mercoledì 4 dicembre 2013

Quello che il tuo amore mi è costato.


Artemisia - Acrilico su faesite - 2013








Quello che il tuo amore mi è costato





 


Quello che il tuo amore mi è costato, il tuo amore incondizionato, in posa, come una statua di marmo rosa, si è spaccata all’altezza del cuore, ci passo la mano, è di pasta turchese il paesaggio che attraversa le nostre offese, questo mi è costato il tuo amore speciale, un ettogrammo di sale, glielo schiaccio un poco sulla ferita? Pensavo non si vedesse, il cuore sta sotto le tette. Mi è costato il tuo amore ereditato, l’ho in fondo pagato, il tuo amore esagerato, ho pagato un prezzo diverso, quello che è giusto fare, sopravvivere o amare, pesa tonnellate quello che mi hai dato, l’anima trattenuta tra le mie dita, come una piuma, come la vita. La mia leggerezza acquisita come una vendetta, costata troppe morti interiori, come un’amazzone appena disorientata, cammino a fatica tra i cadaveri che fanno specchio di ogni bugia che detesto, e quante volte mi sono sentita dire “sei forte”, non ne capisco ancora il significato esatto, qualcosa mi sfugge, ero in difesa o in attacco o era la stessa cosa, se così fosse questa forza mi stordisce perché è una Fenice astratta risorta troppe volte che comincia a ricordare solo la disfatta, e ogni volta che si rialza a stento si domanda quanto valga la pena questa immortale altalena, dove ogni giorno che risorgi è di una parte di te che ti spogli, e mi ha invaso il tuo amore come dovessi sfondare il portone di un castello, ed è sadico il tuo amore anche se posso scegliere le armi per il duello, chiedo scusa per questa mia irruenza a sguardi, a parole, per questo trascinare altrove una calma apparecchiata, verso la mia impazienza, è che sento l’inconsistenza di questo tempo raggirato, mi manca il fiato per la corsa senza tempo che ho dentro, sono in carcere condannata nella mia mente e non ci ho capito niente, segno i giorni andati nel sognare un’evasione che forse è l’unica prigione, adesso sono quasi perfetta con questa armatura di carta disegnata stretta, la lama affilata per sogni nuovi, perché non ci provi? E siamo da sempre allo stesso processo, per stupro, per arte, per essere femmine, perché qualcuno ci ama meglio nell’anonimato del suo malcontento. Artemisia prostituta, Artemisia pittrice, Artemisia che nel tuo nome stava già la tua professione, Artemisia che vogliono fermare, l’arte fa male, può persuadere, può persino darti potere, non mettere il sedere dove è quello del padre, l’arte può giudicare, l’arte è senza sesso, è oltre il pensiero, forte come un giuramento, questo processo lei l’ha vissuto dentro, da tempo. Ma tiriamo le somme, tiriamo le corde, torturiamo le sue mani, colpiamola nella sua dignità e per tutte le sue età, quelle che ci sono sfuggite, quelle che non abbiamo capite, quelle che ci siamo perdute, puniamola questa donna per la sua notorietà, per la sua vittoria, facciamole pesare il fatto di sognare, facciamole sentire che non ci può tradire, che non gli sfugga chi comanda, chi domina, chi guadagna, chi è questa donna del passato che si permette aria di sfida e cosce strette di farsi strada nell’arte, e di farlo a modo suo, creare il presupposto che per altre ci sia posto… Che il mondo l’ha affrescato Dio sempre un uomo a modo suo…  Uccidi oggi e domani e ancora, perché così si ottiene il silenzio, perché solo così al suono della tua voce non farà mai eco un dissenso, e uccidi oggi domani e ancora perché fa male vedere nella tua dolce metà la tua nullità, e tu oggi uccidi e domani e ancora, ti feriscono a morte le sue potenzialità, ti ferisce la sua bellezza, la sua destrezza,  come una farfalla nel suo giorno di festa, come è perfetta in quello che resta, quale forza a decretarne la vita a decretarne la morte, soldatino di piombo legato alle sue caviglie, la trascini nel fondo gustandoti le sue meraviglie, si gonfiano abiti, sembrano una danza, sembrano una lotta, le sue gambe che si agitano nella tua vista dal basso, la sua trasparenza, quell’immagine sfuocata che da’ l’acqua a un’Ofelia distratta, che aveva creduto sinceramente alle tue passioni diverse, alle tue promesse perverse, e ti porti dentro l’ultimo sguardo di stupore, una Desdemona che hai creduto inferiore, una gelosia che è stata tragedia di quello che hai visto eppure non era… E Anna Karenina si è buttata sotto un treno… doveva tenere l’amore a freno, non è sano per una donna di qualsiasi tempo godersi senza colpa ogni momento, così anche la letteratura ci vuole ammazzare per la stessa paura, e brucia eroine la storia per poi farci sante nella memoria, e poi Signore delle Camelie, Madame Bovary, e Maddalene stremate, che dal suicidio alla malattia, alla redenzione, fino a un certo punto, persino nei romanzi devono scontare qualcosa di vero come l’istinto di amare, è nel romanzo, nella storia, nel vangelo, nella canzone che da’ più emozione,  la donna indipendente pagherà sempre, con la vita, con la prigione, con il processo, con l’umiliazione, con l’isolamento, con una A di adultera che occhieggia da sotto una gonna, con questa condanna che si masturba e spia dal buco della serratura  e al pari di tanta masturbazione sarà la nostra punizione. E nasciamo ancora, il retaggio del passato sta affianco al nastro rosa. E si sa poco o niente di Sonja Tolstoj vissuta all’ombra del grande scrittore, tra gli scrittori che amo di più, ma il genio si sposa sul nome maschile, si sdraia e si allunga, è sempre virile,  le sue nevrosi e le sue pazzie, le sue geniali isterie non sono mai passate a processo, era un genio e il resto non faceva difetto, di una moglie quasi impazzita, disposta a raccogliere i suoi brandelli nei tempi peggiori non c’è stata neppure la disponibilità a seppellirli vicini, il genio le ha chiuso le porte in faccia, l’ha schiacciata con la sua superiorità, le ha negato un passato comune, promesse leggere come un letto di piume, vorrei tanto un risarcimento tangibile per questi fantasmi presenti e passati di donne a cui sono state negate potenzialità, futuro e persino verità, di strade macinate sotto piedi scalzi e feriti, di sogni traditi neppure arrivati alle labbra, vorrei davvero uno spazio diverso in questo mondo perverso e maschile al quale ancora oggi aneliamo come tante Adele H, fino a perdere la percezione di noi e dei nostri vigliacchi amori trasformati in eroi, fino ad avere un’assenza nello sguardo che non è traguardo perché è solo morte apparente di quello che un giorno sentivamo e che oggi non è più presente, il cuore si è stancato, ha ceduto, ha provocato un cortocircuito mentale per cui non è più possibile sentire il male, ma neppure amare, e ci muoviamo con i polsi avanti pronti alla caduta, con uno sguardo colmo di pioggia e i capelli sporchi di vento, dentro l’eco di un silenzio e freddo che percorre le vene, catene che sono diventate leggere e inconsistenti, solo perché siamo fantasmi e i fantasmi non li fermi. Stazionare con le mani pesanti e braccia cascanti lungo il corpo su letti d’acqua, dove il peso dei polpacci, dei capelli che cercano il fondale sembra appartenere al mare come i tentacoli delle meduse che si fanno portare. C’è un esilio a cui anelo a questo punto, da tutto, dove posso sostare nuda senza paura di alcun giudizio, nessuna frattura di tempo, un circuito fluido, liquido e lento, mi serve stare con la faccia rivolta al cielo, seppure reclinata di lato, per via della carezza del vento, come uomo astratto a cui permetto un  passaggio sulla guancia, la mia mano poggiata aperta sul capo, il palmo rivolto al sole come nido caduto, il corpo sdraiato e pesante eppure neppure presente, tra le gambe che si sostengono vicendevolmente ginocchio contro ginocchio, un triangolo nero, solo geometria di un paesaggio di passaggio, neppure di rilievo, dal palmo bucato per una pugnalata mancata dove miravi al cuore, è cresciuto un soffione, per esprimere un desiderio. Fai che sia diverso. Che Eva si disfi di ogni colpa e dolore, che Maria e Maddalena puntino il dito contro Dio, anche tu sei in errore, amico mio. E disfiamoci dell’attesa del giudizio universale, di chi ci fa male, e disfiamoci dei ruoli per generazione, di ogni dannazione, e non aspettiamo di essere esiliate da alcun paradiso senza prima avere combattuto fino alla morte, senza prima averci riso. Riso sopra, certo, ancora. Rido delle tue punizioni, rido delle ingiustizie subite, rido e passo