domenica 16 gennaio 2011

SENZA TITOLO I

Giugno 2007

EQUILIBRIO


Guardami sto diventando acqua di mare, finirà tutto per scivolarmi addosso, rotolarmi dentro, galleggiarmi intorno, ma io sempre passerò attraverso. Sono la linea di confine che non ha mai capito il senso, perché oggi fuori ieri dentro. Ho raccolto pensieri come ho accolto l’acqua con il sole e ogni goccia mi passava la pelle, si mischiava col sangue e a galla nella pazza rincorsa dell’acqua alla cascata, sputava in alto parole, erano tutte lì, trasportate come i capelli di Ofelia, erano tutte lì, allargate e rese nude dalla gelida trasparenza. E nelle lettere buttate a caso c’erano i miei piedi, le mie labbra, e il mio battito.
Ho sentito il cuore..
L’ho sentito appartenere a tutt’altro e io ero un souvenir, qualcosa che si può comprare per sbaglio o per legarsi a un ricordo, ma l’ho sentito il battito, era nel colpo d’ali di una rondine in picchiata sull’acqua, era nel sorso rubato al tempo, nell’immediata partenza, nel traffico aereo del volo. La mia pelle appartiene alla terra, l’ho saputo quando ho sentito la gioia, improvvisa mi ha punto sul viso, annaspava a zampe in aria sotto la pioggia, qualcosa di rosso e gocciolante le ha offerto un passaggio, s’è aggrappata con tutte le zampe all’ombrello, e da lì sul verde del prato. I denti, un sorriso di rugiada appena riflesso, sfiorato. Rosso, verde e giallo, un’ape ha preso un passaggio dall’ombrello rosso, ha preso respiro sopra un filo d’erba. Sopra le nostre teste tolte dall’impaccio, nuvole bianche come spuma che fuoriesce da boccali stracolmi. Ho brindato alle nostre vite nel tempo morto di un sorriso, ammesso solo a me stessa e all’intero mondo celato. Ho capito che non c’è affitto in nero per la mia fantasia, che non mancherà cibo alla mia fantasia, nessun lavoro, nessun uomo, nessun contratto, nessun compromesso, nessun delitto per la mia fantasia, nessuna malattia, nessun incubo, nessun giudizio. Niente, nient’altro che la profonda ricchezza che ho dentro per la mia fantasia. E’ tutto qui dentro per la mia fantasia e non mi è costato altro che questo, ascoltarmi. Ascoltarmi e ascoltare e vedere e guardami, sono acqua di mare, riporto a riva quello che detesto, quello che non serve, quello che è indigesto e poi vedi, scivolo via. Ma posso bagnarti i piedi, cullarti con la mia fantasia, posso con le onde modellarti i fianchi, i fianchi rotondi e raccogliere quegli occhi che guardano lontano e quel corpo avvolto nell’asciugamano, e i capelli attaccati alla schiena che senza cura hai buttato alle spalle. Un colpo di frusta. E io scrivevo di questo e dipingevo di questo, fino a essere te e il mare. Te, una persona sconosciuta di sesso femminile, che mi ha colpita per come ha saputo viversi un tuffo. Mi sono innamorata all’istante di un corpo imperfetto, di gambe un po’ grosse e cellulite ai fianchi, perché lì, dove portavi con disincanto i piccoli seni bruni, ho letto di un discorso eterno, sull’occasione di vivere nel proprio corpo fino in fondo o dondolarlo, guardandoselo troppo, quasi fosse quello di un altro, quasi fosse un fatto di rigetto. Ti ho amato, dipinto e guardato soltanto per questo. Eri morbida. Eri un pesce. Eri un maschio nello sguardo distante. Eri assente e presente. Eri presa da un discorso fatto più che altro dalle tue mani. Eri labbra viola e capelli biondo-argento. Eri il momento. Quello che rimane. Eri l’angolo che ho intravisto, l’oltraggio che ho compiuto invadendo il tuo minuto, ruotando la testa d’un tratto. Eri la pausa presa da un rapporto sbagliato, la conchiglia raccolta per deviare un pensiero. Eri tutte le donne di sorta e l’idea di Botticelli mai dipinta. Eri vera tanto che l’aria sembrava finta. Eri con un’amica a lacerare uno spazio. Ero lontana abbastanza per non sapere mai il colore del tuo sguardo. Ero vicina abbastanza per scavarti fino alle interiora e ora trovare dov’era finito il fascino.

Nessun commento:

Posta un commento