio andava nel mondo, con donne appese come sogni-trofei, ingraziandosi speranze e Dei che ancora oggi ridono di lui. E ora guarda cammino a ritroso sulle tue parole scogli sommersi, questione di equilibro e talloni inesperti, e mentre eseguo con ironia e talento questo viaggio indietro nel tempo, dove occorre tornare bambini, avere sogni distratti ma a due passi come questi sassi, parole scivolano alle mie orecchie,  pettegolezzi di portinaie, mulinelli di invidia e risentimento salire a spirali di vento caldo, previsioni di tempesta, sono qui, la tua mente convento privato, a una certa ora si chiude o sei dentro o sei fuori, non ci sono rumori, ne eccessi, ma rigore e doveri. A piedi nudi ho osato, bestemmiato l’eco del tuo amore, e l’ho fatto senza l’abito adatto come le parole, e il mio nome uscito dalle tue labbra, baciate in eterno, mi tornava come ombra esagerata in un eco distante e fermo, bussava a nocche scoperte sulle mie vertebre, “il nudo offende”, a me offende il prurito che c’è dietro una morale che sa di vecchio e di cantina, mi offende la colpa negli occhi tuoi che guardi, mi offende che ti innamori di ciò che condanni, mi offende la masturbazione dietro la porta, un’altra volta.  Mi offende ancora di più se il perdono lo concederesti tu, mi offende l’acqua santa di cui si bagnano le tue opinioni, mi offendono i tuoi sermoni, mi offende chi vuole convincere il mondo intero del suo personale credo, mi ferisce come un’eresia la vostra necessità di compagnia, mi offende dal profondo ogni atto immondo che vuole deresponsabilizzare le umane colpe, con favole sciolte come medicine, come ostie e comunioni, assoluzioni per dividere gli esseri in cattivi e buoni.  Mi offende la volontà costante di voi burattinai, delle promesse di un paradiso perduto nelle vostre bocche di mangiafuoco, mi offendono i vostri rituali, come ritirate le reti la sera, per aggiornarvi su chi è finito nella vostra galera, austera. Di preghiere e vergogna il mondo abbonda. Eppure il tuo sguardo ha catturato l’ultimo centimetro del mio vestito nel campo visivo del tuo specchietto retrovisore, su un passato in coda che ti raggiunge, ti tampona, se fossi stato disposto a passare con il rosso, non saremmo qui a scambiarci formalità adesso e forse tu avresti avuto di fronte agli occhi e al cuore un triangolo migliore. La nostra pelle un tempo sapeva di sale, non di parole deglutite male. Ti sei fatto assicurare il cuore da qualche parte e mi guardi indenne sanguinare, ma persino la tua assicurazione si rifiuta di coprire un danno così grave, ti sei lanciato contro come un ubriaco alla mia vita, senza capirne la portata, e adesso al posto di Afrodite abbiamo collezionato ferite.  E ci ritroviamo a pulire gocce sporche dal parabrezza, un gesto come un altro per non incrociare lo sguardo e sapere di noi. E guardiamo con invidia il temporale che ha diritto di urlare e bagnare. Cerchiamo di tirare brandelli di parole dalla nebbia, piano con cautela, per vedere se escono intere e vere, e mi sembra di cercare feriti in guerra, di sfiorare cadaveri che si lamentano, che hanno perso il senso del tempo, e sento la bugia nella poesia, vorrei scendere nel tuo parcheggio privato per pisciare all’angolo di quello a cui ho creduto, tra il cielo, la notte, il tubo di scappamento, l’odore di copertoni e cemento, tra la luna, una macchina arca, appesa in bilico su una montagna, un vestito gettato via, e solo le mani con i palmi freddi poggiati al vetro potevano farmi sentire che era vero, che non era fantasia, eravamo di carne e istinto e le parole fottute erano mute, ma si agitavano vere, nelle mie e tue viscere, erano mute sì, ma creavano pensieri e frasi aggrovigliandosi nella pancia come serpenti, sinceri e contenti. E a questo onanismo di parole, per compiacersi e compiacerti conosco un sesso migliore per stupirci, su quello che è stato e su quello che era, lì come offesa, per finirla con altrettanta verità, con qualcosa di meccanico e urgente, per salvarmi la mente e distrarmi anche solo un minuto da questa notte con le ossa rotte e le stelle intatte, sempre le stesse, pubblico fermo, qualcuno ogni tanto cade, puoi esprimere un desiderio, ma io in questo palcoscenico diverso ho scordato quello che dovevo dire, e non ho giusti inchini, né  posso compiacerti con desideri assenti per stelle cadenti, io sono qui, mastico sale di mare sotto la pioggia e non ho scuse per il ritardo, non ho soldi per un albergo, ho conchiglie che mi cascano dalle mani, mi ami. Lascio che il suono di questa parola si espanda fino a evaporare, lo sento come acqua quando si scola la pasta, sulle palpebre, lo sento come labbra di vapore, come l’atto ribelle che il cielo aspettava, lo sento come scusa, la migliore, per trovarmi altrove, forse ho amato per rabbia, per un paio d’ali, per ferite alle ginocchia, per avere negli occhi ideali, forse amavo cause perse, lottare contro mulini a vento, forse amavo degli eroi il cinismo, quello che sopravviene quando una ferita si infetta, quando si hanno cancrene dentro e nelle iridi alcun tormento, quando si cade senza per questo essere perduti, quando nel dolore, proprio dove si muore, si comprende la distanza di chi ha osato e compromesso se stesso, da chi ha pagato il caro prezzo per la tranquillità, la reputazione e il resto. Tutto il resto. I vinti e i venduti e i sopravvissuti. I morti di materialismo e di misticismo, i filosofi ad ore, i romantici, i perduti per sempre, oggi come ci si sente, niente. Nessuna droga davvero che mi faccia uscire da me, non mi servono proiezioni al muro del mio inconscio, come guardassi la vita di un altro e mi trovassi nella mia per sbaglio. Amo quelli che perdono e arrancano, quelli che non si arrendono, perché sentono. Ho eroi diversi. E vuoti a rendere. E’ tardi, guardi e non parli. E sembra di sapere come si poteva stare, prima di nascere e avere il peso di un nome da pronunciare. Sono qui all’angolo del tuo pensiero, come una che ascolta alla porta, con quel vestito lungo da prete per il quale mi hai fatto prendere le misure esatte, e ora sono qui, parte della tua parata, con questa gonna lunga pesante e il resto allacciato stretto, in questa serata speciale vestita da prete si può solo peccare. E’ fatale . Sarà la Carmina Burana mi sento strana, la tua pelle sa d’incenso, qualcosa che ti mette il silenzio dentro, che ti impone piccoli passi senza rumore, quasi camminare fosse un errore, le mie braccia ali di pipistrello, ma prima di sbattere contro le vetrate colorate, delle buie chiese nate sulle tue scuse mai pronunciate, prima ancora di cadere al suolo non adatta al ruolo, prima di morire sedotta dalla luce che mi ha tradita, cieca e sorda ho leccato parole come latte dalle tue dita, prima che fosse davvero finita, ho leccato parole come latte dalle tue dita.
 
 
Eloisa Guidarelli
 

 

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