sabato 10 dicembre 2011

...Un giorno intero

Sembra un angelo. E il peso della bontà, dell’educazione, della serietà e pensieri precoci in un tumulto di voci. Ssssssst non lo sa, avevo capelli biondi a pretesto, un sorriso pratico ma il pensiero scettico, dolore interiore, fantasia e colore. Avevo bisogno della lotta, questa pace scotta, temevo l’educazione più di ogni reazione, brava bambina, bionda piccina, sandali con i buchini, dolci piedini, stavo seduta su un dondolo sospeso nel cielo, mentre i parenti andavano a messa, io benedetta, aspettavo fuori, perché a 6 anni avevo deciso che ero atea, Dio non aveva esaudito l’unico desiderio che avevo espresso, l’unica sincera preghiera, “fai che sia sciopero in piscina stasera”, ma niente di nuovo, l’odore del cloro, il tuffo di testa, il chiasso, la ressa, il phon nei capelli e fuori l’aria bagnata e mi avevi fregata, “ma Dio ascolta i bambini…” Mi sembrava fossero tutti cretini, allora andate voi la domenica sporchi sotto l’altare, mi sono battezzata nell’ora concessa, di libertà totale, qui sola a dondolare, e ora scambiatevi il segno di pace e andate a cagare. Oh, nata ribelle…ma senza il viso adatto, ritratto di dolcezza e tempo concesso.  A 12 anni a cena discorsi maschilisti deglutiti con spaghetti, una nonna che dice “le femministe le metterei tutte al muro e le fucilerei”, una figlia risponde : “Io nonna sono femminista”, un padre pensa “questa figlia si facesse i cazzi suoi” Ohi, Ohi, fuori luogo bambina, corpo androgino senza seno, labbra carnose, occhi enormi, pelle e ossa, l’ha detto ma non lo pensa, l’ha detto perché è l’età, l’ha detto perché l’ha sentito dire, per crudeltà, l’ha detto perché non ci assomiglia, eppure è della famiglia, l’ha detto per dire…una nonna che dice: “La madre è una troia”, e una figlia che faceva animaletti di pane, di rabbia, seduzione e fame di cose vere, vi ho gettato parole come acqua bollente, “ma come ci sente?”, con unghie laccate di prostitute dannate, vestite da suore, con l’acquolina alla bocca e ora sotto a chi tocca, mi avete graffiata fin dentro al torace e le viscere mie vi sono attaccate, ma adesso basta la farsa, l’eresia, di rovesciarmi nelle orecchie ogni vostra porcheria, la mano che mi allunga il piatto, la lingua senza alcun tatto, 12 anni hanno un peso profondo, per sentire la fine del mondo, “State parlando di sua madre”. E tu passami il sale. E di nuovo è silenzio. Dentro. Nonna mia di favole e noci raccolte, nonna mia di musi e bronci per strapparti il sorriso, nonna mia, loro al posto del tuo viso, i parenti non si scelgono mai, tu sei l’unica che mi sarei scelta, tu sei l’unica che te ne vai. Traboccano lacrime in segreto mi ci affondo le labbra, ricordo il verde del vetro, di un porta - cose su un tavolo grande, di un porta - dolore nelle mia mente. C’era una mosca gigante di ferro,  se le sollevavi le ali, si apriva uno scrigno, il mondo era strano, il mondo era bello, era semplice e fresco persino banale, e tu avevi aperto la porta di una stanza chiusa di adolescente, il cancro segnava il tuo viso, ma tu non hai perso il sorriso, mi hai chiesto se ero innamorata, ho pensato che la morte si era sbagliata. Gli occhi degli adulti sanno dimenticare ma gli occhi dei bambini non lo possono fare, non sono addestrati a scuse e ipocrisie, non mettono in atto offese e strategie. E sono cresciuta con sensi di colpa mi prendevano le esatte proporzioni ogni volta, e sono cresciuta con lo stupore negli occhi, tenevo i miei sogni stretti nei pugni, e sono cresciuta con rabbia abbastanza e sono cresciuta con forti ideali. Ho una fede femminista. Ho una parte anche estremista, sono cresciuta con la mia risata, sono soltanto una foglia d’ortica, forse irrito ma è la mia vita. “Io sapevo essere intraprendente”, penso “Io sono solo una combattente”, leccavo le labbra come sbarre di ferro, come le ferite delle mie sette vite e vibravo colpi in aria, cominciavo a pregustare l’essere in minoranza, il filo tagliava la polenta, assaporavo la distanza e da lì fino alla fine del mondo e da lì fino al corpo rotondo e da lì a ogni festa di Natale la neve scendeva ma non era uguale, e da lì a ogni fede rovesciata, sono stata contro per essere mia, andatevene tutti via, l’ossigeno non arriva alla gola, non ho fatto giuramenti, non avrei amato persone solo perché parenti, ma avrei annusato la mia razza a distanze infinite, mi sarei liberata di tutto quello che dite. Ho scelto l’arte e la follia, ho scelto di essere soltanto mia, ho girato le spalle per sempre all’ipocrisia, a un segno della croce ho preferito la mia malinconia, mi sono vissuta la sessualità con verità e libertà e forse senza un senso del peccato, così bene, non avrei neppure amato, però finiamola qua. E la morale vestita di nero a testa bassa, fiuta la traccia, lo sguardo cupo, piccoli passi da confessionale, la tua identità per un posto