lunedì 23 gennaio 2012

Avevo ideali, un amore e un cimitero di bugie soltanto mie.




Avevo ideali, un amore e un cimitero di bugie soltanto mie.


Come Il Cielo sopra Berlino,  disoccupati camminano sul filo, hanno ventiquattrore leggere tra le dita della mano, un equilibrio precario, nient’altro. E l’altalena è nel tuo sguardo. Come una foto in bianco e nero dove ho dipinto solo il pensiero, appoggio le labbra alla tua bocca, quello che non dici mi tocca. I progetti e i sogni escono dalle labbra come boccate di fumo al posto della rabbia, come un vizio che non posso tradire e poi l’arte aiuta a digerire. Il peso del mondo. Sto con te, la panna montata sul caffè, un reggiseno colore lavanda e le nostre risate non scaldano la stanza, che dire di me. . . Non esce la voce, mi cibo dei tuoi gesti in ritardo, mordo le mie labbra, sto solo sostando un poco tra le tue coperte, che passi il vento contro e poi me ne riparto, l’odore del sesso, il tuo corpo caldo. Porto fiori secchi al cimitero delle nostre bugie, si sprecano le ragioni delle tue o delle mie, quelle dette per il bene altrui, quella lasciate cadere perché eravamo noi, sono vento, corteccia e sole. Mangiate di me la parte migliore, sono in ritardo. Ma le bugie hanno le loro ragioni, come il treno che trascina i vagoni, hanno stazioni a cui portare i loro passi, i mie desideri astratti non hanno posto resistenza, ne' presenza e poi avevo la mia maledetta curiosità, che mi tirava la manica del cappotto, non adesso. Ho chiuso un momento me stessa dietro una porta, sono saltata sul tuo letto - zattera, sento le onde sbattere all’orecchio, Non - Ti - Amo. Solo, la lingua mi fa perdere il senso di ciò che non siamo. Così siamo tranquilli e veri e sinceri e non dobbiamo dirci bugie, ne’ le tue ne’ le mie, e saltiamo le ipocrisie, quasi i preliminari, è l’unico mezzo che ho al momento per non soffrire, per rimanere… per sapere…bleffare realtà che diresti vere, cosa si è quando non si è. Tocco le labbra con le dita, scorro il colore, il taglio, la ferita, polpastrelli raccolgono il sale dagli occhi, sono pipistrelli dai voli interrotti, non fa male, li guardi, li tocchi, serata strana, serata assurda, strano gioco del destino averti tradito e averti vicino, averti amato e averti amico, un amico diverso, forse, perverso, gesti in eccesso, montava il piacere e  lacrime vere insieme al sorriso e allo stupore come la pioggia, la pioggia col sole. E seni e labbra e denti e lingua e succhi e lecca e ansima e aspetta e ancora e ora e non smettere mai, e le dita nei capelli e gesti bruschi e gesti lenti e la lotta e poi la tregua, e poi l’impeto e la carezza, e l’ora di andare e rivestirsi, pagare il futuro al banco, il viso perduto altrove, uno scontrino delle nostre ore, le chiavi fredde nel palmo della mano, un pensiero antico troppo lontano, e deglutire questioni mie, e tu a cavallo sulle mie fantasie, e non c’è Dio e non C’è babbo Natale, una befana che lavora in nero, calze bucate, sulle mie labbra nessun divieto, sulla mia rabbia sopracciglia nere come lunghe antenne di falene solcavano un cielo intatto, disegnavano un volto indignato, ali vellutate mi solleticavano la fronte, fuori era freddo, come nel mio cuore e oltre… Come i passi di piedi nudi sul ghiaccio, come quello che non dico, come la quotidianità in ciò che faccio… E le preghiere e le bestemmie andavano per mano, come i sogni sussurrati e i peccatori incensurati, quanto si può rimanere alleati e distanti, ora che posso rispettare le tue paure o le tue decisioni sono affascinata dai tuoi misteri e dai tuoi silenzi, ti osservo e ho una curiosità cinica, mi diletto a vederti camminare su un campo minato, non lo sai, e percorri tutti gli spazi che sei, non lo sai e così non si muore mai… I miei pensieri a volte sono squali che disegnano percorsi concentrici e lenti, sanno che hanno tutto il tempo per divorare idee che si muovono in superficie prive di eleganza, l’acqua scorre veloce sugli aguzzi denti, gli occhi neri che diresti inespressivi possono scandagliare abissi infiniti specchiarsi nel fondo e piroettare sulla paura, ed essere spietati, è l’unica premura per sopravvivere qui, in fondo… Gli affitti in nero, gli scontrini non battuti, i privilegi dei parlamentari e dei loro parenti, siamo tra i loro denti insieme al panettone, è finita nel loro spumante la nostra ragione, e poi il papa e la sua stola di ermellini, la pesante croce d’oro