all’affondo, non voglio più sensibilizzare il mondo, voglio che il mondo capisca da sé tutte le ferite che portiamo addosso, quelle senza un umano perché, non voglio spiegare le cose, non c’è più posto per indulgenza e sorriso, per raccolte firme e campagne di scarpe rosse come cose indistinte, dove c’erano universi perfetti e inviolati oggi lasciati, mancano i cimiteri e le croci per questi infiniti atroci crimini passati a mala pena per errori, per destino, perché se l’è cercata, perché era stata avvisata, perché non siamo niente, ecco come ci si sente. Non c’è progresso, non c’è ascolto vero, perché queste grida ormai sono un sentiero che arriva da secoli fa e non è neppure finita qua. Da sempre, da oggi, domani e ancora, muoiono figlie, madri e sorelle, magari ne facciamo un evento sociale, raccogliamo un po’ di fondi, sensibilizziamo qualche voce importante, diamo persino voce all’arte, rischiamo di strumentalizzare un lutto, di fare un gioco disonesto, del resto bisogna parlarne molto, bisogna parlarne, adesso e spesso. E poi manca l’educazione, spiegare a un figlio di rispettare sempre una donna, perché se il padre picchia la madre poi cosa mai ne potrà uscire e se la madre lo perdona il figlio cosa potrà capire… parole, parole, parole, e cervelli e psichiatri e trasmissioni televisive che fanno a brandelli donne già morte nelle loro privatissime vite, e noi a mangiare a guardare a scrutare un telegiornale, che in fondo da troppo tempo da' la stessa tragedia, crea assuefazione, un nome fa numero non fa sensazione, come posso piangere per un numero indistinto, se ti dicessi invece che hanno ucciso un sogno? Che era perfetto come il tuo, colmo di attese, se ti raccontassi come si addormentava, le sue paure, in cosa credeva, se ti dicessi che è morto qualcuno che poteva arricchire dal profondo questo fetido mondo? Se ti dicessi solo questo, non è morta per malattia, non è morta per un incidente stradale, non è morta per infarto, è morta perché qualcuno l’ha deciso. Deciso. Reciso. Deciso. Ucciso. Deciso. Condannata. Sentenza. Attuata. Come al macello. Senza Appello. Se ti dicessi che aveva un odore, solo suo, come un fiore diverso, raro, che non si può più sentire… perché qualcuno che è un nessuno ha deciso. Se ti dicessi che al mondo manca, che l’universo conosce ogni più piccolo spazio d’erba acqua e vita, se ti dicessi che una donna è un essere prezioso che respira e si respira, se ti dicessi che per ogni donna che manca come per ogni albero ti mancherà l’aria? Forse nel mondo un giorno si estinguerà ogni profumo, come l’odore di qualcuno. Se penso quello che viene cancellato con una sola vita, mi devasta dentro questa strage impunita, questo rosso che avanza in numeri di scarpe e protesta, questa desolazione che resta su scale e piazze in scarpe eleganti, basse e con i tacchi di passi leggeri, di sogni sospesi, di fantasmi svaniti in tanti respiri, mi sembra di sentire le loro risate, le loro speranze, le loro scoperte, le vite più mature, quelle troppo acerbe. Le parole coniate apposta, omicidio di genere, femminicidio. Scempio totale di un mondo in declino, che si chiude in se stesso dentro una paura che non lascia una fessura di luce, un mondo maschile che sferra morte nell’atto finale, tanto non ho niente da perdere, tanto non ho  niente da dare.

Uccido perché non può vivere senza di me, e la uccido perché odio il fatto che lei se la caverebbe benissimo anche senza di me. Poi forse mi uccido perché non posso vivere senza di lei. Magari non mi ferisco a morte, l’importante è mostrare l’intento di farsi male… così magari riescono a salvarmi poi… Io la uccido perché lei può fare a meno di me. Io la uccido perché lei è mia, ma la uccido perché sa di essere solo sua. Io la uccido perché ho la forza dalla mia, e la uccido perché è insostenibile la forza sua. Io la uccido perché non ho altro argomento, per ottenere, per imporle il silenzio. Io la uccido perché sì, posso piegarla solo così. E la uccido, ma la colpa non è mia, è lei che voleva andarsene via, se non si fosse ribellata io l’avrei per sempre amata.
 

Foto Alessandro Taurino - Elaborazione Grafica Eloisa Guidarelli


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