sicuro, la lingua all’orecchio, lasciva, nera, ipocrita mi sgusciava ai fianchi, a spiare i giochi con i miei amanti, batteva al vetro mentre fuggivamo via, la croce tra le mani io la mia fantasia, c’era un appartamento con mobili sospesi, un corridoio lungo e stanze sui due lati, un padre furibondo colpisce una madre è la fine del mondo, occhi negli occhi tra i due fratelli, sguardi paralleli, dolori gemelli, pensieri sferrati come i coltelli, occhi negli occhi tra i due fratelli, bocche spalancate, un urlo aghiacciante. Un urlo profondo così potente sembrava strano in un adolescente, un urlo indignato così forte che a loro sembrava impedisse la morte, non avere tempo per pensare, sentire solo il dolore che sale, come l’acqua in una bottiglia vuota, ma è amara, scende nella tua aorta, e poi vedere lui che si ferma, che ci concede questa speranza, avvicinarsi ai propri figli. Dimmi tu a chi somigli, con chi preferisci stare? Chi ami di più, con chi passerai il Natale? Non è la ferita, che vuoi che ti dica, somigliava a sua madre nel tempo di allora, ha risposto con la paura addosso “con te non voglio stare” e lo stesso ha fatto il fratello e con il cane sono fuggiti su una Diane sei colore arancio o era una Ami 8 e il colore era bianco, o era un film di Bergman con un pubblico assente, o era un arcobaleno gettato come un salvagente sul tempo passato, sul dolore presente, e la gente dimentica gli atti d’istinto, le botte e le offese se il corpo è di un altro, e lei dovrebbe dimenticare e meritarsi l’affetto, “ma non mi appartiene più nessun tetto”, e lei dovrebbe tacere e lei dovrebbe soprassedere e si dovrebbe adeguare alle luci di Natale, il tempo è passato dunque non c’è colpa, non c’è reato, doveva tacere. E di se stessi ci si fa un dipinto, quello più appropriato per viverci al meglio, e poi battevano pugni sulla macchina i parenti, “torna”, “ripensaci” e scaltri fratelli nei sedili posteriori, con preghiere simultanee, susseguirsi veloci: “scappa, scappa, non ascoltare le voci” … E quella macchina come il vento e le loro lingue come un incendio e gli occhi di lei cresciuti di fretta, non era più sua quella cameretta e tutto quello che ha tenuto dentro, sacrificato per farti contento, e tutta la sua malinconia nella valigia non portata mai via, uomini insicuri, pieni di paure, colmi di violenza taciuta, repressa, tenuta nascosta, vi vedo, vi sento, fin dentro le ossa, vi fiuto a distanza…Ti avvicinano, il naso sui tuoi capelli, come sono morbidi, come sono belli, le dita sul collo, massaggi alle spalle, tutta la pelle, dal pube all’ombelico, sai cosa ti dico? Mi ci vorrebbe la forza, quell’egoismo maschile, quella spinta virile e quell’istinto della belva messa al muro e allora vi colpirei duro. Lo giuro. Le ho sentite le vostre parole sbagliate che dentro la pelle mi sono entrate, e anche se avevo capezzoli acerbi, e se i miei progetti erano incerti, il disprezzo si insinuava veloce persino in quel mio filo di voce, colmi gli occhi di dignità, perché un guerriero non conosce l’età, e stare nel sedile di una macchina nostra come un’arca trovata e nascosta, come scialuppa di salvataggio, poiché affondava l’appartamento, veloci di notte, le vostre mani al vetro, come tentacoli molli di un brutto segreto, la corsa di notte, e la vostra religione, con il profumo non si lava il sangue, non si ottiene ragione, avete pretese mai arrese, mani rapaci e cuori fugaci, avete l’incenso e scuse divine, il mio male dentro che mi reprime, occhi grandi, seni acerbi, un cane al guinzaglio, una madre stanca, il freddo che avanza, fossi almeno fuggita per sempre. Bimba la notte che ti bacia le guance, se c’è un Dio ti ha dato anche un cinque, se c’è stato un Dio ribelle, non è nelle chiese è nella tua pelle, Ninna nanna ninna o... questa bimba a chi la do, la darò all’uomo nero che la tiene un giorno intero…bimba in crescita a farti un’idea, si perde la casa ma non la fantasia, ninna nanna ninna oh questa bimba a chi la do la darò a l’uomo nero che la tiene un giorno intero, un giorno intero…

4 commenti:

  1. Questo non è neanche più un post. E' un piccolo romanzo, no, una confessione intima forse, scritta come una poesia in prosa, piena di momenti illuminanti. Sei sempre brava, stavolta di più.

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  2. Bello, triste e forse un po' in ritardo:
    Ora è il tempo del perdono.
    E poi a me l' uomo nero mi portava al cimitero!?
    Buon Natale.......riki

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  3. Grazie Riki Buon Natale anche a te, vedi il tempo del perdono è dei cattolici, dei credenti se preferisci, ma io sono atea e il perdono non lo concepisco, ognuno è responsabile sempre dei propri atti e delle proprie azioni punto e basta, ma che vuoi in fondo questo è solo un post... Baci Elo

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