specchia volti di assassini, un operaio muore in fretta prima delle feste, una parola benedetta copre il nostro disinteresse, ho le scarpe strette, o forse mi fa male camminare in questo mondo che non mi appartiene, c’è un brindisi di troppo, pance gonfie in eccesso e clandestini muoiono adesso, se li mangia il mare, e parlamentari a ruttare, a fare regali ai loro bambini, che hanno l’istruzione, la sanità, raccomandazioni in quantità, e su loro non passa la crisi e noi come morti derisi. Vite di serie B, vite di serie A, qualcuno al posto di Dio questo deciderà, morti di serie B, morti di serie A, ecco il calcio scommesse della squallida quotidianità… Babbo Natale vi porta i doni, è pieno di sangue grassi coglioni! Non gli è riuscito di salvare un clandestino, non è riuscito a salvare un marocchino, ha visto seppellire un bambino in una buca di terra e la madre pelle e ossa senza risposta, ma è solo L'Africa e non vi tocca, ha visto violentare una donna in un vicolo scuro, un operaio morire con una scossa elettrica, un altro per un’impalcatura in testa, ha visto tutti i pensionati depressi e ragazzi senza futuro, con i sogni ridotti a singhiozzi, con i diritti fermati negli occhi, con gli sguardi sconcertati e tristi, perciò scusate se vi esce dal camino, con un ghigno quasi assassino, ha ricevuto lettere incazzate, a volte erano persino armate, è imbrattato di sangue e grida di aiuto e di tutti vi porta il saluto, le sue renne stanno pisciando sulle vostre promesse, è rosso, vestito a festa, ma ha nei capelli bianchi come la neve una vera protesta e fa quello che tutti vorremmo ora fare, un’improvvisata a Natale, a qualche parlamentare, che sia di destra o sinistra non fa più differenza, si nota solo l’assenza di questa politica, ribalta il tavolo imbandito a festa, vi strappa i doni da sotto l’albero vero, che avete rubato alla terra senza porvi il pensiero, perché se c’è una cosa che vi riesce fare è arraffare, arraffare e arraffare, strappare le vite altrui insieme alle sue radici e questo vi rende felici, brindare all’ultimo anno, avete sudato un po’ freddo con tutte quelle raccolte firme, sull’idea vaga di ridurvi lo stipendio. E Sacco e Vanzetti e gli ideali stanno stretti, si fermano come un groppo alla gola, Guevara muore a ogni ora, c’è chi prende la nostra cultura e la butta in una buca profonda e scura, ci rovescia palate di terra e bugie, che non occorrono anche le tue e neppure le mie… sulle mie labbra poggia una questione personale, credo faccia male, esitare, bleffare, avere persino strategie, la ricerca della mia verità, vedi, non è neppure un fatto di lealtà, è soltanto che sento essere l’unico modo per essere libera dentro, per questo amarti è un fatto normale non potertelo dire qualcosa di letale, in tutta questa merda che ci tocca le dita dei piedi, in quest’aria di polvere bruciata, salviamo la nostra risata, le tue mani sul mio seno, un istante sereno, non dimentichiamo il sangue degli altri ci muoviamo attraverso, e il gioco rischia di farsi perverso, ho incurvato la schiena per una capriola all’indietro, la punta dei capelli toccava quasi quella dei piedi in un cerchio antico, mossa dalle correnti che non vedi e non senti. Sbatteva la tua lingua contro il mio orecchio, come le onde sullo scafo della nave, come  il rumore della lingua al palato, Ti - amo - di certo, ho pensato, non ti amo di certo ho pensato, appoggiare le mani al tuo petto, baciare le tue labbra, il tuo collo, sentire l’assenza del tempo e dello spazio, lasciare tutto intatto, la violenza un eco lontana, l’assenza di gravità e di età, lasciamo scendere parole sulla pelle come fiocchi di neve che si restano a guardare, che cadono fredde sui tagli aperti delle ferite mai guarite quelle di oggi e quelle di ieri, sul sangue e sulle cicatrici come dolci danzatrici attente solo a uno spartito ostinato, freghiamocene del finto sorriso beato, non ricordo quello che ho mangiato, cosa pensavo un attimo prima, vorrei solo poggiare il dorso della mia mano sul tuo palmo, farlo per sbaglio, lasciami cadere serena, tieni aperte le mani, le tue poche parole all’occorrenza, i tuoi occhi che raccolgono tutta la pioggia, come per  un tuffo gettarmi di schiena sulla censura che ora mi imponi, sulla censura senza ragioni.  E come acqua gettata via raccogli la mia fantasia. Sono morti gli ideali, non c’è stata eutanasia, c’era un dolore condiviso nel lasciarli andare via.

1 commento: